CHI SONO
Utente: andrij83
Nome: Andrea Oleandri
"Le condizioni, le circostanze imponevano una rivoluzione (...) Solo la gioventù ha il coraggio, la passione e la purezza per compiere delle vere rivoluzioni". J.P. Sartre
PERSONAL SPACE

Il mio album su flickr

I miei video su YouTube

Il MySpace

5 per 1000
Contro il neo-liberismo ATTAC ITALIA CF 91223590372

DA DOVE ARRIVO...

...DOVE SONO

essere comunisti

FINO A QUANDO UNA BANDIERA ROSSA NON SVENTOLERA' SUL TETTO DEL MONDO...

A TUTTI COLORO CHE LOTTARONO PER LA NOSTRA LIBERTA'

...FOTOGRAMMI...
www.flickr.com
This is a Flickr badge showing public photos from Andrea_Oleandri. Make your own badge here.
CONTATORE
*loading* visitatori Locations of visitors to this page
LA MIA LIBRERIA
APRITE I VOSTRI OCCHI

Evo Morales, Nobel per la pace 2007

Supporta la causa di Monfalcone

NO TFR NEI FONDI PENSIONE

ACQUA BENE COMUNE

sbattezzamoci con l'UAAR

Boicotta Coca-Cola

Kurdistan Libero!

LA MIA CREATURA

DISCLAIMER
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. L'Autore dichiara di non essere responsabile per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi all'Autore, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima o criptata. Alcune delle foto presenti su questo blog sono state reperite in internet: chi ritenesse danneggiati i suoi diritti d'autore può contattarmi per chiederne la rimozione.
BOTTONI
  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • Powered by Splinder
Template by: Pannasmontata

Image by: Andrea Oleandri

Distributed by:
Pannasmontata Templates
and : Non solo template

postato da andrij83 alle ore 09:54
lunedì, 16 novembre 2009

In questa sbornia per la ricorrenza della caduta del muro di Berlino Slavoj Zizek (su "Internazionale") ci riporta un attimo alla realtà dei fatti. Quella di un'Est Europa che voleva un pò più di libertà e che si è ritrovato invece nella devastazione provocata dal capitalismo. Sognavano il mercato, i negozi pieni di prelibatezze, di accedere ai consumi e se da una parte ciò si è verificato, dall'altra la stragrande maggioranza della popolazione si è ritrovata nell'impossibilità di comprarla.
Recentemente facevo riferimento ad uno studio della Oxford University per cui l'avvento del capitalismo di mercato in quei Paesi, portò indirettamente alla morte di milioni di persone. Le cause: la disoccupazione, lo smantellamento dello stato sociale, ecc.
Eppure Zizek non si ferma ad analisi di quello che si sarebbe voluto ed è stato, ma si concentra su quello che è il compito oggi nella sinistra, non rimpiangere il socialismo reale e il muro, ma ricercare e costruire una nuova giustizia.

--------------------------------------------------------

Chi scendeva in piazza nel 1989 aspirava a un “socialismo dal volto umano”. Ma il realismo capitalista, si chiede Slavoj Zizek, è davvero l’unica risposta all’utopia socialista?

Parlare degli avvenimenti di vent’anni fa come di un “miracolo” è diventato un luogo comune. Si è avverato un sogno, è successa una cosa inimmaginabile, una cosa che sembrava impossibile appena due mesi prima: libere elezioni, disintegrazione dei regimi comunisti, crollati come un castello di carte. In Polonia chi poteva immaginare delle libere elezioni con Lech Walesa presidente?

Un miracolo ancora più grande, però, è avvenuto un paio d’anni dopo, quando elezioni libere e democratiche hanno riportato al potere gli ex comunisti e Walesa è diventato improvvisamente molto meno popolare del generale Wojciech Jaruzelski, lo stesso che aveva schiacciato Solidarnosc con un colpo di stato militare.

La spiegazione comune di questo secondo ribaltamento parla di aspettative “immature” della popolazione, che aveva un’idea irrealistica del capitalismo: volevano la botte piena e la moglie ubriaca, volevano le libertà e le ricchezze del capitalismo democratico, ma senza pagare il prezzo di vivere in una “società del rischio”, cioè senza perdere la sicurezza e la stabilità (più o meno) garantite dai regimi comunisti.

Come hanno osservato i sarcastici commentatori occidentali, la nobile lotta per la libertà e la giustizia si è rivelata una specie di corsa frenetica alle banane e alla pornografia. Finito l’entusiasmo del giorno della vittoria, il mattino dopo la gente ha dovuto farsi passare la sbronza e sottoporsi a un doloroso processo di apprendimento delle regole della nuova realtà, cioè del prezzo che si paga per la libertà politica ed economica.

L’inevitabile delusione, quando è arrivata, ha scatenato tre reazioni, opposte o sovrapposte: la nostalgia per i “bei vecchi tempi” del comunismo, il populismo nazionalista di destra e la nuova paranoia anticomunista. Le prime due sono facili da capire. La nostalgia del comunismo non va presa troppo sul serio: più che esprimere un vero desiderio di tornare alla grigia realtà del socialismo, è una forma di lutto, un modo garbato di sbarazzarsi del passato.

Nostalgia del passato
Quanto all’ascesa del populismo di destra, non è un’esclusiva dell’est europeo, ma una caratteristica comune a tutti i paesi intrappolati nel vortice della globalizzazione. Lo strano revival dell’anticomunismo è più interessante perché dà una risposta semplice alla domanda: “Se il capitalismo è davvero migliore del socialismo, perché la nostra vita fa ancora schifo?”. La spiegazione è che non viviamo davvero nel capitalismo, perché in realtà comandano ancora i comunisti, travestiti da padroni e manager.

È ovvio che la maggioranza dei cittadini dell’Europa orientale che protestavano contro i regimi comunisti non chiedeva il capitalismo: voleva solidarietà e qualche forma di giustizia, magari rozza; voleva la libertà di vivere senza controlli da parte dello stato, di riunirsi e di parlare come preferiva; voleva una vita semplice, onesta e sincera, finalmente libera dall’indottrinamento ideologico e dalla cinica ipocrisia dominante. Come fecero notare molti analisti perspicaci, gli ideali che spingevano le persone in piazza facevano riferimento proprio all’ideologia socialista al potere: si aspirava a una cosa la cui migliore definizione è “socialismo dal volto umano”.

Ma il realismo capitalista è davvero l’unica risposta all’utopia socialista? Dopo la caduta del muro di Berlino è davvero arrivata l’era della maturità capitalistica che ha messo fine a tutte le utopie? E se anche quell’era si fosse fondata su un’utopia?

Il 9 novembre 1989 ha annunciato l’arrivo dei “felici anni novanta”, l’utopia della fine della storia proposta da Francis Fukuyama, la convinzione che la democrazia liberale avesse vinto, che la ricerca fosse terminata, che l’avvento di una comunità planetaria globale e liberale fosse dietro l’angolo, e che gli unici ostacoli al grande lieto fine hollywoodiano fossero semplici sacche locali di resistenza, dove i governanti non avevano ancora capito che era suonata la loro ora. Invece l’11 settembre è il simbolo della fine dei felici anni novanta clintoniani e annuncia l’era successiva, in cui nuovi muri spuntano da tutte le parti: tra Israele e Cisgiordania, attorno all’Unione europea, lungo il confine Stati Uniti-Messico, ma anche all’interno degli stati.

A quanto pare, insomma, l’utopia di Fukuyama è morta due volte. L’11 settembre 2001 è crollata l’utopia politica liberaldemocratica, e il crac finanziario del 2008 ha annunciato la fine della sua dimensione economica. Nel momento in cui il liberismo si presenta come antiutopia incarnata e il neoliberismo si propone come contrassegno della nuova era, in cui l’umanità ha ormai abbandonato i progetti che sono stati responsabili degli orrori totalitari del novecento, è sempre più chiaro che il vero periodo dell’utopia sono stati gli anni novanta, con la loro fede che l’umanità avesse finalmente trovato la ricetta del perfetto ordine socioeconomico.

L’esperienza di questi ultimi decenni dimostra che il mercato non è un meccanismo benigno: funziona nel migliore dei modi se è lasciato in pace a fare il suo lavoro, ma per funzionare ha bisogno di un bel po’ di violenza extramercato. La reazione dei liberisti fondamentalisti di fronte alle devastanti conseguenze dell’applicazione delle loro ricette è tipica degli utopisti “totalitari”: danno la colpa del fallimento ai compromessi accettati da chi ha messo in atto le loro idee (c’è ancora troppo intervento dello stato nel mercato eccetera), e pretendono che la dottrina del libero mercato sia attuata in modo ancor più radicale.

I nuovi pericolosi utopisti
E oggi, a che punto siamo? Vale la pena ricordare la sorte di Viktor Kravcenko, il diplomatico sovietico che nel 1944 chiese asilo politico in occidente mentre si trovava a New York e scrisse il famoso Ho scelto la libertà, la prima autobiografia sugli orrori dello stalinismo. Il libro comincia con un resoconto dettagliato della collettivizzazione forzata in Ucraina e della carestia di massa che devastò il paese. La parte più nota della sua storia finisce a Parigi nel 1949, quando Kravcenko vinse trionfalmente il processo contro i suoi accusatori sovietici, che portarono in tribunale perfino la sua ex moglie perché testimoniasse che era corrotto, alcolizzato e colpevole di violenze domestiche.

Quel che è meno noto è che subito dopo la sua vittoria, mentre il mondo lo accoglieva come un eroe della guerra fredda, Kravcenko era sempre più preoccupato per la caccia alle streghe anticomunista promossa da McCarthy negli Stati Uniti e dichiarò più volte che quel modo di combattere lo stalinismo cominciava a somigliare troppo al nemico che voleva sconfiggere. Sempre più consapevole delle ingiustizie del mondo occidentale, Kravcenko fu travolto dall’ossessione di voler cambiare radicalmente anche le società democratiche.

E così, dopo aver scritto un seguito assai meno famoso di Ho scelto la libertà, significativamente intitolato Ho scelto la giustizia, si gettò in una crociata per una nuova organizzazione della produzione industriale, che sfruttasse di meno i lavoratori. La lotta lo condusse in Bolivia, dove investì (e perse) tutti i suoi soldi per organizzare delle cooperative contadine. Schiacciato dal peso dei fallimenti, Kravcenko si ritirò a vita privata e si suicidò sparandosi nella sua casa di New York.

Oggi i nuovi Kravcenko si trovano ovunque: dagli Stati Uniti all’India, dall’America Latina all’Africa, dalla Cina al Giappone, dal Medio Oriente all’Europa occidentale e orientale. Sono diversi tra loro e parlano lingue diverse, ma sono più numerosi di quel che si pensa. E chi sta ancora al governo teme più di ogni altra cosa che le loro voci diventino sempre più forti e compatte.

Questi novelli Kravcenko vedono che le circostanze ci stanno spingendo verso la catastrofe e sono disposti ad agire sfidando ogni probabilità d’insuccesso. Delusi dal comunismo del novecento, sono pronti a ricominciare da zero e a reinventare su basi nuove la ricerca della giustizia. I loro nemici li trattano come pericolosi utopisti, ma sono gli unici a essersi svegliati davvero dal sogno utopico in cui molti di noi sono ancora immersi. Sono loro, e non i nostalgici del socialismo reale, la vera speranza della sinistra.

Slavoj Zizek è un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro è In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie 2009).

Permalink ? commenti ? commenti (popup)
categoria : internazionale

postato da andrij83 alle ore 22:01
mercoledì, 11 novembre 2009

Sono tornato a casa tardi stasera e mentre cenavo sono capitato su che tempo che fa proprio nel momento in cui Saviano parlava di Ken Saro-Wiwa. In effetti ier cadeva il 14° anniversario della sua morte. Visto che forse da domani qualcuno in più lo conoscerà sono andato a ripescare il post (uno dei primi) che scrissi precisamente 4 anni fa a 10 anni dalla morte del poeta e scrittore nigeriano, ucciso dal governo nigeriano su mandato della shell. Vi invito a leggerlo (link). E visto che ricordare (o conoscere) fa sempre bene, prima di aspettare che ne debba parlare qualcun'altro, ricordiamo anche altre due persone di cui parlai in questo blog: Chico Mendes (link) e Patrice Lumumba (link). Ken Saro-Wiwa morì per difendere i diritti del popolo Ogoni minacciato dalle devastazioni ambientali che la Shell provocava. Chico Mendes morì assassinato perché difendeva l'Amazzonia dalla devastazione e dalla deforestazione provocate dalle grandi multinazionali. Lumumba invece pensava che il Congo dovesse smettere di essere terra di conquista economica del Belgio e del resto dell'occidente. Per questo fu ucciso con l'appoggio degli Stati Uniti e dello stesso Belgio. Lumumba la cui storia è simile a quella di tanti altri, Thomas Sankara o Salvador Allende.

Visto che oggi ricordiamo Ken Saro-Wiwa, sarà bene ricordare anche tutti gli altri. Perché in troppi sono morti combattendo un potere che ancora non si è riuscito a sconfiggere. Non so perché ma mi viene in mente una canzone "I fought the law and the law won".

Permalink ? commenti ? commenti (popup)
categoria : uomini

postato da andrij83 alle ore 13:49
mercoledì, 11 novembre 2009

Ci risiamo, il Governo è di nuovo all'attacco per la privatizzazione dei servizi pubblici locali. In questo caso l'offensiva è rivolta all'acqua, i trasporti comunali su gomma e i rifiuti. Non c'è che dire tre bei business che, in periodo di crisi, farebbero gola a chiunque.

Problema del Governo (ma anche dell'opposizione che è complice silente quando è in minoranza, promotrice di provvedimenti affini quando governa) è che anche in Italia c'è un movimento fatto di cittadini e associazioni che si oppone con forza a queste logiche: il Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua.

Dopo la legge di iniziativa popolare "Acqua Pubblica" che raccolse oltre 400mila firme e che giace in discussione presso la commissione ambiente della Camera dei Deputati, oggi è stata lanciata una nuova campagna denominata "Salva l'acqua". Tra le varie cose c'è l'invito ai cittadini di iniziare petizioni popolari sui propri territori allo scopo di chiedere ai propri consigli comunali di prendere una posizione netta contro le privatizzazioni e di riconoscere nei propri statuti comunali il Diritto umano all'acqua e il servizio idrico integrato comun un servizio pubblico locale privo di rilevanza economica da gestire attraverso un Ente di Diritto pubblico.

Come Attac Pomezia non potevamo tirarci indietro. Abbiamo per il momento lanciato una petizione popolare on-line (http://www.firmiamo.it/pomeziaacquapubblica) e, approfittando della settimana di mobilitazione nazionale lanciata dal forum, per il 18 novembre prossimo abbiamo organizzato un incontro pubblico su questi temi dove lanceremo anche ufficialmente questa petizione. A chi è di Pomezia invito a firmarla. Per chi è di altri posti vi invito invece a fare la stessa cosa anche sul vostro territorio.

Ulteriori informazioni, anche su come collaborare con Attac per questa causa sul nuovo sito del nostro comitato locale: http://attacpomezia.wordpress.com. Per il resto non mi resta altro che invitarvi a firmare e a partecipare all'incontro del 18 di cui di seguito riporto la locandina.

Attacincontri

Rimanendo su Attac, passando però ad un livello più ampio, sabato 14 novembre presso la sala della Pace alla Provincia di Roma è stato organizzato un seminario nazionale sul clima in vista di Copenaghen. Inizierà la mattina alle 10 con l'intervento di alcuni esperti per proseguire poi subito dopo pranzo (sarà offerto un buffet freddo) con un'assemblea dove movimenti, comitati e associazioni discuteranno di possibili mobilitazioni e azioni da intraprendere.
Insomma, anche qui, per chi è di Roma o si trova a passare o vuole venire appositamente, invito a non mancare. Ulteriori informazioni su relatori, ecc. sul sito di Attac Italia: http://www.attac.it

Permalink ? commenti ? commenti (popup)
categoria : nazionale, locale, attac, in movimento, ripubblicizzazioni

postato da andrij83 alle ore 13:59
giovedì, 17 settembre 2009

Della stampa e della libertà di stampa parlai a suo tempo, commentando - con una serie di post a puntate - le varie proposte di grilliana (e in parte) idiota memoria. Ora è inevitabile tornare a scrivere qualcosa in vista della manifestazione del 19, oggi rimandata a data da destinarsi per il lutto che ci ha colpito. Ironico. E se ne potrebbe parlare molto a lungo. Del tipo, dopo 8 anni quali sono stati i passi avanti? Ovviamente tranne le elezioni truccate.

Innanzitutto mi scuso con tutti quelli che hanno commentato il precedente post sull'Iran. Risponderò. E' stato un periodo troppo pieno questo per farlo tra il penultimo esame (oggi) e la scadenza delle pratiche burocratiche (che odio con tutto me stesso) che mi costringono entro il 29 settembre a fare luce sulla documentazione, il modo di compilare il tutto, per poter infine discutere la tesi a dicembre.

Comunque, tornando all'argomento del post. Che si fosse fatta il 19 o che si farà quando si vuole, non andrò comunque alla manifestazione. I motivi sono semplici e in parte dovuti alla mia esperienza personale e a ciò per cui sto lavorando. Essenzialmente la libertà di stampa in Italia è una pratica legata ad una lobby definita "Ordine dei giornalisti". Il fatto di non essere un giornalista riconosciuto, come il fatto di non poter dirigere un giornale se non si è iscritti all'ordine, rende di fatto la libertà di stampa soggetta a degli adempimenti burocratici e amministrativi privi di senso ed infatti unici al mondo.
Tra le altre cose assoggetta i futuri aspiranti giornalisti (tra cui il sottoscritto) ad almeno due anni di sfruttamento demandando oltretutto alle singole strutture regionali dell'ordine la decisione di cosa richiedere per l'iscrizione. Così, ad esempio in Piemonte se si scrive su un quindicinnale (come il sottoscritto) bastano una quarantina di articoli in almeno 24 mesi. Nel Lazio invece gli articoli (a preiscindere dalla periodicità del giornale con cui si collabora) sono 80, sempre in almento 24 mesi. Più un esame orale con il segretario regionale dell'ordine. Tralasciando comunque la burocrazia (che in sé porta i germi di una disuguaglianza sostanziale tra persone residenti in diverse regioni), parliamo poi dello sfruttamento. Ora, posto che il giornale e le persone con cui collaboro io sono simpatiche e quindi alla fin fine sono felice di quest'esperienza, resta il fatto che l'aspirante giornalista che si presenta ad un giornale rimane sempre una persona senza esperienza, per cui sembra che già il fatto che ti versino le ritenute d'acconto per iscriverti all'ordine è più del dovuto. E non sempre è facile trovare persone corrette che ti versano quanto ti serve. Già, perché le ritenute d'acconto devono essere di una certa cifra (anche quella decisa dai vari ordini regionali), altrimenti dell'iscrizione non se ne fa nulla.

Una volta scritti gli articoli e passati i 24 mesi, la libertà di stampa è assoggettata al versamento della cifra di circa 250 € più alcune marche da bollo per l'iscrizione e al rinnovo annuale del proprio tesserino per la modica cifra di circa 100 €. Neanche troppo costa questa libertà costituzionalmente riconosciuta. Vista l'inutilità derivata della costituzione poteva anche andarci peggio.

Da tutto questo si evince facilmente il motivo che mi terrà lontano da questa manifestazione per la libertà (per pochi) della stampa. Cominciamo a discutere di cancellazione dell'ordine e su quello costruiamo una bella manifestazione che metta insieme anche tutte le belle parole di questi giorni, e probabilmente in piazza ce ne sarà uno di più.

Scusate la confusione ma ho scritto di getto e senza rileggere. Quindi perdonate anche errori ortografici, tempi dei verbi messi alla come capita e tutto il resto. L'importante è il contenuto non la forma. Sennò Di Pietro e Bossi col cavolo che stavano al 20% in due.

Permalink ? commenti (13)? commenti (13)(popup)
categoria : media, nazionale

postato da andrij83 alle ore 18:40
mercoledì, 05 agosto 2009

E' ormai da qualche tempo che l'Iran è alle prese con una rivolta di popolo contro il regime degli ayatollah. Nata inizialmente come protesta contro i brogli (o presunti brogli) elettorali che hanno consegnato la vittoria ad Ahmadinejad, la cosa è andata allargandosi e trasformandosi, prendendo ora di mira l'intero sistema di Governo, proibizionista, repressivo e corrotto.

Come spesso avviene in questi casi, mi è capitato, nell'ambito delle forze della sinistra, comuniste e anti-imperialiste di ascoltare e leggere prese di posizione favorevoli al regime iraniano, elevato a simbolo dell'anti-imperialismo contro le mire espansionistiche di Stati Uniti e alleati.

Posizione che non posso assolutamente condividere.

I motivi sono almeno tre.

Il primo è che la protesta esplosa contro il regime iraniano nasce da un desiderio del popolo di essere libero. Non quindi proteste pilotate ad arte per un cambio di colore del regime e la sostituzione dell'oppressore. Basta osservare con attenzione per capire come molti di quelli che oggi manifestano contro il regime degli Ayatollah – tanto in Iran quanti, in esilio, al di fuori dei confini del Paese – sono gli stessi che si scagliavano contro il regime dello Scià, Reza Pahlavi. Quello che avvenne nel 1979 fu un semplice cambio di oppressore con il popolo che comunque rimase vittima. Oggi può accadere nuovamente una cosa di questo tipo, però questo movimento potrebbe benissimo portare alla propria liberazione. Su questa cosa tornerò nel terzo punto.

Il secondo motivo per cui non posso condividere una difesa dell'attuale Governo iraniano sta nel fatto che il regime è guidato da una gerarchia religiosa che fa dell'Iran uno Stato confessionale Islamico. D è lo stesso fatto di sostenere un regime religioso ad entrare profondamente in conflitto con quello che è il pensiero marxista della “religione come oppio dei popoli”. Marx infatti dimostrò che l'alienazione, frutto della società capitalistica, che l'operaio vive e avverte di vivere sul piano economico, trova il suo equivalente sovrastrutturale in quello che accade al credente sul piano religioso. Così, quello che veniva descritto nei Manoscritti economico-filosofici, ovvero che "l'operaio si viene a trovare rispetto al prodotto del suo lavoro come rispetto ad un oggetto estraneo" avviene anche nell'ambito religioso. È infatti la religione a recepire e giustificare, modificando continuamente i suoi contenuti, l'estraniazione materiale del capitalismo. E così, tornando ai Manoscritti, "quante più cose l'uomo trasferisce in Dio, tanto meno egli ne ritiene in se stesso".  Dunque religione come elemento sovrastrutturale che va a sommarsi a tutti gli altri creati dai sistemi capitalistici.

Proprio partendo dunque da questa critica alla religione non credo si possa giustificare un regime che, attraverso l'imposizione di questa sovrastruttura, costringe all'oppressione un intero popolo. Riprendendo quindi il concetto del punto precedente sul cambio di colore tra regime dello Scià e quello degli Ayatollah, si può affermare in tranquillità che in Iran ci fu un cambio di sovrastrutture che non poteva ovviamente accompagnarsi alla liberazione del popolo. Del resto già la dicitura “Repubblica Islamica dell'Iran” porta in sé il concetto di sovrastruttura e di conseguente oppressione. Che differenza c'è se la dicitura fosse stata “Repubblica Capitalistica dell'Iran”? Per questo oggi sostengo gli iraniani che cercano di liberarsi da questa oppressione pluridecennale. Ed è per questo che credo che i movimenti anticapitalisti dovrebbero sostenere la lotta del popolo dell'Iran.

Terzo punto sta nel fatto che tutti coloro che in un modo o nell'altro sostengono il Governo di  Ahmadinejad giustificano parte di questa loro scelta con il fatto che, in Occidente, la lotta del popolo iraniano è sostenuta anche dalle élite politico-economiche, senza alcuna discontinuità tra c.d. Conservatori e c.d. Progressisti. Punto in cui entra in gioco, a mio modo di vedere le cose il concetto di egemonia. Lo scontro in Italia non deve essere tra forze di destra e moderate che, da una parte, sostengono la lotta per il cambio di Governo in Iran e, dall'altra, le forze comuniste e anticapitaliste che invece sostengono il regime in nome della difesa della presunta autodeterminazione dell'Iran contro i tentativi di penetramento Occidentali. La lotta deve spostarsi invece su un piano diverso e tutto interno all'auspicio di una deposizione dell'attuale regime iraniano.

Se affrontiamo la cosa nella sua dimensione interna, lo scontro è tra coloro – le élite nostrane – che di certo sostengono quello che più su ho definito un cambio di colore, ovvero l'insediamento di un Governo che favorisca la penetrazione delle multinazionali e lo sfruttamento delle risorse naturali del Paese in nome del profitto con conseguente sfruttamento e alienazione dei lavoratori iraniani; e i movimenti comunisti e anticapitalisti che dovrebbero sostenere la lotta del popolo in nome di un Governo aperto e democratico che difenda il diritto all'autodeterminazione dello stesso popolo, tanto contro l'alienazione economica che contro l'alienazione religiosa.

Per questo, dicevo, entra in gioco l'egemonia. Compito dei comunisti è infatti mettere in risalto l'ipocrisia delle élite dominanti occidentali che, schierandosi a fianco delle rivolte del popolo iraniano, in realtà ne tentano uno sfruttamento in nome dei loro affari e non di certo in una prospettiva di autodeterminazione. Si schierano contro l'oppressione religiosa ma non per una liberazione totale del popolo, bensì per sostituirla con l'oppressione liberista del mercato che tanti disastri umani abbiamo visto portare in Est Europa.

Questi sono, in breve, i motivi per i quali sono a fianco della rivolta popolare in Iran e per questo credo che compito dei comunisti sia di sostenerla, facendo egemonia all'interno del campo di chi – in un modo o nell'altro, per un fine o per un altro – la sostiene, imprimendo una direzione netta verso la liberazione e l'autodeterminazione del popolo iraniano, tanto contro il regime religioso che contro il tentativo di sostituirlo con un regime mercatista.
Permalink ? commenti (14)? commenti (14)(popup)
categoria : internazionale

postato da andrij83 alle ore 11:15
domenica, 02 agosto 2009

Nonostante tutto non ci sono molte cose da scrivere in questo periodo. Nulla che non si sia già visto o che sia trito e ritrito. Anche il dibattito dalle mie parti (a sinistra)  è parecchio sterile e noioso sotto quel punto di vista. Poi sono sommerso dagli impegni. In più per un paio di mesi mi toccherà gestire (e ho già iniziato) anche il sito di Attac Italia e quindi questo blog risentirà un pò di tutto questo. In più da ieri ho installato un nuovo antivirus che mi va in conflitto con non so bene cosa e non mi permette di navigare. Ciò significa che ho spacco il pc o lunedì lo porto in assistenza... Mi sa che anche stavolta si salverà e opterò per la seconda via.

Comunque, venendo al post è dedicato a tutti coloro che pensano che in Cina il socialismo non esista più. L'articolo che riporto, estratto da repubblica dimostra il contrario. E fa capire anche che come sempre, il socialismo reale non parte dagli organi di Governo, ma dalla popolazione.
Viva i compagni lavoratori cinesi. E come canta Ascanio Celestini (a proposito, vi consiglio il suo primo cd "parole sante"), stanotte sotto il cielo turchino c'è un padrone di meno.

Cina, dopo l'omicidio del manager bloccata vendita della fabbrica

 

PECHINO - E' stato annullato l'acquisto dell'acciaieria cinese dove gli operai hanno ucciso il direttore, infuriati per una raffica di licenziamenti dovuti all'acquisto della fabbrica da parte di un'altra azienda del settore.

"Il governo provinciale di Jilin (la provincia dove si trova la fabbrica) ha deciso di bloccare la fusione - ha reso noto un responsabile -. La polizia ha aperto un'inchiesta sull'omicidio". L'agenzia di stampa Nuova Cina ha comunicato che l'acquisizione della fabbrica è stata annullata "per impedire alla situazione di aggravarsi".

L'episodio è avvenuto venerdì. Circa 30.000 lavoratori dell'acciaieria, che protestavano contro l'acquisizione, hanno picchiato a morte il manager e si sono scontrati con la polizia con un bilancio di un centinaio di feriti.
Secondo il Centro di informazione per i diritti umani e la democrazia di Hong Kong, la notizia che la Jianlong Steel Holding Company, una azienda di Pechino, stava rilevando la quota di maggioranza della Tonghua Iron e Steel Group, statale, ha scatenato le proteste nella provincia nordorientale di Jilin.

Chen Guojun, il direttore generale della Jianlong, è stato picchiato a morte dagli operai, infuriati dopo aver saputo che il manager lo scorso anno aveva guadagnato circa tre milioni di yuan (poco più di 300 mila euro), mentre gli operai della Tonghua che andranno a casa ne prenderanno 200 al mese. Gli operai, che hanno bloccato anche alcune strade e distrutto tre auto della polizia, non hanno lasciato passare l'ambulanza inviata per soccorrere il dirigente.

La Cina, il maggior produttore e consumatore di acciaio del mondo, sta cercando di razionalizzare il settore, ma questi progetti incontrano la forte resistenza dei lavoratori e dei governi locali, preoccupati dei contraccolpi economici in un periodo di crisi globale. (27 luglio 2009)

Permalink ? commenti (5)? commenti (5)(popup)
categoria : internazionale, classe operaia

postato da andrij83 alle ore 13:57
lunedì, 22 giugno 2009

In attesa di poter tornare a scrivere cose più compiute un post di passaggio. Così, giusto per non perdere l'abitudine.

Nei giorni scorsi un amico fotografo ha mandato una mail ad altri suoi amici fotografi, tra cui me (lo ringrazio per questo termine che non mi si addice poi ancora così tanto) chiedendoci di spedire qualche foto per un evento che si terrà ad Arles. Da quanto ho capito ogni anno in questa città fanno un festival di fotografia che coinvolge l'intera comunità, dal centro alla periferia. Quest'anno, pare per mancanza di fondi, alcuni quartieri sono stati tagliati fuori. I cittadini si sono ribellati e hanno autorganizzato l'evento anche tra le loro strade. Così hanno chiamato a raccolta un pò di fotografi. Morale della favola in 18 (di questo gruppo) abbiamo risposto. Le foto, alcune francamente stupende, sono a questo link (cliccate qui). Una delizia per gli occhi. 

Ieri e sabato sono stato a Certaldo (Firenze) all'assemblea nazionale di Attac. Due giorni di discussioni come sempre molto costruttive, specie grazie alle differenze di analisi (spesso profonde e inconciliabili) che attac sa garantire al proprio interno. Alla fine dell'assemblea è stato nominato il consiglio nazionale per i prossimi due anni. Avrò il privilegio di farne parte come esponente del comitato locale di Pomezia. Un'esperienza che avevo la voglia di fare e che aggiungerà sicuramente qualcosa al mio modo di vedere e pensare. Un'esperienza che mi ruberà un pò di tempo che spero di liberare innazitutto laureandomi.

Oggi è stato giorno di compere. Due libri acquistati e due ordinati. Comincio a pensare davvero che con la mia fidanzata costruiremo la nostra casa in libri. Due (uno ordinato e uno comprato) mi servono per capire. Gli altri due (anche qui uno comprato e uno ordinato) serviranno invece per i miei figli.
Quelli per capire sono "Razza padana" edito da bur e "Nord Operaio" edito da il manifesto libri. Che sono un attento osservatore del lavoro della Lega ha partire dall'organizzazione territoriale e dalla gestione dei circoli ormai l'avranno capito anche i muri. Però voglio capire meglio come è strutturata tutta la loro organizzazione. Del resto è stato un partito che nel 2006 davano tutti per finito e che invece oggi minaccia pesantemente perfino il "maggioritario" Pdl. Ed è un partito che ha retto e si è rilanciato soprattutto grazie al lavoro sui territori che ne hanno mantenuto vive le idee (di merda! passatemi la volgarità) e garantita la sopravvivenza ed il rilancio. Una capacità di agire territoriale che manca a tutti noi. Nord Operaio invece mi serve per capire quali possono essere gli spazi di manovra e di agire. Perché non basta solo tornare sul territorio, ma bisogna trovare il metodo per tornare vicini ai bisogni delle persone. Frasi fatte, luogo comune, è vero. Ma mi sembra che lo sia solo a livello linguistico e semantico. Un pò meno a livello pratico e pragmatico.
I libri che serviranno ai miei figli sono invece "scuola diaz: vergogna di stato" edito da Edizioni alegre e "Restiamo Umani" di vittorio arrigoni edito, anche qui, da il manifesto libri. Perché per i miei figli. Semplicissimo. La memoria dei fatti è fondamentale per vivere liberi. In questo senso questi due libri a me non servivano. La memoria del G8 di Genova e dell'ultimo massacro in terra di Palestina a me resteranno perché lì ho vissuti. Perché quanto accadeva lo leggevo e vedevo ogni giorno con i miei occhi. Perché, per quanto nelle mie piccole possibilità ho provato a contrastare questi due massacri e le idee da cui sono scaturiti. Quest'ultime continuo a provare a farlo. I miei figli invece, non essendoci, non avranno memoria di questo. E quindi sarà fondamentale avere questi libri a casa. Per far si che anche loro potranno conoscere cosa accadde nel luglio del 2001 in Italia e tra il dicembre 2008 e il febbraio 2009 in Palestina.

Ovviamente ve li consiglio tutti e quattro (di cui almeno tre spassionatamente).

Faccio un'aggiunta. Un video della Spasulati Band (link), gruppo reggae di uno dei miei paesi in arbereshe (il mio è Macchia Albanese, Maqi, frazione di San Demetrio Corone, Shën Mitri). Per saperne di più vi lascio un paio di siti (link e link). Un popolo che ancora dopo secoli difende la sua lingua e le sue tradizioni che provengono da ceppi linguistici e culturali altri rispetto a quelli italiani. Mi piace pensare e ricordare sempre che se non ci fosse stata l'immigrazione e se alcuni albanesi non fossero venuti in Italia ormai più di qualche secolo fa, oggi non ci sarei neanche io, almeno per quello che sono. 

Permalink ? commenti (11)? commenti (11)(popup)
categoria : libri, attac