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postato da andrij83 alle ore 01:53
lunedì, 30 aprile 2007

digeritoQuesto blog si prefiggeva di essere politico-culturale (o almeno questo era nelle sue intenzioni) e per un pò sembra esserci riuscito. Però è chiaro che essendo aggiornato in tempo reale, l'umore di quel momento, il modo in cui ci siamo svegliati la mattina, possono portare a scrivere delle cose che magari pochi giorni dopo si contraddicono. E' capitato in passato qualche volta... rileggerlo mi fa sempre un gran piacere. Beh, per la prima volta questo post non sarà politico, nè culturale (almeno non direttamente, e comunque non lo vuole essere). Non so tra quanto tornerò a scriverci, vediamo... In questi giorni è successa una cosa molto piacevole. Ho vissuto e respirato e sono stato vissuto e respirato... E mi sento tanto fortunato... Così, una poesia... Scusate con la sdolcinatezza. Non si ripeterà più.

E poi, se proprio volete, pensate che Neruda (la poesia è sua, come sono sicuro in molti avreste capito dopo la prima parola) è un compagno.


Bianca ape, ebbra di miele, ronzi nella mia anima e ti avvolgi in spirali lentissime di fumo.

Io sono il disperato, la parola senz'eco, quegli che ha perso tutto, dopo aver tutto avuto.

Sei la fune in cui cigola la mia ultima brama. Nel mio deserto vivi come l'ultima rosa.

Ah silenziosa.

Chiudi gli occhi profondi dove aleggia la notte. E denuda il tuo corpo di statua timorosa.

Possiedi occhi profondi dove vola la notte, fresche braccia di fiori ed un grmbo di rosa.

I tuoi seni assomigliano alle conchiglie bianche. E sul tuo ventre dorme una farfalla d'ombra.

Ah silenziosa.

Con me è la solitudine da cui tu sei lontana. Piove. Il vento del mare caccia erranti gabbiani.

L'acqua cammina scalza per le strade bagnate. Le foglie di quell'albero gerono come infermi.

Bianca ape assente, ancora ronzi nella mia anima. Risusciti nel tempo, sottile e silenziosa.

Ah silenziosa.

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postato da andrij83 alle ore 18:46
giovedì, 26 aprile 2007

Ok, sono vivo. Indaffarato a morire, ma vivo. Preso da altre cose in questo momento. L’università, il lavoro, l’organizzazione di due incontri di cui il prima possibile posterò. Poi una persona inaspettata e adorabile. Il blog in tutto questo è passato in secondo piano. Anche perché, tanti discorsi che stavo portando avanti ultimamente in queste pagine virtuali, li sto ora riprendendo nel mondo del reale. Così, l’altra sera c’è stata la prima riunione di quello che spero diventerà presto il Forum Sociale di Pomezia. In questo ultimo tempo sto lavorando tantissimo con mille realtà. Dalla Sinistra Giovanile, qui completamente Mussi, ai Comunisti italiani. Con varie associazioni. Così, l’idea di avviare un dialogo troppo spesso interrotto, troppo spesso impedito da barriere che nel corso degli anni ci siamo costruiti attorno. Eppure, parlando e discutendo, molte di queste barriere cadono. Ecco qui l’idea del Forum Sociale. Un luogo dove ricominciare a discutere su quello che dovrà essere il ruolo della sinistra, su quelle che dovranno essere le lotte da sostenere. Martedì c’è stato il primo approccio. Le realtà presenti erano: Giovani Comunisti/e; Attac Italia (comitato Pomezia), la nascente “Cous-Cous Clan” (laboratorio politico-culturale); Associazione Culturale Aperta!Mente; [in queste quattro organizzazioni attualmente io lavoro, naturalmente con tanta gloria ma zero soldi, anzi ce li butto e basta]; Associazione Buonidea; Sinistra Giovanile (o quello che tra qualche giorno diventerà). Un piccolo punto di partenza importante.
Prima dell’incontro siamo stati a cena assieme, parlando con un compagno, ex DS ora chissà cosa diventerà, compagno che stimo molto, siamo giunti ad una conclusione: è forse il momento di creare una sinistra senza aggettivi. Radicale, massimalista o minimalista. Superare queste distinzioni. Tutti siamo radicali, nel momento in cui radicale significa arrivare alla radice dei problemi. Per questo l’idea di questo Forum Sociale. Per tentare di abbattere le barriere che i partiti, a volte per meri motivi di spartizione creano tra loro. Per avviare un dialogo a sinistra. Per riunire tutti attorno ad un sistema di valori comune, ognuno rimanendo fedele alle proprie sensibilità.
Durante la cena questo compagno mi diceva di un articolo di Cossutta sul manifesto. Lo riporto di seguito. L’altro giorno un compagno dei Comunisti italiani con il quale sto intrecciando un rapporto di collaborazione e reciproca stima mi prendeva in giro perché più di qualche volta gli ho detto che volevo restituire la tessera di Rifondazione. Il fatto è che, oggi sempre più, mi sento una persona di sinistra, un comunista. Non ho privilegi da difendere. Parlare con i compagni di partiti diversi e ritrovarmi sulle stesse posizioni mi fa davvero capire quanto sia stupido poi dovergli fare la guerra per prendere più voti di loro. Nonostante faccia politica da 7 anni in un partito, nonostante sia anche a livelli decenti, nonostante mi sia candidato con ottimi risultati, questa dinamica della politica, rigorosamente con la “p” minuscola mi deprime terribilmente.
Io quello che vorrei contribuire a costruire è un soggetto allargato della sinistra. Un soggetto che superi gli steccati dei partiti e si proponga per cambiare radicalmente la società. Per questo dico che restituirei la tessera di Rifondazione. Perché vorrei essere il free-lancer della sinistra. Ancor di più per questo l’idea del forum, per sentirmi parte della società. Di un popolo, quello comunista e della sinistra, che sempre più, al di fuori di quelli che sono gli organismi di partito, non capisce la natura delle divisioni. Durante l’ultimo congresso di Federazione di Rifondazione un partigiano chiuse il suo discorso dicendo che per 50 anni era stato tesserato al PCI e poi fino al ’98 a Rifondazione, chiudendo dicendo che aveva lasciato la tessera e non se la sarebbe più fatta fino a quando in Italia non ci sarebbe di nuovo un solo Partito Comunista.
Bene o male quello che sento io in questa fase. Spero che il Forum allora a noi giovani, visto che almeno nell’idea originale sarà aperto alle organizzazioni giovanili dei partiti, che saremmo il futuro della politica (o così spero…), serva per abbattere le labili differenze che ci dividono e che a volte, per mancanza di dialogo ci sembrano chissà quando grandi.
Un’idea questa del Forum nata qualche tempo fa con il blog: http://pomezia.splinder.com. Poi rilanciata con il “Forum Pomezia per l’acqua pubblica” con cui siamo riusciti a mettere assieme quattro realtà: Aperta!Mente, Buonidea, Giovani Comunisti/e, Greenpeace. Datemi retta, per una città come Pomezia è tutt’altro che scontato. Ed infine rilanciato oggi. Il martedì alle 21 è istituzionalizzato giorno di incontro del Forum, lo dico se ci dovesse essere qualcuno di Pomezia che legge il mio blog (anche se ne dubito sinceramente). Nei prossimi incontri dovremmo decidere quello che sarà lo statuto del Forum che pensiamo di fondare su una serie di valori condivisi: lavoro, pace, multiculturalità, ambiente… e a cui tutti, anche singoli potranno partecipare. Speriamo di riuscire a mettere assieme quelle che sono le energie e le professionalità che spesso a Pomezia non riescono a venire in contatto. Inoltre, il blog citato sopra dovrebbe diventare un mutliblog aperto a tutte le realtà del Forum. Uno spazio telematico di discussione che si accompagnerà a quello reale.
Detto questo vi lascio all’articolo di Armando Cossutta. Prima però vi segnalo questo link (clicca qui) al sito dell’Ernesto sul quale sono riportati tutti gli articoli di quella che è la discussione che si sta aprendo a sinistra, nei partiti. Speriamo che si apra anche alla società.
Una sinistra finalmente. Antica, nuova e senza aggettivi di Armando Cossutta su Il Manifesto del 21/04/2007

È necessario afferrare la novità assoluta prodotta dalla decisione di costituire il Partito democratico: da una parte nasce una formazione politica sicuramente importante e di grande peso, potrebbe essere per l'Italia il primo partito e tra i maggiori in Europa, sarà certamente fondamentale per la tenuta democratica del paese. Dall'altra si compie, già al suo nascere, una separazione, quella della sinistra diessina, che ne sottolinea la natura effettivamente moderata. Il duplice evento muta radicalmente il panorama politico, perché mentre apre a sinistra un vuoto che niente più può occultare, contemporaneamente indica la concreta possibilità di superarlo.
Il valore della decisione di Mussi non si può confondere con quella che viene identificata come la tappa precedente: la Bolognina e il Congresso del 1991. Quando, con Garavini, Libertini, Salvato e Serri, ci opponemmo per dare vita a Rifondazione comunista (e personalmente mi sono battuto per questa denominazione, cioè per non assumere l'antico nome del Pci che con quel congresso vedeva la fine della sua storia), quella sinistra che oggi non partecipa al cammino del Partito democratico non venne con noi. Capivamo bene, quindi, di non essere «la sinistra», ma solo una parte di essa. Una parte che non intendeva partecipare alla cancellazione di un'identità storicamente stratificatasi attorno a alcuni principi, certo, e che su quella base unificava via via componenti diverse e diversamente nate e cresciute: oltre a chi, come me, usciva dal Pci, si raccolsero militanti di Democrazia proletaria, del Pdup, di formazioni minori. Una parte che sapeva di poter lievitare, come in effetti sin dall'inizio avvenne: la nuova organizzazione politica raggiunse già l'anno seguente, nelle elezioni politiche del 1992, la rispettabile percentuale del 5,6 per cento e poi nel '96 sfiorò il 10 per cento, un terzo dell'elettorato del grande Pci!
Ricordo quegli eventi proprio per sottolinearne la diversità dal presente: oggi non si tratta di articolare e differenziare la sinistra secondo linee identitarie, in risposta al nuovo partito moderato. Le questioni identitarie sono più che rispettabili, non si cancella una storia di pensiero e di azione politica che ha dato senso alla democrazia di un paese, perciò non deve stupire se il dibattito politico riporta all'attenzione anche l'identità socialista (e quella democratica cristiana). Ma quale identità, o peggio: quale Pantheon può essere efficace nel momento in cui un intero popolo di sinistra si ritrova in una condizione vicina all'invisibilità e all'irrilevanza politica?
Ora - da oggi in poi - la sinistra che ha abbandonato alla nascita il Partito democratico si trova di fronte, nello stesso tempo, a una questione epocale e alla possibilità di affrontarla. Problema e possibilità concreta: è infatti questa separazione a rendere evidente la necessità di fare unità a sinistra, e, direi, a rendere naturale questa unificazione. È infatti con naturalezza ormai, e da molto tempo, che ci si incontra tra esponenti di ogni possibile frammento di sinistra antica e nuova, senza più steccati, senza nessun impulso a rivendicare le rispettive storie e collocazioni. Ci si incontra a volte tra antichi avversari, e certo non per saldare vecchi conti o per erigere nuovi steccati.
A me pare che in molti abbiano capito. Le decisioni di Mussi vanno in questa direzione; le riflessioni di Bertinotti anche. Qualcuno si attarda ancora in alchimie e in autodifese e in tentativi di rallentamento di quello che è il corso delle cose. Sono quelli che dicono di aprirsi ma che in concreto difendono il loro giardino (anche per questo mi sono dimesso anche formalmente dal PdcI). Il proprio giardino? ma non vedono l'immensa prateria in cui c'è un popolo di sinistra che attende, vuole l'unità? Quella miriade di uomini e donne, giovani e non, che si sono scoperti o ostinatamente si confermano essere di sinistra: persone che sperimentano lavoro e sfruttamento, studio e dispersione del pensiero, mobilitazione e isolamento, quei milioni di persone attive nelle lotte per la pace, per l'ambiente, per i diritti, per nuove relazioni civili tra donne e uomini, per nuove convivenze. Il popolo di sinistra che le ha provate tutte per essere tale, ma non riesce a esprimersi come tale.
Di fronte a questo popolo i gruppi dirigenti di ogni formazione hanno una enorme responsabilità: non si tratta semplicemente di «ascoltare» questa gente, si tratta di promettere, e di mettere in atto immediatamente uno spazio politico unitario. Che altro si aspetta per creare aggregazione, massa critica, operatività collettiva, rappresentanza unitaria? Si unifichino i gruppi parlamentari, i gruppi consiliari, per cominciare, si chiarisca che si sta producendo unificazione, unificazione della sinistra senza aggettivi. Si dica che il panorama è cambiato in maniera radicale, e dunque va compiuta una scelta adeguata. Perché senza una sinistra ampia, articolata, popolare si vive male, si va indietro e si rischia grosso. E le aggregazioni identitarie non hanno ossigeno, si irrigidiscono attorno ai loro apparati, prigionieri delle loro dinamiche interne, rispettabili fin che si vuole, ma tristi. E invece, uniti si potrebbe essere grandi, incisivi e capaci di rianimare fiducia e speranza: in parte grandi lo si è già numericamente, ben oltre le due cifre di percentuale.
Quanto a me, se vale qualcosa un esempio, non mi impedisce, questa prospettiva, di essere liberamente comunista: perché dovrebbe impedire a altri di essere se stessi, in una prospettiva finalmente e di nuovo appassionante perché sostenuta dalla necessità del presente e dalla speranza di futuro?
Rimettersi in discussione è un impegno pieno di vita, se lo si fa mentre si amplia lo spazio dell'espressione politica. E non comporta abiure, bensì un inesauribile approfondimento delle ragioni delle singole vite e biografie, a contatto con altri milioni di persone sottratte alla gora pesante di un paese senza la sua sinistra.

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categoria : nazionale, locale, in movimento, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 14:37
domenica, 15 aprile 2007

Scusate la lunghezza del post. Anche l'argomento è se non altro inedito per questo blog. Però, era inevitabile. Roma rifiuto gli omofobi, i fascisti, i machisti.
Roma vi rifiuta!
E' arrivato un bastimento carico di....violenza, sessismo, omofobia!

E’ passato solo un anno dal concerto organizzato dall’ARCI a Villa Ada di Buju Banton (il cantante  processato per un brutale pestaggio ai danni di due omosessuali) e lo spazio Boario, all'interno del Villaggio Globale, si prepara ad accogliere quelli di Capleton e Sizzla. Sizzla e Capleton sono famosi nel mondo per le loro canzoni intrise di fondamentalismo religioso, che inneggiano al rogo di gay e lesbiche e che condannano le forme di sessualità non consone ai dettami biblici, alla perpetua dannazione e all'infinita maledizione di dio e degli uomini.
A questi concerti ne seguiranno altri, tutti accomunati dallo stesso odio sessista, omofobo e fondamentalista: Beenie Man, le cui performance sono state boicottate in tutta Europa e negli USA ed Elephant Man. Non possiamo e non vogliamo permettere che questi soggetti attraversino i luoghi della cultura di questa città e, in particolare, quelli che dovrebbero rappresentare spazi di critica verso certi messaggi. Le forme culturali apertamente patriarcali, sessiste ed omofobe, sono il brodo di coltura nel quale la sopraffazione cresce e diventa un linguaggio maggioritario e uno stile di vita.
Viviamo già quotidianamente le prediche, le pressioni, le ingerenze della Chiesa cattolica e del Vaticano, le loro continue invadenze e il loro infinito blaterale sulla famiglia tradizionale, sull’omosessualità, sull’aborto e sulle scelte delle donne. Viviamo giornalmente l’aggressività e il fondamentalismo di chi vuole imporre un ordine religioso, magari spacciato per ordine “naturale” o “biologico”, ai comportamenti sessuali e ai modi di vivere delle persone.
Nell'ultimo anno in Italia abbiamo assistito ad un'escalation di violenze ai danni di lesbiche, gay, transgender: (solo per citare gli ultimi avvenimenti) lo stupro, a Viareggio, ai danni di una lesbica all'uscita di un locale e il tentativo da parte di Forza Nuova di impedire lo svolgimento del gay pride a Catania. Tutto questo avviene in un clima montante di agguati, dove la cultura dell'aggressione, dell'intolleranza e delle lame, si insinua e si dispiega nei meandri della società e si mette in pratica nelle vie delle nostre città.
Non possiamo permettere che messaggi e forme di comunicazione esplicitamente fasciste, reazionarie, sessiste ed omofobe continuino a propagarsi liberamente e ancor peggio, attraversino tutti quei luoghi che dovrebbero invece essere il punto di partenza della lotta alla violenza sessista e machista. Dobbiamo ricominciare a reclamare una cultura di qualità, libera da sopraffazioni, intolleranza e ipocrisia.
E sarebbe ipocrita accogliere questi cantanti e le loro lettere in cui si impegnano a non proporre canzoni omofobiche in occasione dei concerti che terranno a Roma. Questa sarebbe censura e a noi non interessa. Noi non vogliamo che cantino le loro canzoni né a Roma né in nessun'altra parte del mondo.

CAPLETON, BEENIE MAN, SIZZLA, ELEPHANT MAN
ROMA VI RIFIUTA!

e rifiuta tutti quelli che, come voi, promuovono apertamente l'odio e  l'intolleranza.

IMPEDIAMO QUESTI CONCERTI !


RadiOndaRossa – Rete Antifascista Metropolitana - Csa La Torre - Csoa ex-Snia - Csoa Ricomincio dal Faro - Strike Spa - Associazione ''I sogni di Renato'' - Social Reggae Project - Csoa Macchia Rossa - Csoa La Strada - Loa Acrobax - Sos Jamaica - Facciamo Breccia Roma - Collettivo TLGBQ ''Sui generis'' - Collettivo femminista ''La mela di Eva'' - Csoa Forte Prenestino - Coordinamento Lesbiche Romane – Infoxoa - Auro e Marco - El ''Che''ntro - Collettivo Femminista “Le Ribellule” - Collettivo Scienze Politiche Roma 3 - A/Matrix - DubRisingMusic - I Militant Sound System - Centro di iniziativa GLBT ''Open Mind'' - Radici nel cemento - www.romateatro.com - Csoa Gabrio (TO) - Spazio sociale occupato ''Ex-51'' - Associazione Sinistra Critica -

Per adesioni e informazioni: nonsoloreggae@autistici.org
Queste le traduzioni di alcuni testi: 
Elephant Man - A Nuh Fi Wi Fault (Non e' colpa nostra)

Battyman fi dead! [Froci a morte!]
Please mark we word [Segnati queste parole]
Gimme tha tech-nine [Dammi un mitra]
Shoot dem like bird [Sparagli come fossero uccelli]
Two women gonna hock up inna bed [Due donne a letto]
That's two Sodomites dat fi dead [Queste due sodomite dovrebbero morire]
When yuh hear a Sodomite get raped [Quando senti di due lesbiche stuprate]
But a fi wi fault [Non e' colpa nostra!]

Elephant man - Log on

Dance wi a dance and a bun out a freaky man
[Unisciti alla nostra danza, andiamo a bruciare i froci]
Step pon him like a old cloth
[Saltagli sopra come fossero un cencio]
A dance wi a dance and a crush out a bingi man
[Unisciti alla danza, schiacciamo i froci]
Do di walk, mek mi see the light and di torch dem fast
[Forza, voglio vedere gli accendini e le torce!]

Beenie Man - Bad Man Chi chi man (I froci sono cattivi)

If yuh nuh chi chi (queer) man wave yuh right hand and (NO!!!)
[Se non sei frocio alza la mano e urla NO!]
If yuh nuh lesbian wave yuh right hand and (NO!!!)
[Se non sei lesbica alza la mano e urla NO!]
Some bwoy will go a jail fi kill man tun bad man chi chi man!!!
[Alcuni ragazzi andranno in galera per averne uccisi altri e li cominceranno a fare sesso gay]

Beenie Man - Roll Deep

Roll deep motherfucka, kill pussy-sucker [Uccidi chi fa sesso orale]
Tek a Bazooka and kill batty-fucker [Prendi un bazooka e uccidi i froci]

Capleton - Bun out di Chi chi - (Brucia i froci)

Bun out ah chi chi, Blood out ah chi chi [Brucia i froci, distruggili]
Batty dem ah fuck and ah suck too much pussy [I froci si scopano e fanno sesso orale]
Blood out ah chi chi, Blood out ah shitty [Distruggi i froci, distruggi questi stronzi]

Sizzla - Pump up (Alza il volume)

Step up inna front line [Salta sulla linea del fronte]
fire fi di man dem weh go ride man behind [Brucia gli uomini che lo prendono di dietro]
Shot battybwoy, my big gun boom [Spara ai froci, la mia grossa pistola fa boom]
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categoria : antifascismo, nazionale, internazionale

postato da andrij83 alle ore 19:39
mercoledì, 11 aprile 2007

L'articolo apparso sul manifesto di ieri. Un'intervista a Slavoj Zizek uno degli intellettuali contemporanei che rappresente uno dei miei più importante punti di riferimento nella fase attuale. Ed anche questo articolo rappresenta un importante momento di riflessione. Riflessione che in buona parte incarna il mio punto di vista.
Sto di nuovo attraversando un periodo dove non mi interessa parlare di attualità. Preferisco recuperare un pensiero ideale troppe volte sacrificato e mistificato. L'articolo.
Incontro a Los Angeles con il filosofo e psicanalista sloveno. Tra i temi di cui parla, le specificità della protesta nelle banlieues, dove la richiesta di visibilità segnalava l'inadeguatezza del comune lessico politico a esprimere anche le richieste più basi
Filippo Del Lucchese - Jason Smith

Non sono molti i docenti che, negli Stati Uniti, possono sedersi dietro una cattedra universitaria, parlare per ore di Stalin o di Robespierre ed essere ascoltati con interesse. Uno di questi è Slavoj Zizek, fustigatore delle ideologie della tolleranza e dei diritti umani e partigiano dell'ateismo come sola eredità europea per cui valga la pena di combattere. Con lui affrontiamo alcuni dei temi che ha sviluppato recentemente, nel corso di una serie di conferenze, alla Ucla di Los Angeles, dove lo abbiamo incontrato, e all'Art Center College of Design di Pasadena.
Nel corso dei suoi recenti incontri in America, lei ha parlato spesso delle questioni legate alla violenza. Ci vuole spiegare come intende la necessità di ripensarne, soprattutto a «sinistra», il rapporto con la politica?
Specialmente a «sinistra» si fa molta confusione. Prendiamo l'uso che si fa di alcuni autori, Schmitt e Benjamin, per esempio. I concetti di «decisione» e «eccezione» sono usati da Schmitt per obliterare la distinzione fondamentale che attraversa la riflessione di Benjamin, cioè quella tra una violenza «mitica» e una violenza «divina». Quest'ultima non esiste per Schmitt, il quale riduce il fenomeno a una violenza dell'«eccezione», che produce la legge. Ora, quando si civetta, a sinistra, con Benjamin, si pensa meno alla violenza che al suo spettro. La violenza, per questi autori della sinistra, non ha mai luogo realmente. Mi spiace per loro, ma Benjamin è molto preciso: l'esempio che offre di «violenza divina» è quello di una folla che lincia i governanti corrotti! Qualcosa di molto concreto.
In un suo recente testo titolato «Robespierre, or the Divine Violence of Terror», lei parla dei «rivolte per il cibo» delle favelas di Rio de Janeiro degli anni '90. E le mette in relazione con il modo in cui intende il concetto di «violenza divina». Quale è il nesso?
Quando sono stato a Rio vedevo come la gente scendesse dalle favelas verso il centro della città, saccheggiando e terrorizzando i cittadini «per bene». È impressionante il modo in cui questi fatti sono stati percepiti: inizialmente è stato come se questi zombie arrivassero dal niente, come una catastrofe «divina». La violenza delle favelas aiuta a comprendere il suo carattere strutturale e «oggettivo» nelle società contemporanee. Balibar ha sviluppato questo aspetto, riprendendo la tradizionale concezione marxista di una violenza implicita al funzionamento del capitalismo. Oggi, invece, siamo affascinati da quella che, seguendo Badiou, possiamo chiamare violenza «soggettiva», praticata da soggetti ben definiti. Ma è un errore concentrarsi esclusivamente su questa dimensione. Talvolta, ad esempio, dimentichiamo che la violenza non è necessariamente un'azione, può risolversi anche in un gesto di sottrazione, nel rifiuto di agire.
Lei crede che il problema della violenza sia all'ordine del giorno per una critica efficace di questo capitalismo?
Il ruolo del rivoluzionario implica senz'altro la forza, ma è anche vero che la brutale esplosione di violenza è spesso una ammissione, in sé, di impotenza. Per parte mia non accetto, per esempio, la vecchia equazione trotzkista per cui Lenin si identifica con la rivoluzione e Stalin con il Termidoro. Stalin ha impiegato davvero la violenza per cambiare alla base i fondamenti della società sovietica, era una operazione difficile e ha fallito. Tutte le manifestazioni di violenza nel XX secolo, al di là delle pur grandi differenze, riproducono quel fallimento. Ma il problema sta nel fatto che la vera questione della rivoluzione non è la presa del potere, ma ciò che ne facciamo il giorno successivo, come riarticoliamo la vita di ogni giorno.
Come interpretare, in questa prospettiva, fenomeni come quelli delle banlieues francesi?
Niente a che vedere, naturalmente, con ciò che blaterano tipi come Alain Finkielkraut, sostenendo che si tratterebbe di un attacco islamista contro i valori repubblicani. Sono state le moschee, per prime, a venire bruciate. Ecco perché i fondamentalisti si sono pronunciati subito contro i disordini. I giovani delle banlieues intendevano «soltanto» dire: siamo qui e siamo di qui. Un modo per affermare la propria esistenza, una pura richiesta di visibilità. È un chiaro esempio dei limiti delle nostre democrazie, in cui masse enormi di persone non si trovano nelle condizioni di esprimere le proprie richieste più basilari nel linguaggio politico ordinario. È un fenomeno che rimanda un po' a quella che Jakobson chiamava comunicazione «fatica»: non «voglio questo o quello», ma semplicemente «sono qui».
Lei insiste spesso, polemicamente, sulla necessità di non abbandonare le categorie marxiste dell'analisi di classe. Ma quando parliamo, appunto, di favelas o di banlieues, non stiamo appunto di fronte a forze «politiche» che rimettono in questione le categorie marxiane?
Il modo in cui cerco di risolvere il problema è ridefinendo il concetto stesso di proletariato, in modo simile a Badiou e a Rancière, attraverso l'idea di singolarità universale. Mi riferisco a coloro che sono parte di una situazione senza avere in essa un «posto» specifico: sono inclusi ma al tempo stesso esclusi dall'edificio sociale. Il concetto stesso di proletariato diviene una categoria mobile. Ma il problema - enorme - è come legare questa conclusione all'economia politica. Non ho una soluzione. Dobbiamo abbandonare o conservare la teoria del valore? Interpreti diversi come Alain Badiou o Fredric Jameson sostengono che non è la conoscenza dei meccanismi del capitalismo a far difetto, ma che il vero problema è l'invenzione di nuove forme della politica. Io però non credo che noi possediamo oggi una conoscenza approfondita di come il capitalismo funzioni. L'intera struttura concettuale marxiana è basata sulla nozione di sfruttamento. Ma come funziona oggi lo sfruttamento? Tutti i termini impiegati per descrivere la fase attuale, come «società post-industriale», «società dell'informazione» o «del rischio» non mi sembrano altro che formule giornalistiche.
Che importanza ha, in questa ottica, il tentativo di ridefinire il concetto stesso di «lavoro produttivo», come ad esempio è stato fatto utilizzando la categoria di moltitudine per ripensare la forma contemporanea della classe?
Proprio questo punto mi lascia perplesso. Mi chiedo: dobbiamo pensare che esista una economia specifica anche degli slums e delle baliueues, un mercato illegale e estremamente dinamico, senza alcuna regolazione...
Una forma pura di neoliberismo?
Esatto. Non dobbiamo dimenticare che, sebbene sottratte al controllo statale, le favelas sono comunque integrate nelle dinamiche dell'economia. Ancora più interessante della questione relativa al lavoro produttivo o improduttivo, è il fatto di capire come alcune forze economiche al tempo stesso non esistano in quanto tali eppure siano pienamente integrate nella rete del capitale. Prendiamo l'economia dell'Afghanistan recentemente «liberato». È stato infine reintegrato nell'economia mondiale, sebbene il suo prodotto più importante sia l'oppio. Queste ambivalenze rendono estremamente ambigua la categoria di moltitudine. Sembra che sia lo stesso capitalismo contemporaneo a avere i medesimi predicati di quella che Negri e Hardt chiamano moltitudine. Lo stesso si può dire per la questione dello Stato. Sono sempre più scettico verso la logica anti-statalista di larga parte della sinistra, mi sembra che sia la stessa logica della destra. Non vedo, inoltre, nessun segno della cosiddetta «estinzione» dello Stato, al contrario. Perfino qui negli Stati Uniti, ad esempio, quasi ogni volta che si determina un conflitto tra la società civile e lo Stato, mi ritrovo ad essere dalla parte di questo piuttosto che di quella. Lo Stato deve intervenire spesso contro una destra particolarista, che vuole estromettere ad esempio l'insegnamento dell'evoluzionismo dalle scuole. Penso sia importante quindi, per la sinistra, influenzare o usare o perfino occupare, quando possibile, lo Stato e i suoi apparati, anche se naturalmente non è una condizione sufficiente. Credo comunque che dovremmo respingere il linguaggio della «deterritorializzazione» o dell'autorganizzazione, a favore di qualcosa che è oggi un tabù per la sinistra, cioè un'idea più forte di Stato. Quasi tutti i conflitti contemporanei, specialmente nel Medio Oriente, sono strutturati intorno alla questione del territorio. Credo che la sinistra dovrebbe cominciare a pensare in termini di «liberazione di territori».
Ma la sinistra a cui lei si riferisce, usando il termine «deterritorializzazione», non intende piuttosto segnalare le trasformazioni che rendono più opaco non solo il confine fra lavoro produttivo e improduttivo, ma anche la possibilità stessa di «localizzare» il territorio dello sfruttamento, ormai diffuso nell'intera sfera sociale?
Prendiamo il testo di Negri e Hardt Moltitudine. C'è un intermezzo dedicato a Bachtin e al carnevale con cui non sono assolutamente d'accordo. Carnevale è un termine estremamente ambiguo, usato più spesso dai reazionari che dai rivoluzionari. Il capitalismo odierno è un carnevale! I linciaggi del KKK erano un carnevale! Il modello per la teoria del carnevale di Bachtin, prodotta negli anni '30, erano le purghe staliniane: oggi nel comitato centrale, domani a cavallo di un asino! Per quel che mi riguarda, mi oppongo con forza a questa visione carnacialesca della liberazione. Nelle dinamiche del capitalismo moderno, l'opposizione tra un rigido controllo statale da un lato e una liberazione carnevalesca dall'altro, non è affatto efficace. Sono d'accordo con quanto afferma Badiou nell'intervista pubblicata di recente sul manifesto: «coloro che non hanno niente, hanno solo la propria disciplina». Ecco perché non mi dispiace definirmi ironicamente un «fascista di sinistra».
Sarebbe il potere, quindi, a incarnare il carnevale?
Certo. La trasgressione è l'ideologia oggi dominante. Ciò di cui dobbiamo riappropriarci è proprio un linguaggio della disciplina di massa, e persino un «spirito di sacrificio». Per tornare a Moltitudine, nelle ultime pagine la posizione è quasi teologica e tutto il discorso sulla resistenza si basa solo sull'immaginazione di un collasso dell'Impero. Da volgare empiricista quale sono, ho difficoltà a comprendere concretamente il senso di questa implosione...
Andiamo allora sul concreto. Quando si riferisce a «territori liberati», pensa sia possibile vedere in un movimento di massa come Hezbollah, una forma di organizzazione politica non completamente riducibile alla sua dimensione teologica?
Non vedo alcuna ambivalenza. Non sono convinto del discorso per cui organizzazioni come Hamas o Hezbollah sarebbero «non solo razzi ma anche servizi sociali». Questo vale per qualsiasi regime fascista. La rivoluzione iraniana, da questo punto di vista, è stata un vero evento. Ciò che vediamo oggi in Iran è un regime populista e conservatore che tappa la bocca ai poveri coi soldi del petrolio. Inizialmente è vero che l'Islam ha giocato un ruolo determinante, legato com'era alle posizioni più progressiste e di sinistra. Ma in pochissimo tempo i conservatori hanno preso tutto il controllo. Badiou parla di Hezbollah come di una nuova forma di organizzazione al di fuori dalla logica statuale e di partito. Ma ciò che emerge mi sembra essere piuttosto una chiusura radicale dello spazio sociale. Quale tipo di società viene proposta? Le questioni sono quelle dei lavoratori, delle donne, dell'emancipazione in generale. Dove vediamo questa emancipazione in opera? Non è una domanda retorica. Sono un impenitente eurocentrico e il problema più grande è per me la soluzione politica della questione palestinese. La necessità, cioè di uno Stato secolarizzato. È questo l'obiettivo di Hamas o di Hezbollah? O è solo la distruzione di Israele, la cacciata degli ebrei in mare? Non mi sento di schierarmi con queste forze, solo in nome di una solidarietà anti-imperialista.
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categoria : media, internazionale, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 18:49
martedì, 10 aprile 2007

La massa della classe media si trova gettata, suo malgrado, in una promiscuità sociale involontaria con i proletari e i diseredati. Respinta fuori dalla parte privilegiata del corpo sociale. Per questi soggetti la nuova situazione costituisce una formidabile disillusione, una promessa non mantenuta. Lo scaccia da un paradiso intravisto per costringerlo ad affrontare, d'un colpo, la sfida immediata della sopravvivenza propria e della propria famiglia, sul piano economico, la salvezza della sua anima, sul piano spirituale e morale, e l'aleatorietà di una cittadinanza senza diritti garantiti, sul piano politico e giuridico. Comincia così, assieme agli stessi proletari e diseredati a nutrire un'oggettva ostilità nei confronti della nuova aristocrazia composta da quelli che trovano il loro tornaconto nell'integrazione nel nuovo contesto economico internazionale che, di origini sociopolitiche diverse, associerano i rispettivi interessi sotto il mantello dei principali dirigenti politici: sono i funzionari del settore economico statale che utilizzeranno, a fini di arricchimento personale, i flussi di capitali e di merci posti sotto il loro controllo e costruiranno circuiti di profitto illegali all'interno del settore pubblico; i capitalisti d'ogni taglia, che sono i meglio piazzati per trarre vantaggio dall'apertura al mercato internazionale, a condizione di essere protetti dallo stato; una parte dei liberi professionistim attirati nell'orbita della ricchezza attraverso i talenti e le competenze che essi mettono al servizio dei privilegiati del regime; infine, tutti quelli che, alla base della scala sociale, raccolgono le briciole di questa prosperità selettiva e si identificano con il nuovo corso delle cose. La coppia di valori dominante è quella del potere e del profitto. E' un «arricchitevi» vergognoso, che non ha neanche la pretesa di servire la prosperità collettiva del paese, poichè le nuove fortune appena costituitesi, non vedono l'ora di lasciare le loro sponde per trovare ripari più sicuri.

Nell'ambito delle classi medie si condividono con il resto del pianeta gli stessi oggetti di consumo corrente, o almeno il medesimo desiderio di possedere questi oggetti. La stessa voglia di comprare, di cambiare, di diversificare i propri libri, i propri dischi, vestiti, la propria auto o moto, stereo o televisione. La libertà di scegliere tra questi oggetti, si rivela ovunque un surrogato della libertà di scegliere la propria vita. Ognuno qui può sognare, progettare, decidere, distinguersi dal prossimo, restando nel rassicurante conformismo dei modelli che si impongono a tutti. Ma quando l'individuo, oscillando tra il fascino delle figure esemplari e la tentazione di seguire mode standardizzate, riesce a imbastirsi un vago codice di condotta, uno schema di comportamento più o meno coerente, esso scopre, con frequenza, la sua impotenza ad affermarsi, l'impossibilità di realizzare un disegno d'insieme entro quello schema. Quest'ultimo presuppone, in effetti, una libertà di azione di fronte allo stato, una protezione giuridica della persona, una garanzia di giustizia imparziale, che la vita quotidiana smentisce a ogni passo; presuppone, perlomeno, un potere d'acquisto che consenta di seguire, al ritmo del progresso tecnologico, il cambiamento dei modelli di grande consumo: una possibilità che, alla maggioranza, resta precisamente interdetta. Le condizioni a partire dalle quali l'individuo abbandonato a sè stesso si sforza, a tastoni, di comporre un modo d'essere conseguente si rivelano doppiamente frustranti: la loro assunzione comporta un impoverimento di senso della vita, un appiattimento della scala dei valori realizzabili sul piano della sola riuscita materiale, un restringimento del progetto personale dall'essere all'avere. Inoltre queste finalità ridotte si trovano fuori portata della maggioranza degli individui. Per costoro, l'esistenza è una scommessa due volte perduta. Questa fase genera, così un tipo particolare di individualismo, un composto instabile di malessere interiore e di paura del futuro, che oscilla tra il disimpegno e il disinteresse per la cosa pubblica e l'egoismo provocatore e antisociale.

Ma nonostante tutto, quello che divide le categorie a reddito garantito da quelle a reddito precario, gli spazi della cultura laica da quelli della cultura religiosa, i progetti individualizzati dalle nostalgie comunitarie, una complicità di fatto tende a ravvicinare silenziosamente gli uni agli altri individui appartenenti alle classi più diverse, contro il matrimonio incestuoso del potere e del profitto. A questo, lo stato risponderà con la crescente divaricazione tra le due società e la moltiplicazione dei segni di repressione, spingendosi fino a violare una legalità, del resto già assai elastica. Lo stato paternalista, dotato in partenza di una legittimità nazionale che ne temperava l'assolutismo, comincia a somigliare a uno stato dittatoriale. Dallo stato arbitro si passa allo stato arbitrario. Sovente, lo stato tenterà di recuperare, su terreni diversi dalla causa nazionale, parte della legittimità perduta: adulerà il sentimento religioso, ecciterà le radici tribali, rinfocolando la diffidenza tra le diverse comunità compresenti. Questo gli consentirà di frammentare le forze del malcontento ma, a lungo termine, indebolirà ulteriormente la sua capacità di controllare l'insieme della società. Sua ultima risorsa sarà la guerra contro un nemico verso cui non mancheranno pregiudizi e prevenzioni storiche. Favorito dalle potenze straniere concorrenti e attizzato dai mercanti di armi, un conflitto militare può restituire al regime che vi si avventuri una rinnovata capacità di iniziativa e mobilitazione interna, risvegliando le paure e le solidarietà della comunità minacciata. Fino a quando i sacrifici richiesti alla popolazione non appariranno senza misura comune con le speranze risvegliate o i risultati attesi.

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categoria : nazionale, internazionale, locale, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 11:17
venerdì, 06 aprile 2007

Continua l'attacco e lo sfruttamento neo-liberista del pianeta. Al confine tra Cile e Argentina è in atto un progetto, "Pascua Lama" che intende sfruttare giacimenti di oro, argento e rame in un zona conosciuta in Cile anche con il nome di "Giardino dell'Atacama". Il progetto della multinazionale mineraria Barrick Gold, che è disposta a investire 500 milioni di dollari USA nell'affare, inizialmente prevedeva lo spostamento dei ghiacciai millenari Toro 1, Toro 2 e Esperanza scaricando i loro ghiacci sul ghiacciaio Guanaco e andrebbe a stravolgere l'equilibrio naturale della valle del Huasco sul fronte cileno e della Riserva della Biosfera di San Guillermo, area protetta dall'UNESCO, sul fronte argentino.

Si tratta di zone semiaride caratterizzate dalla scarsezza di risorse idriche in cui lo spostamento dei ghiacciai, che più correttamente dovrebbe essere chiamato distruzione degli stessi, andrebbe a stravolgere le falde acquifere e il corso dei fiumi che dai ghiacciai nascono, mentre l'attività mineraria rischierebbe di avvelenare quanto resterebbe delle risorse d'acqua. I danni per l'ambiente sono incalcolabili e mettono seriamente a rischio la vita e salute dei circa 70.000 abitanti che vivono sul lato cileno. Ancora una volta, tra i più colpiti rischiano di essere le comunità di indigeni Diaguita che da secoli vivono nella valle del Huasco e che ora temono la completa distruzione delle loro terre ancestrali.
Riporto di seguito un testo preso dal sito: www.noapascualama.org. Mi spiace che anche in questo caso il testo sia in spagnolo, però, tradurlo sarebbe davvero troppo per le mie possibilità.
Prima però una nota di colore. Al Gore sta girando il mondo per presentare il suo documentario sulla crisi ambientale nel mondo. Sapete chi finanzia il suo tour in Sud America? La Barrick Gold. Sapete chi c'è tra gli azionisti di maggioranza dell'azienda? George Bush padre. E' bello vedere come il cerchio si chiuda sempre. Il testo.
Pascualama 1
Pascua Lama es un proyecto binacional minero que pretende realizar la compañía transnacional minera Barrick Gold, en la alta cordillera de Chile y Argentina. En Chile, la zona comprometida corresponde a la Tercera Región (Región de Atacama) y en Argentina a la provincia de San Juan. Con una inversión inicial de 1.450 millones de dólares, busca extraer el oro que se encuentra bajo glaciares milenarios, reservas acuíferas en el desierto más seco del mundo.
 
Para poder desarrollar un proyecto en esta zona, era necesario contar con una ley que otorgara facultades especiales a las empresas, por sobre las legislaciones nacionales. Para ello, la empresa redactó un texto legal, que fue aprobado en 1997 por Carlos Menem (presidente de Argentina) y Eduardo Frei (presidente de Chile). La importancia estratégica que posee Pascua Lama en cuanto al Tratado Minero, es que de realizarse el proyecto, se instalaría una jurisprudencia que faculta a cualquier transnacional para que se apropie de toda la franja limítrofe cordillerana entre Chile y Argentina, de manera que la soberanía, el control de los recursos hídricos (la cordillera es la madre de nuestras aguas) y los recursos minerales que en Argentina no eran explotados por la dificultad de transporte, quedan a merced de la voluntad depredadora de las transnacionales: se crearán imperios económicos intocables en espacios que nuestros pueblos por siglos cuidaron y respetaron.
 
Pascualama 2
El proyecto, aunque fue aprobado por la CONAMA (Comisión Nacional del Medio Ambiente) en el 2001, aún no ha podido responder satisfactoriamente a las inquietudes de la comunidad local, que dicen relación con los glaciares, la calidad y cantidad de aguas comprometidas en la ejecución de un proyecto de esta envergadura, el depósito de estériles, la transparencia en el proceso, la fiscalización, entre otras.
 
Sin embargo, estas aprehensiones de la ciudadanía, no fueron realmente escuchadas ni por las autoridades ni por los medios de comunicación, hasta el año 2004, fecha en que la empresa reposiciona el tema a nivel mediático, al solicitar una ampliación del área de explotación, para lo cual requería un nuevo estudio de impacto ambiental (EIA).
 
Entre el 2004 y el 2005 la movilización a nivel provincial, nacional y mundial, del pueblo ya alertado e informado, dilató la aprobación del nuevo EIA presentado por la empresa, y aunque esta vez las autoridades chilenas tampoco consideraron la opinión de los afectados directos por este emprendimiento, y el 15 de febrero del 2006 aprobó con condiciones la ampliación, aún no podrán comenzar las faenas, porque está por verse el fallo del lado argentino, y lo que la justicia determine en ya 5 acciones legales con fundamento que están pendientes en tribunales.
GlaciarGuanacoIntervenidoCh

Altri link (tutti in spagnolo): http://www.olca.cl/oca/chile/pascualama.htm; http://www.pascualama.tk/; http://www.atinachile.cl/content/view/1235; http://www.greenpeace.org/chile/footer/search?q=pascua+lama 

P.S. In questi giorni non ci sarò. Sarò qui: www.attac.it. All'università popolare. Anche in vacanza si deve studiare. Quindi, se non vi rispondo, non vi sentiate ignorati. Buone vacanze a tutti. 

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categoria : sud america, internazionale, in movimento