Il 2006 si chiude con 24 guerre in corso e milioni e milioni di morti, torture e sopprusi di ogni tipo. Ancora milioni di persone, uomini, donne, vecchi e bambini muoiono di stenti e malattie. In Africa la piaga dell'Aids, della Malaria e di mille altre malattie non si riescono a debellare. L'inquinamento del Pianeta continua ad aumentare. I dislivelli sociali nel ricco mondo occidentale si allargano. La violenza, di qualsiasi tipo essa sia, etnica, sessuale... è in costante aumento.

Ma nonostante ciò, c'è ancora chi lotta e chi crede che un Mondo diverso, migliore, uguale, eguale, sia possibile. E allora, a loro vanno tutti i miei migliori auguri. Che il 2007 conservi tutto il vostro entusiasmo... ed anche il mio.
«Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare di indignazione ogni qual volta si commetta un'ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante»
Ernesto Che Guevara,
lettera a Maria Rosario Guevara, 20 febbraio 1964

BUON ANNO, DI CUORE
Con Saddam Hussein molti civili morirono e per questo ha pagato con la pena di morte i suoi crimini. Da quando, tre anni fa è stato deposto, molti civili sono stati massacrati dalle forze occupanti. Chi di loro pagherà per questi morti? Bush? Blair? Berlusconi? E per i Sandinisti morti in Nicaragua? Quanto ha pagato Pinochet per tutti i suoi crimini? Fa sempre bene ricordarsi che il concetto di giustizia è opinabile e variabile.

L'ennesimo atto di intolleranza e violenza si è consumato un paio di notti fa a Opera (Milano). Un campo Rom in allestimento è stato bruciato. L'atto è stato incoraggiato tra gli altri da Lega e AN e si è consumato nella totale impunità. Gli episodi di razzismo verso gli Zingari si susseguono con estrema frequenza. Poco importa di che etnia siano. Per la gente qualsiasi, l'italiano medio, sempre più sotto la media, gli zingari sono zingari. Sull'argomento riporto un articolo con un'intervista a un prete, Don Massimo Mapelli, della Casa della Carità. Troppo facile sarebbe stato riportare i commenti di esponenti di Rifondazione Comunista o simili. Invece mi sembra giusto dare voce ad un'esponente della chiesa cattolica, a cui sicuramente molti di quelli che hanno partecipato al raid contro il campo nomadi dichiarano la propria fede. Più politica che ideale. E mi sembra giusto che a farlo sia una persona, come sono io, che non fa riferimento alla chiesa. Ma bensì ad alcune sue declinazioni, come la Teologia della Liberazione, o alcuni suoi personaggi. Sempre con spirito critico.
«Quelli che amano il presepe, ma se è dei nomadi lo bruciano» di M.Ca. su Il Manifesto del 23/12/2006
Don Massimo Mapelli, della Casa della Carità. «Ne ho viste tante contro i Rom, ma il raid di Opera è senza precedenti». L'incontro «faticoso ma possibile» con i nomadi
Don Massimo Mapelli, stazza da giocatore di football americano, braccio destro di don Virginio Colmegna alla Casa della Carità dove i rom sono cosa sua. Lo intervestiamo dopo il raid che ha distrutto il campo nomadi di Opera.
La prima domanda a un prete è obbigata. Tanto parlare di presepe e poi...
Faccio mio il commento di don Renato, parroco di Opera. Stavamo allestendo un presepe vivente. Quelli che si riempiono la bocca dei valori cristiani, senza sapere cosa siano, l'hanno bruciato.
I 75 rom sgombrati il 14 dicembre da via Ripamonti e che avrebbero dovuto andare sotto le tende a Opera adesso dove sono?
La prima notte l'hanno passata qui da noi alla Casa della Carità. Poi sono stati divisi in tre centri d'accoglienza invernale del comune di Milano. Domani (oggi per chi legge, ndr) saranno nell'area circense di Opera. Da mezzogiorno in poi faremo una festa, con grigliata e musica rom della Banda del villaggio solidale. Vogliamo che gli abitanti di Opera li vedano e li conoscano per quello che sono. Esseri umani.
Il raid squadristico di Opera è un fatto senza precedenti. Chi l'ha compiuto non si è nascosto. L'ha fatto con tracotanza, muovendo dal luogo pubblico per eccellenza, il consiglio comunale.
Anch'io che ne ho viste di cotte e di crude sono sorpreso e sgomento. Ne ho sentiti tanti berciare nei megafoni, gridare che i campi rom vanno bruciati. A Opera l'hanno fatto. Per fortuna, senza nessuno dentro le tende.
Come si è comporta la giunta di centrosinistra di Opera?
Con sensibilità e responsabilità. Ha dato la sua disponibiità a tamponare un'emergenza creata da altri con lo sgombero di via Ripamonti. Uno sgombero che, battuta da prete, sembra stato fatto dallo spirito santo. Emergenza, lo dice la parola stessa, significa aver poco tempo per informare la cittadinanza, per mediare, per costruire il consenso. E' la prima nemica della solidarietà intelligente. Anche quando si ha tempo a disposizione far accettare i rom è fatica. Figuriamoci con 48 ore a disposizione.
Gli albanesi, alla fine, vengono digeriti. I negher sono allegri e ci stanno simpatici. Perché solo l'ostilità per gli zingari è inossidabile?
Li sentiamo come i più diversi da noi. Siamo maldisposti all'incontro e anche loro riluttano a farsi incontrare. Però si può fare.
Da un anno e mezzo, oltre a inseguire le emergenze, la Casa della Carità segue un'ottantina di rom che abitano in casette prefabbricate al parco Lambro. Il bilancio?
Tutti i bambini vanno a scuola, con operatori di sostegno. Tutte le donne hanno seguito corsi di formazione, dalla cura domestica al cucito. Alcune lavorano in imprese di pulizia. Un gruppetto di uomini lavorano nell'edilizia. Quelli che suonano hanno formato la Banda del villaggio solidale. Non fanno più accattonaggio con la fisarmonica e il violino. Li chiamano alle feste e si fanno giustamente pagare.
Il primo gennaio la Romania e la Bulgaria entreranno a pieno titolo nella Ue. Il vicesindaco di Milano De Corato (An) da settimane sottolinea quella data, paventa l'arrivo in città di 40 mila romeni in un colpo solo. Lo sgombero prenatalizio di via Ripamonti è un messaggio per dire «state a casa vostra»?
Se lo è, non funzionerà. Sono stato due volte nella zona di Craiova, da dove viene la maggior parte di rom presenti a Milano. Stanno in case senza luce e senza acqua. Come tutti i poveri si spostano nei paesi ricchi.
L'8,9 e 10 dicembre come preannunciato si è svolto ad Urbino la V edizione dell'Università popolare di ATTAC Italia. Apparte il viaggio, all'andata mi sono perso tre volte, al ritorno ho trovato un traffico da far paura, è stata un'esperienza positiva e sicuramente arricchente. Il primo giorno era incentrato sulla distribuzione internazionale. Di particolare interesse l'intervento di Raffaele Salinari (Terres des Hommes) sulla disuguaglianza generazionale e quello di Andrea Baranes (CRBM) sulle tasse globali, Tobin tax, ecc... campagne sulle quali si fonda l'attività di Attac. Interessante anche se totalmente antitetico al mio modo di pensare l'intervento di Ernesto Screpanti dell'Università di Siena sulla seconda globalizzazione.
Il secondo giorno invece si è parlato della distribuzione per classe sociale, con la presenza di Giorgio Cremaschi (FIOM) che ha parlato della precarizzazione del lavoro e di Marco (ATTAC) il quale ha parlato delle privatizzazione, in riferimento anche a quella degli acquedotti, altra campagna su cui Attac incentra le sue energie.
Interessantissimo il terzo giorno. Forse anche perchè si è parlato di temi di cui difficilmente si sente parlare altrove. Il tema era la distribuzione di genere. Ha aperto la giornata l'intervento di Lidia Cirillo (Marcia Mondiale delle Donne) con un intervento sul "contributo dello spazio queer al dibattito sulla soggettività). Poi Laura Corradi (Università della Calabria) che si è soffermata sulle nuove tecnologie e l'oppressione di genere. Infine, ha chiuso la giornata e l'università Daniela Danna (sociologa dell'Università di Milano) parlando della "Violenza contro le donne e disuguaglianza: l’attualità dell’oppressione di genere".
La prossima università dovrebbe svolgersi durante il periodo di pasqua sempre ad Urbino o comunque nelle Marche.
Come resoconto non è nulla di che, ma c'è un motivo. Solitamente non mi piace scrivere le mie impressioni. Mi piace più confrontarle. Certo difficile farlo con chi non c'era. Fortunatamente a questo c'ha pensato un ragazzo di Attac Napoli, Fabrizio, che ho conosciuto ad Urbino. Infatti, armato di lettore mp3 ha registrato tutti gli interventi e li ha riportati sul suo sito: www.ideelibre.it. Vi rimando al suo spazio per ascoltare gli interventi e farvi un'idea vostra, senza che il mio fare da tramite sia fuorviante. Poi, se vorrete, vi aspetto per considerazioni e scambi di idee e vedute.

Oggi ho letto un articolo sul manifesto. Un'intervista a Gianni Rinaldini, segretario generale della FIOM. Il sasso già l'aveva lanciato sabato all'università di ATTAC ad Urbino (di cui presto posterò un resoconto), Giorgio Cremaschi, segretario sempre della FIOM. Poi stasera, a cena, stavo guardando blob. La scala. L'intervista ad una non so come definirla, riccona, borghese, nobile.... vestito, gioielli, pelliccia... marche di cui negavo l'estistenza. Più soldi addosso a lei per una sera di quanto un operaio guadagni in 10 anni. Poi, l'immagine di un uomo che fuori dalla scala, con un megafono, gridava: "un posto alla scala costa quanto la riceve un pensionato di minima ogni anno". Poi l'intervista ad un, mi pare, cantante, ma forse era un musicista. "La Scala ormai è diventata un gioco per i ricchi però pagato con i soldi dei poveri". Mi sono commosso. E' incredibile come la mia aria fredda e distaccata si sciolga solo quando mi viene da pensare alle ingiustizie di questa merda di mondo che abbiamo costruito.
La mia fiducia nella democrazia, in questa democrazia, è stata di nuovo demolita. Dopotutto Luttazzi nel suo spettacolo di qualche settimana fa disse che c'è democrazia solo se uno se la può permettere. E allora, forse non sono io contro la democrazia, molto più probabilmente questa non è democrazia.
In molti quando si parla di comunismo mi dicono la solita frase: "io non penso che siamo tutti uguali, se io lavoro e faccio i soldi e tu non fai un cazzo, non siamo uguali". Il Comunismo non è questo, mettetevelo in testa!!!!!!!!!
Il Comunismo è far si che non ci siano persone che possono permettersi lusso sfrenato e persone che invece devono passare 8 ore al giorno (quando gli va bene) davanti ad una catena di montaggio, in un lavoro alienante e usurante, pagando con il loro lavoro il benessere altrui. Il plusvalore. Ah, se solo conosceste Marx, forse la penserete diversamente, specie voi operai che votate Forza Italia. Ma dopotutto voi siete la dimostrazione che il capitalismo, la sua ideologia è riuscita a vincere. Almeno fino ad oggi.
Vorrei scrivere molto altro, ma mi limito a fare un copia/incolla con l'articolo del manifesto. Non riporto l'intervista a Rinaldini, solo una parte del cappello introduttivo, quella la potrete leggere su www.ilmanifesto.it. Anche se una cosa la devo dire, anche oggi in ultima pagina c'era una pubblicità dell'Agip (ENI). Tornando da Urbino la benzina all'Agip 1260 a litro, alla Total 10 km dopo 1210. Vaffanculo all'Agip, all'Eni, al nazionalismo, al patriottismo... ¡INTERNAZIONALISMO!
Ultima cosa, l'articolo è di Loris Campetti e si intitola: «Operai, questi sconosciuti».
Toh, gli operai. Ride Gianni Rinaldini, commentando le reazioni dei media e dei politici all'exploit mediatico delle tute blu di Mirafiori. Non i «lavoratori» genericamente intesi, proprio gli operai, quelli della chiave a stella. Quelli alla linea di montaggio che svolgono una mansione che dura meno di un minuto e si ripete, monotona per tutto il giorno, talvolta per tutta la vita. Magari lavorano pure a braccia alzate e hanno la tendinite. Magari a fine mese, se non ci sono stati scioperi, arrivano a guadagnare 1000 euro, se hanno qualche anno d'anzianità o sono non di 3° ma di 4° livello, possono trovare in busta paga addirittura 1100.
Serve aggiungere altro?
E' morto. All'età di 91 anni muore il vile Pinochet. Qualche giorno fa, dopo l'aggravarsi delle condizioni dell'ex dittatore, Luis Sepulveda scriveva di aver tirato fuori la bottiglia e i bicchieri di coloro che non c'erano più - uccisi dalla follia criminale di Pinochet e dall'imperialismo americano - per un brindisi. E allora brindiamo. Brindiamo per la sua morte. Ma il calice non è dolce come vorremmo.
Fino alla fine, il condor, come lo definisce qualcuno, ha vissuto nel lusso, nel lusso procuratogli dalla fame e dalla distruzione di un popolo, della sua democrazia e della sua dignità. Un popolo che si era affidato al socialista Allende per riparare ai danni che il capitalismo filo-americano stava producendo in Cile. Un Cile dove le ricchezze si concentravano nelle mani di pochi e la povertà era un denominatore comune per il resto della popolazione. Un Cile a cui Salvador Allende aveva promesso equità, uguaglianza e dignità. Un Cile che aveva dato fiducia al suo Presidente. Un Cile, un popolo tradito da Pinochet. Un popolo che ha subito torture, che ha visto scomparire nel nulla i suoi figli, che ha visto traditi i suoi sogni, che ha visto riconsegnarsi agli affari delle multinazionali del Nord del Mondo.
Ma questo suo tradimento a Pinochet non è costato neanche un giorno di carcere. I familiari delle vittime, dei desaparecidos, i migliaia di esiliati non hanno potuto ricevere giustizia per i suoi crimini. E se pure sono scesi in piazza per festeggiare la morte del dittatore, questa non potrà essere una vittoria. Non come vederlo condannato per i suoi crimini. Vederlo in galera.
Qualcuno ha osato levare anche qualche voce di dissenzo per la mancanza dei funerali di Stato o del lutto nazionale. Sono gli stessi che oggi piangono per la morte di Pinochet. Gli stessi che lo appoggiarono all'epoca del golpe che spazzò via per sempre la democrazia cilena, per la paura di perdere i loro privilegi, il loro stato di benessere. Gli stessi che furono colpiti dalla riforma agraria del governo Allende e dalla ridistribuzione delle terre. I latifondisti, i feudatari che viveno nell'agio approfittando del lavoro e della miseria altrui. Gli stessi che, tenendo fede all'egoismo di una parte del genere umano, non erano pronti a cedere parte dei propri privilegi e del proprio benessere per il diritto ad una vita digintosa degli altri. Gli stessi che non potevano accettare che i figli dei miserabili, degli ultimi della società sedessero allo stesso banco, nella stessa classe dei propri figli. Gli stessi che non potevano accettare che un contadino dei più umili potesse avere gli stessi dirtti di un dottore. Oggi questi piangono e le loro lacrime cadono nei nostri calici addolcendo un pò questo calice.
Noi brindiamo. Brindiamo alla salute di tutti quelli che oggi non ci sono più. E non solo dei compagni cileni. Ma dei compagni del Nicaragua, del Guatemala e di tutti gli altri Paesi dove rivoluzioni socialiste e sogni di uguaglianza furono soffocate nel sangue da qualche pupazzo della CIA.
Alla salute cari compagni.

E' iniziata questa settimana di fuoco. Oggi convegno sull'immigrazione organizzato dalla Provincia di Roma. Poi di pomeriggio incontro in Provincia con colui che, nello staff della vice-presidente della provincia, si occupa delle politiche giovanili. Entrambi interessanti e spero produttivi. Domani altro convegno sull'immigrazione. Però forse dovrò mancare, troppi altri impegni anche qui a Pomezia. Mercoledì, lavoro, poi Ostia, poi Velletri. Più di 100 km è una buona dose di pazienza. Venerdì, sabato e domenica invece Urbino per l'università dell'ATTAC. Giovedì invece, ci sarà qui al nostro circolo di Pomezia un incontro sul Kurdistan. Troppe volte la storia di questo popolo viene taciuta. E' il momento di ricominciarne a parlare.