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postato da andrij83 alle ore 13:22
sabato, 27 gennaio 2007

Oggi ripensavo ai motivi che mi spinsero ad iscrivermi nel 2002 a Rifondazione Comunista. Prima di questo passo mi interessavo di anarchismo e in seguito di movimentismo. Poi il 2001 fu l'anno della svolta. Fu l'anno di grazia di Rifondazione Comunista. Cominciò tutto con il presentarsi da sola alle elezioni politiche. Qualcuno ancora ci accusa di aver lasciato vincere Berlusconi, ma era un passo necessario. Un centro-sinistra spezzato al suo interno. Un centro-sinistra liberista, privatizzatore; che attaccava le pensioni, il sistema sociale. Un centro-sinistra perchè no, guerrafondaio, con le truppe inviate in Kosovo, provvedimento votato all'epoca anche da Verdi e PdCI. Poi fu la volta del G8 di Genova e della grande capacità di Rifondazione di leggere nei movimenti la vera novità della politica. Persone che, senza secondi fini, scesero in piazza per gridare quello che secondo loro, noi, poteva essere un mondo migliore. Un mondo liberato dalle enormi diseguaglianza tra Nord e Sud del Mondo. Diseguaglianze tenute in vita dal sistema liberista e capitalista. Sull'onda di questi due eventi ho segnato il mio avvicinamento a Rifondazione. Poi l'11 settembre e gli attentati alle Twin Towers (approposito, io sostengo la tesi complottista) e la guerra permanente e preventiva scatenata dalla follia criminale della lobby che tiene in pugno Bush. Da qui la spinta definitiva verso la tessera di Rifondazione Comunista.

Il 7 novembre 2001 al Parlamento Italiano si discute sull'inviare o meno truppe in Afghanistan. Il Parlamento approva la missione. Unici voti contrari quelli di Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista. Così, decisi di farmi la tessera. Perchè a Rifondazione e non ai Comunisti Italiani o ai Verdi? Semplice, perchè gli ultimi due, votarono l'intervento militiare in Kosovo e, per me, la politica era ed è ancora COERENZA. Oggi, sfogliando il manifesto, mi sono imbattuto in due articoli, uno di Claudio Grassi e l'altro di Fosco Giannini. Entrambi senatori, ed entrambi appartenenti all'area dell'Ernesto (la stessa a quale appartengo io) di Rifondazione Comunista. Così, ho cercato l'intervento fatto in aula, quel 7 novembre, da Fausto Bertinotti. Ricordo che mi colpì particolarmente. Del resto, all'epoca Bertinotti era un comune denominatore all'interno del PRC. Dopo una breve ricerca l'ho trovato e ve lo riporto. Tra l'altro, l'ho inviato per e-mail al compagno Fausto: bertinotti_f@camera.it. Fate lo stesso. A volte rileggere ciò che si scriveva o si diceva può far riflettere.

Manifesto PRCFAUSTO BERTINOTTI. Signor Presidente, signore deputate e signori deputati, oggi con questo voto della Camera l'Italia entra in guerra.
Ieri un'autorevole editorialista di uno dei più importanti giornali italiani ha scritto: "l'Italia è impegnata in una guerra senza quartiere quale non abbiamo più combattuto dopo il 1945". Penso che si fatica persino ad accettare questo dato di novità, forse proprio perché è così inquietante.
Il terrorismo è morte, il terrorismo è un crimine contro l'umanità.
Questo terrorismo, che l'umanità dovrebbe fronteggiare efficacemente, è un disegno politico pericoloso, drammatico ed inquietante. Bisogna essere avversi a questo disegno politico non solo per i mezzi inumani che usa, ma per i fini di società che persegue che, qualora risultassero vincenti, darebbero luogo a forme di oppressione sconosciute. Ma la guerra è una risposta ingiusta ed inefficace e se ingiusto può essere considerato il prevalere delle ragioni etico morali sulla politica, a cui la politica potrebbe volersi ribellare in nome del realismo, inefficace è la categoria principale della politica.
Questa guerra è ingiusta ed inefficace. Ingiusta, come testimoniano i morti incolpevoli, le popolazioni afghane che fuggono la morte, i talebani, ed ora anche le bombe; come testimonia chi, di questa nostra società, tende a testimoniare la sua umanità in Afghanistan, come le donne e gli uomini di Emergency.

Questa guerra è ingiusta ma è inefficace. Ormai è più di un mese: tutti gli obiettivi dichiarati sono stati falliti, falsificati, contraddetti. Non un solo terrorista è stato preso; al contrario, il fondamentalismo e il fanatismo sono cresciuti in aree a rischio nel mondo.
Paesi il cui Governo è indispensabile nella lotta al terrorismo rischiano di essere pesantemente destabilizzati. Persino le parole giuste e buone rischiano di suonare ipocrite. E molti che, negli scorsi anni, non sapevano neppure trovare una parola di solidarietà con il popolo palestinese, hanno scoperto, dopo la guerra, le sue ragioni e ci hanno proposto una soluzione giusta: due popoli, due Stati. Sennonché, nessuno ferma la macchina da guerra di Israele e persino le proposte di un aiuto a quel popolo e a quei territori vengono smentiti da una spirale di guerra. Addirittura prendono un suono sinistro le parole che vorrebbero, con gli interventi economici, costringere i palestinesi ad accettare ciò che hanno rifiutato, perché ieri, come domani, inaccettabile.
È cominciata la guerra: dopo mesi di fallimento è cominciato l'ingresso dell'Italia nella guerra, a segnare una escalation ed un protagonismo incomprensibili. È cominciata così la notte della nostra politica, la morte della politica ridotta alla sua protesi militare.
Si è detto che la guerra è cosa troppo seria perché la possano fare i generali; ora, la politica viene fatto dai generali. Tuttavia, questa scelta di guerra non è neppure una scelta innocente: dal momento che, con tutta evidenza, essa non riesce a combattere il terrorismo, di cui naturalmente non nego esserci una motivazione soggettiva in chi la promuove, vanno ricercate anche altrove le ragioni di questa guerra. E sono ragioni inquietanti. Esse riguardano la geopolitica, l'ordine mondiale. Risparmiateci davvero la vostra ipocrisia!
L'ONU è distrutta da quello che ha generato questa guerre. L'Europa è spiantata da questa guerra, ridotta ad una pallida comparsa. Persino la NATO, di cui certo non saremo noi a piangere la fine, è sostanzialmente cancellata, come qualsiasi forma di alleanza stabile, sostituita da un'alleanza a geometria variabile, decisa dal governo della globalizzazione e dal suo pivot.
Siamo ormai entrati nella seconda globalizzazione, quella che ha sostituito la presunzione della globalizzazione allo stato nascente con la globalizzazione dello stato di crisi, di cui il terrorismo e la guerra sono le manifestazioni più drammaticamente evidenti.
Siamo entrati in una condizione di instabilità assoluta e di incertezza, in cui questa seconda globalizzazione, che produce nuove ingiustizie ed incertezza, calamita un nuovo ordine delle grandi alleanze triangolari tra gli Stati Uniti d'America, la Russia e la Cina. Questo determina una gara per entrare in guerra, quasi a guadagnarsi uno status - vorrei sottolineare il cinismo di questa gara : l'entrata in guerra per paesi, nazioni e Stati sembra essere l'acquisizione di uno status-symbol di potenza, la fissazione di una sorta di gerarchia mondiale, sotto la quale rimane l'incertezza, la crisi, l'ingiustizia, che rappresentano il male principale del mondo.

E così la guerra lavora anche rispetto alla crisi economica, che si era manifestata prima della guerra e che è stata accentuata dalla guerra: 450 mila licenziati negli Stati Uniti d'America nel mese di ottobre. Di questo non si parla, come non si parla del diffondere della crisi, mentre gli stessi Stati Uniti d'America cambiano le loro forme di governo dell'economia - con i sussidi, con un nuovo intervento pubblico, alla faccia delle politiche neoliberiste - e dovunque si cercano delle risposte che, però, non si trovano. Non è alle porte il New Deal del post-Pearl Harbour; è alle porte una richiesta di union sacrée, dentro alla quale, anche nei paesi europei e nordamericani, vengono calpestate le istanze di giustizia sociale e, in particolare, di quelle del mondo del lavoro.
E la politica tace sul rapporto tra petrolio e sviluppo, tace per pudore o per ipocrisia. Il 65-70 per cento delle risorse petrolifere del mondo stanno tra il Kazakistan e il Mar rosso. Bin Laden, con il suo partito del terrore, punta a diventare il signore di questa rendita petrolifera. Ma quanto conta questa risorsa nella guerra e nella scelta di guerra? Qui c'è il silenzio della politica, qui c'è la parola alla guerra che, anche per questa ragione, non è in grado di dire quando e dove finirà, e c'è il rischio, signore e signori, che si vada verso un conflitto di civiltà.
Non ho alcuna avversione per le manifestazioni, anzi. E neanche giudico le manifestazioni per chi le convoca. Partecipo o mi oppongo a seconda della loro natura e della loro piattaforma. La manifestazione indetta in Italia, a favore degli Stati Uniti d'America, riecheggia il "con me o contro di me", e questo allude - che lo si voglia o no - ad una gerarchia delle civiltà: se ce ne è una che viene per prima, ce ne è un'altra che viene per ultima, e questo è inaccettabile. È inaccettabile mettere una cultura sopra le altre; siamo americani come siamo arabi, siamo europei come mediterranei, siamo bianchi come siamo neri, siamo portatori di ogni diversità. Senza questa accettazione, la guerra rischia di diventare infinita. Perciò, manifestiamo per la pace, per fermare la guerra.
Vorrei dire, concludendo, che io sento come "notte della politica" la grande alleanza, che si determinerà con il voto sul dispositivo di ingresso dell'Italia nella guerra, tra il Governo di centrodestra e la sua maggioranza, da un lato, e la parte prevalente del centrosinistra, dall'altro. Lo sento come la notte della politica, perché penso che la politica sia "grandi scelte": pace contro guerra, un modello di sviluppo rispetto ad un altro. Per questo possiede una forza così grande il popolo di Seattle, che parla di un altro mondo possibile. Quando le grandi differenze si occultano, non c'è l'unione del popolo e della patria, c'è l'esclusione dalla politica di tanta parte del popolo, di questo popolo italiano, che ha una vocazione di pace, che, oggi, questo voto tradisce. Per questo noi ci opponiamo.
E per questo vorremmo dire, senza polemiche interne, che si capisce per quali ragioni da questo voto esca così unito e forte il centrodestra, che ha nel suo DNA anche la guerra (Commenti di deputati di Alleanza nazionale), mentre invece il centrosinistra esce diviso e lacerato, perché è esposto alla crisi. La guerra sempre ha diviso la sinistra, e la sinistra è ricominciata dall'opposizione alla guerra (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Verdi-l'Ulivo).

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categoria : guerra, nazionale

postato da andrij83 alle ore 15:13
martedì, 23 gennaio 2007

ROMA, SABATO 10 FEBBRAIO 2007

MANIFESTAZIONE NAZIONALE

NO VAT! AUTODETERMINAZIONE, LAICITA', ANTIFASCISMO


ritrovo Piazzale Ostiense ore 14.00
arrivo corteo in Campo de' Fiori
L'autodeterminazione di tutte e di tutti, dei corpi, degli stili di vita, subisce nel nostro paese attacchi quotidiani dalla chiesa cattolica. Le gerarchie vaticane praticano la quotidiana ingerenza nel dibattito pubblico, nella società, nella politica del paese; la politica istituzionale si dimostra culturalmente subalterna e traduce puntualmente in iniziativa le pressioni di oltre Tevere.
Nel silenzio, assistiamo ad un preoccupante aumento dell'odio e della violenza ai danni di donne, gay, lesbiche, trans e numerose altre soggettività: aggressioni, stupri, omicidi, campagne organizzate di odio di
matrice fascista trovano la loro legittimazione ideologica nelle esternazioni vaticane.

Autodeterminazione, laicità, antifascismo sono le nostre pratiche di r/esistenza.

DENUNCIAMO

- l'ingerenza della chiesa cattolica e la sudditanza della politica italiana, sia di destra che di sinistra;

- l'alleanza delle gerarchie vaticane con le destre fasciste;

- lo sdoganamento e la riorganizzazione dello squadrismo neofascista;

- l'istigazione alla violenza e all'odio contro i soggetti che lottano per l'autodeterminazione e non conformi al pensiero dominante.

MANIFESTIAMO

- contro ogni integralismo e ogni fondamentalismo;

- contro la criminalizzazione dei Pacs e l'imposizione di un modello unico e patriarcale di famiglia;

- per la laicità dello stato e per l'eliminazione delle leggi ideologiche dettate dal Vaticano;

- per la liberà di scelta responsabile in ogni fase della vita;

- per i diritti e la piena cittadinanza di lesbiche, trans e gay;

- per l'autodeterminazione delle donne;

- per la cancellazione della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita;

- per l'istruzione pubblica e laica, per l'abolizione dell'ora di religione e la cancellazione del sostegno pubblico alla scuola confessionale;

- per una gestione laica del sistema sanitario pubblico;

- per la cancellazione dei privilegi economici della chiesa cattolica (esenzione ICI, otto per mille, ecc.);

- per l'abolizione del Concordato e dei privilegi derivati.
NO VAT
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categoria : nazionale, in movimento

postato da andrij83 alle ore 16:31
venerdì, 19 gennaio 2007

ny_6-10-02Grandi polemiche ha suscitato l'allargamento della base USA Dal Molin a Vicenza. Ma siamo sicuri che il problema sia la base militare? L'Italia, nonostante tutto e tutti, è un Paese NATO. Uno dei più servili alleati degli Stati Uniti. Posizionato strategicamente al centro del mediterraneo, utile per il dominio imperialista Americano. Siamo stati cobelligeranti di quasi tutte le ultime guerre degli Stati Uniti. Nella prima guerra del golfo c'ervamo; nella guerra in Somalia c'eravamo; nella guerra in Kosovo c'ervamo; in Afghanistan ci siamo; nella guerra in Iraq c'eravamo. Ora, perchè ci si sveglia solo quando succede qualcosa di questo tipo. La battaglia per tirare fuori l'Italia dalla NATO dovrebbe essere costante. La battaglia per chiudere TUTTE le basi Americane e NATO dovrebbe essere costante. La battaglia per far si che in Italia - Paese che democraticamente, attraverso referendum, ha detto il suo NO al nucleare - gli ordigni nucleari presenti nelle basi USA e NATO siano smantellati, dovrebbe essere costante.

Ma dopotutto ci fa comodo anche a noi. L'Italia, al pari degli Stati Uniti, è un Paese imperialista eshell neo-colonialista. Non ha risorse naturali e a bisogno di sfruttare i Paesi del Sud del Mondo. Così ad esempio, dopo il boicottaggio della Shell che distruggeva e inquinava la Nigeria, uccidendo coloro che gli si ponevano contro, l'Agip, approfittando di tutto ciò, è riuscita a strappare contratti convenienti al corrotto governo Nigeriano, ed ora è lei che distugge e inquina. Poi se qualcuno, affermando un suo principio, quello a poter ricevere i proventi dei frutti della sua terra, compie rapimenti, è terrorista... (sull'argomento tornerò con un altro post). Comunque, almeno io, sono anni che boicotto anche AGIP.

NO-CPTIeri, alcuni "disobbedienti" sono stati rinviati a giudizio per aver quasi distrutto (purtroppo solo quasi) un CPT a Bologna. Il carcere non dovrebbero rischiarlo, ma forse dovranno pagare 400mila euro di danni. Un CPT, stutture dichiarate antiumane, stutture usate per rinchiudere persone che vengono qui da noi a vivere un pò di quel benessere che noi dobbiamo solo al fatto di tenere loro in situazioni di indigenza. La giustizia si abbatte come una scure su questi compagni al quale va tutto il mio grazie per un grande gesto di umanità. Negli stessi momenti, alla Camera si ricordava Craxi. Ah, il revisionismo storico. Il grande statista. Il grande ladro che fece sprofondare l'Italia nella vergogna più completa e che poi scappò piuttosto che affrontare processi. Oggi, in tutta Italia, si ripesca la sua figura. Magari prima o poi riporteranno in Italia anche la sua bara. Tant'è, un posto in più dove pisciare. A Genova invece scomparivano le due molotov che gli agenti utilizzarono come scusa per entrare nella scuola Diaz e massacrare di manganellate chiunque gli capitasse a tiro. La Genova del G8. I tre giorni in cui in Italia la democrazia venne cancellata. Dopo che già da tempo era agonizzante. Quasi tutti i poliziotti, coinvolti in quei giorni, sono stati promossi e per molti si prospetta la prescrizione. In più, come è possibile che scompaiano due prove di un processo? I misteri d'Italia e dei suoi poteri occulti. Qualche giorno fa invece, sono stati rinviati a giudizio i quattro poliziotti, che uccisero Federico Aldrovandi a Ferrara. L'accusa, omicidio colposo. Saranno condannati? Mah, ci spero poco. 

Ciò che ho scritto, l'ho scritto di getto. Mi sembrano contraddizioni incredibili del nostro sistema. Sistema dove chi ha il potere (sempre gli stessi) detta le regole ed è libero di sottrarvisi. A molti degli altri, non resta che un qualunquismo sfrenato, risultato naturale di un mondo privo di coerenza.

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categoria : nazionale, internazionale, locale

postato da andrij83 alle ore 14:14
mercoledì, 17 gennaio 2007

Acqua bene comuneIl giorno 30 gennaio alle ore 18.30 presso la sede del PRC di Pomezia, in Via Catullo, 60 ci sarà la prima riunione per la costituzione del comitato locale per la raccolta firme nell’ambito della “Campagna Acqua Pubblica”.

L’acqua è fonte di vita. Senza acqua non c’è vita. L’acqua costituisce pertanto un bene comune dell’umanità, un bene irrinunciabile che appartiene a tutti. Il diritto all’acqua è un diritto inalienabile: dunque l’acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì bene condiviso equamente da tutti.

Oggi sulla Terra più di un miliardo e trecento milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile. Si prevede che nel giro di pochi anni tale numero raggiunga i tre miliardi. Il principale responsabile di tutto ciò è il modello neoliberista che ha prodotto una enorme disuguaglianza nell’accesso all’acqua, generando oltretutto una sempre maggior scarsità di quest’ultima, a causa di modi di produzione distruttivi dell’ecosistema. E tuttavia, le pressioni ai diversi livelli (internazionale, nazionale e locale), finalizzate ad affermare la privatizzazione e l’affidamento al cosiddetto libero mercato della gestione della risorsa idrica, continuano imperterrite e travalicano trasversalmente le diverse culture politiche ed amministrative.

Per questo affermiamo che arrestare i processi di privatizzazione dell’acqua assume, nel XXI secolo, sempre più le caratteristiche di un problema di civiltà, che chiama in causa politici e cittadini, che chiede a ciascuno di valutare i propri atti, assumendosene la responsabilità rispetto alle generazioni viventi e future.

Le istituzioni economiche, finanziarie e politiche che per decenni hanno creato il degrado delle risorse naturali e l’impoverimento idrico di migliaia di comunità umane oggi dicono che l’acqua è un bene prezioso e raro e che solo il suo valore economico può regolare e legittimare la sua distribuzione.

Noi sappiamo che non è così. Dopo decenni di ubriacatura neoliberista, gli effetti della messa sul mercato dei servizi pubblici e dell’acqua dimostrano come solo una proprietà pubblica e un governo pubblico e partecipato dalle comunità locali possano garantire la tutela della risorsa, il diritto e l’accesso all’acqua per tutti e la sua conservazione per le generazioni future.

In questa battaglia, insieme globale e locale, è ormai largamente diffusa la consapevolezza delle popolazioni riguardo alla necessità di non mercificare il bene comune acqua e non esiste quasi più territorio che non sia attraversato da vertenze per l’acqua. Le lotte per il riconoscimento e la difesa dell’acqua come bene comune hanno acquisito in questi anni una rilevanza e una diffusione senza precedenti, assumendo anche nuovi significati ed approfondimenti.

Da una parte, le lotte contro la privatizzazione e per il diritto d’accesso all’acqua e alle risorse naturali sono state il motore di cambiamenti sociali e politici epocali in un continente come l’America Latina (basti pensare alla Bolivia che oggi, primo paese al mondo, ha un Ministro per l’Acqua o all’Uruguay che ha deciso, attraverso referendum, di inserire l’acqua come diritto umano e bene comune nella Costituzione) e in diverse aree geografiche planetarie (prima fra tutte, la lotta delle donne e dei contadini indiani contro le dighe del Narmada); dall’altra, le lotte per l’acqua tendono sempre più a divenire strumento di costruzione di pace contro la guerra globale, oggi sempre più determinata dalla competizione per il controllo delle risorse naturali strategiche, di cui l’acqua è la più importante.

Anche nel nostro Paese l’importanza della questione acqua ha raggiunto nel tempo una forte consapevolezza sociale e una capillare diffusione territoriale, aggregando culture ed esperienze differenti e facendo divenire la battaglia per l’acqua il paradigma di un altro modello di società.

E’ un percorso che parte da lontano. Nel 2003, dichiarato dall’ONU Anno mondiale dell’acqua, proprio a Firenze si svolse il Forum Mondiale Alternativo dell’Acqua che, ispirandosi al concetto di acqua come bene comune necessario alla vita, bocciò le politiche fondate sulla trasformazione dell’acqua in merce, anche mediante l’introduzione del cosiddetto “partenariato pubblico-privato”, chiedendone con forza la proprietà e la gestione pubblica come garanzia di libero accesso per tutti.

Da allora sono state decine e decine le vertenze che si sono aperte nei territori contro la privatizzazione dell’acqua e per un nuovo governo pubblico e partecipato della stessa: dall’Abruzzo alla Sicilia, dalla Campania alla Lombardia, dal Lazio alla Toscana, dove nel 2005 sono state raccolte più di 43000 firme in calce ad una legge regionale di iniziativa popolare.

La necessità di mettere in rete e collegare fra loro queste diverse esperienze, unita alla consapevolezza che per poter produrre un cambiamento effettivo occorreva costruire sull’acqua una vertenza di dimensione nazionale, sono state il terreno di coltura che ha permesso nel marzo 2006 l’effettuazione a Roma del primo Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, cui hanno partecipato centinaia di realtà territoriali e decine di reti nazionali, associative, sindacali e politiche.

Il Forum, attraverso i suoi seminari, ha messo a fuoco l’intera questione acqua, dagli aspetti di politica globale a quelli territoriali, dalla tutela della risorsa alla sua gestione, dalla critica delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni alla ricerca di nuovi modelli di pubblico basati sulla democrazia partecipativa.

Con un’ importante conclusione condivisa: la necessità di un cambiamento normativo nazionale, che segnasse una svolta radicale rispetto alle politiche, trasversalmente condivise negli ultimi vent’anni, che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di riferimento per la sua gestione. Provocando dappertutto: degrado e spreco della risorsa, precarizzazione del lavoro, peggioramento della qualità del servizio, aumento delle tariffe, riduzione dei finanziamenti per gli investimenti, diseconomicità della gestione, espropriazione dei saperi collettivi, mancanza di trasparenza e di democrazia. Ovvero, il totale fallimento degli obiettivi promessi da una martellante campagna di promozione comunicativa in ordine ai benefici della privatizzazione e del cosiddetto partenariato pubblico-privato - maggiore qualità, maggiore economicità, maggiori investimenti- che, alla prova dei fatti si sono dimostrati totalmente inconsistenti.

Nel frattempo, il cambiamento realizzatosi con le elezioni politiche dell’aprile 2006 ha portato al governo la coalizione dell’Unione che, nel suo programma contiene il principio del mantenimento nelle mani pubbliche della proprietà e della gestione del servizio idrico integrato. Un importante passaggio, frutto anche della mobilitazione sociale che in questi anni ha reso cultura di massa l’idea dell’acqua come bene comune non mercificabile. Proprio perché tale cultura diventi politica concreta ed esperienza consolidata, le realtà territoriali e le reti nazionali che hanno promosso il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua hanno deciso di darsi e di fornire al Paese uno strumento normativo che disegni il quadro della svolta auspicata: una proposta di legge d’iniziativa popolare con gli obiettivi di tutela della risorsa e della sua qualità, di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, di gestione dello stesso attraverso strumenti di democrazia partecipativa.

Per tali motivi crediamo importante creare anche a Pomezia un comitato locale che oltre a raccogliere firme per questa campagna costituisca un punto di informazione verso tutti i cittadini sulla difficile tematica dell’acqua bene comune.

Info: Andrea - 3395799057 - andrea_35@libero.it | Diego - 3287670740 - dedo_24@inwind.it | http://pomezia.splinder.com

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categoria : locale, in movimento

postato da andrij83 alle ore 20:26
sabato, 13 gennaio 2007

Da oggi in poi scriverò molto di meno. Mi concederò ad un periodo di letture. Oltre ai libri di Lenin che sto rileggendo, a opere di Zizek, ho ordinato oggi su internet tre libri di Antonio Negri, personaggio quanto mai schizofrenico della sinistra antagonista italiana. Inoltre, a breve, ci sarà la conferenza di organizzazione di Rifondazione Comunista. Nonostante non se ne parli molto, sarà un momento molto importante per Rifondazione e di conseguenza per l'intera sinistra italiana. Momento che sto preparando con molta attenzione e che potrebbe portare ad un profondo cambiamento nella mia attuale militanza politica, non nel verso che molti potrebbero pensare.
Quindi, scriverò poco e solo per riportare considerazioni su punti che leggerò e che troverò importante condividere e confrontare con altre persone. Chiaramente ciò non vuol dire lasciare perdere anche temi di più profonda attualità.
In più il 2007 comincia con un impegno importante all'università e al lavoro. Anche ciò mi limiterà molto.
Vedremo...
Intanto godetevi questo video di Saddam-Guzzanti.
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categoria : media, internazionale

postato da andrij83 alle ore 21:43
lunedì, 08 gennaio 2007

Anno nuovo, templete nuovo. Non pensavo lo avrei mai cambiato, ed invece eccolo qui. Ne sentivo il bisogno, visto anche una "conoscenza" (le virgolette sono d'obbligo) fatta in questi primi giorni del nuovo anno. Ne sentivo il bisogno dopo aver ripreso in mano "Stato e Rivoluzione" di Lenin. Libro che inizia dicendo:

"Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi degli oppressori hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è sempre stata accolta col più selvaggio furore, coll'odio più accanito e colle più imprudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a "consolazione" e a mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce".

Questo è avvenuto anche oggi, con Lenin, ma soprattutto con "Che" Guevara, trasformati in foto su magliette, in semplici loghi, lasciando vivere le loro immagini, ma morire e dimenticare i loro ideali e i loro insegnamenti.

Così, in questi giorni nei quali ho preferito leggere e ascoltare piuttosto che scrivere, ho deciso che quest'anno, proverò a riportare in queste righe le loro idee. Dopotutto, anche la Krupskaja, moglie, braccio destro di Lenin, ma soprattutto una delle principali figure della rivoluzione d'Ottobre, a chi le chiedeva come avrebbe voluto un monumento  per il marito, rispose di non permettere alla loro tristezza di trasformarsi in "venerazione esteriore" della personalità di Lenin. "Se voi volete onorare la sua memoria - disse testualmente - costruite degli asili nido, dei giardini d'infanzia, edificate case, biblioteche, policlinici, ospedali, ricoveri per invalidi e così via, e soprattutto mettete in pratica i suoi insegnarnenti".

Così, mi sono guardato un pò intorno. Sempre gli stessi discorsi. Con mio grande dispiacere mi sono trovato anche d'accordo con il Papa e sul suo mettere in guardia dall'eccessivo potere dei media. Forzatamente. Se c'è una cosa che Comunismo e Cattolicesimo, per come la vedo io, hanno in comune, sono i loro sforzi nel costruire un concetto di comunità, che capitalismo, neo-liberismo e i loro strumenti e frutti stanno pian piano distruggendo, sostituendolo con una società individualista e individualizzata.

Mi sono ritrovato a parlare con un mio amico sull'opzione rivoluzionaria in Italia. Gli ho spiegato che sono profondamente pessimista e sfiduciato. L'occidente oggi vive una fase in cui la classe operaia si è difatto sganciata dal suo ceto sociale di riferimento e di appartenenza sia nelle condizioni di esistenza che nella sua coscienza politica. Lenin, nell'Imperialismo la chiamava l'aristocratizzazione della classe operaia, che, corrota economicamente attraverso i superprofitti dati dallo sfruttamento dei Paesi poveri, rappresenta oggi lo zoccolo duro (burocrazia sindacale, dirigenti delle cooperative ecc.) del riformismo. Oggi quale operaio, nonostante giustamente si lamenti, sarebbe pronto a sposare un'idea rivoluzionaria? Oggi, in quanti si scagliano ancora contro il consumismo, prodotto essenziale della società capitalista?

Mi sono ritrovato a parlare dello Stato. Ma quale Stato e quale autorità statale può essere accettata e giustificata? Eppure, anche all'interno del movimento comunista, spesso non si riesce a guardare oltre. Forse anche per colpa di Stalin e della sua malsana idea del Socialismo in un solo Stato, della burocratizzazione e della repressione. Anche in questo le idee leniniste sono di grande aiuto. In polemica sia con le concezioni anarchiche sia con quelle riformiste, Lenin afferma che l'originaria concezione di Marx ed Engels vede lo Stato operaio come un "semiStato" in via d'estinzione, che si appresta cioè a svanire via via che la soppressione del capitalismo su scala mondiale e l'elevazione delle condizioni sociali e culturali dei lavoratori renderanno superflua ogni forma di costrizione statale e di potere politico. Superamento dello stato imposto dall'idea secondo cui: "Lo Stato è un prodotto della società a una certa tappa del suo sviluppo; lo Stato costituisc la confessione che questa società si è irretita in una cotraddizione insanabile con se stessa, che è venuta a trovarsi divisa da antagonismi inconciliabili di cui non può liberarsi. Ma perchè questi antagonismi, queste classi con interessi economici contraddittori, non si divorino l'un l'altro e non divorino in una sterile lotta la società, s'è resa necessaria una forza, in apparenza al di sopra della soceità, incaricata di mordere il conflitto, di mantenerlo nei limiti dell' "ordine". Questa forza, uscita dalla società ma che si pone al di sopra di essa e se ne allontana sempre più, è lo Stato". Stato che per Marx diventa così "l'organo del dominio della classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un'altra; è la creazione di un "ordine" che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi". "I democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta delle classi le loro fantasticherie sull'intesa fra le classi, si sono rappresentati anche la trasformazione socialista come un sogno; non sotto la forma dell'abbattimento del dominio della classe sfruttatrice, ma sotto la forma della sottomissione pacifica della minoranza alla maggioranza, cosciente dei suoi compiti. Questa utopia piccolo-borghese, indissolubilmente legata al riconoscimento di uno Stato al di sopra delle classi, praticamente non ha portato ad altro che al tradimento degli interessi delle classi lavoratrici, come è stato provato, per esempio, dalla storia delle rivoluzioni francesi del 1848 e del 1871, come è stato provato dall'esperienza della partecipazione "socialista" ai ministeri borghesi in Inghilterra, in Francia, in Italia e altrove alla fine del secolo decimonono e all'inizio del secolo ventesimo. Marx lottò tutta la vita contro un siffatto socialismo piccolo-borghese, risuscitato oggi in Russia dai partiti socialista-rivoluzionario e menscevico".

So perfettamente che molti di questi discorsi oggi potrebbero far saltare sulla sedia i più, e sicuramente lo faranno. Ma non si può rinunciare a parlarne. Quando ci si dice comunisti, bisogna capire fino in fondo di cosa si parla. Indossare una kefia o partecipare ad una manifestazione non basta. 

Questo primo post e le considerazioni che ho appena scritto, mi sono state ispirate dalla lettura di un articolo apparso sul manifesto. Lo riporto di seguito.

L'odio di classe di Sanguineti di Ida Dominijanni su Il Manifesto del 07/01/2007

«I potenti odiano i proletari e l'odio deve essere ricambiato». Perciò, sostiene Edoardo Sanguineti, bisogna «restaurare l'odio di classe», per contrastare l'oblìo di sé in cui la classe operaia, «inibita da una cultura dominata dalla tv», è immersa. Pronunciate venerdì sera a Genova, alla conferenza stampa di presentazione del programma della lista «Unione a sinistra» che sostiene la candidatura di Sanguineti a sindaco della città, le parole del grande intellettuale colpiscono gli astanti e le agenzie, e dalle agenzie rimbalzano sui giornali in una serata avara di notizie. Scandalo: che c'entra l'odio di classe, o anche solo la lotta di classe, mentre si montano pagine e pagine sulla separazione di Nicola Rossi e si celebrano funerali su funerali dei «D'Alema boys» orfani del loro leader? Che c'entra quel richiamo ortodosso di Sanguineti alla forza-lavoro, «la merce uomo, che oggi è la più svenduta», mentre la pietra filosofale della politica sociale sono diventati i tagli alle pensioni? Che c'entra quell'abbozzo di analisi del postfordismo, per cui «oggi i proletari sono anche gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari», mentre si parla di categorie sociali solo nella lingua asettica e fiscale della finanziaria? Il poeta dell'avanguardia, il protagonista del «Gruppo 63», il materialista storico non pentito ha colpito ancora, e ha colpito giusto: fanno stridore solo le parole che l'ordine del discorso decide a un certo punto di rendere impronunciabili, indicibile e indecenti. Lotta di classe e odio di classe fanno parte di questo serbatoio di indicibili oscenità: sono letteralmente fuori scena nel teatrino politico corrente, e perbenisticamente censurate dal discorso corrente della sinistra. E non foss'altro per questo è bene che qualcuno torni a pronunciarle.
Sanguineti in verità non aveva aspettato di essere candidato a sindaco di Genova dal correntone Ds, dal Prc e dai Comunisti italiani per tirarle fuori. Meno di un anno fa le aveva pronunciate con la stessa convinzione a Roma, nella solenne Sala del Refettorio della Camera, durante la sua Lectio Magistralis (oggi pubblicata da Ediesse) in onore dei 91 anni di Pietro Ingrao organizzata dal Centro studi per la riforma dello Stato. Allora aggiunse anche «rivoluzione», e spiegò come qualmente «oggi è doveroso essere sgarbati per rendere evidente a tutti che viviamo in un mondo disumano, in cui il 98% delle persone vive una condizione di precarietà o di vera e propria miseria». Sgarbati, ecco. Che non vuol dire violenti, aggiunse allora e ripete oggi il poeta. Significa semplicemente non stare a danzare quel garbatissimo minuetto di parole che vorrebbe convincerci che tutto va bene e che quello in cui viviamo è l'unico nonché il migliore dei mondi possibili. Significa tenere aperta non la speranza per le prossime generazioni - di quella si riempiono la bocca tutti, tanto non ci tocca - ma la responsabilità che lega le generazioni adulte di oggi a quelle che le hanno precedute e a quelle che seguiranno. Senguineti pensa a Walter Benjamin e lo dice: il compito della sinistra non è quello di accodarsi all'idea del progresso e alla promessa della felicità futura, ma di rivendicare e vendicare le ingiustizie passate e presenti perpetrate sugli oppressi. E' la «debole forza messianica» di cui Benjamin scriveva nelle Tesi sul concetto di storia. La sinistra senza alcuna forza messianica di oggi, divisa in tre tronconi e tre candidati a Genova come ovunque ci sia un posto in palio, potrebbe provare a rileggersele.

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