Questo blog si prefiggeva di essere politico-culturale (o almeno questo era nelle sue intenzioni) e per un pò sembra esserci riuscito. Però è chiaro che essendo aggiornato in tempo reale, l'umore di quel momento, il modo in cui ci siamo svegliati la mattina, possono portare a scrivere delle cose che magari pochi giorni dopo si contraddicono. E' capitato in passato qualche volta... rileggerlo mi fa sempre un gran piacere. Beh, per la prima volta questo post non sarà politico, nè culturale (almeno non direttamente, e comunque non lo vuole essere). Non so tra quanto tornerò a scriverci, vediamo... In questi giorni è successa una cosa molto piacevole. Ho vissuto e respirato e sono stato vissuto e respirato... E mi sento tanto fortunato... Così, una poesia... Scusate con la sdolcinatezza. Non si ripeterà più.
E poi, se proprio volete, pensate che Neruda (la poesia è sua, come sono sicuro in molti avreste capito dopo la prima parola) è un compagno.
Bianca ape, ebbra di miele, ronzi nella mia anima e ti avvolgi in spirali lentissime di fumo.
Io sono il disperato, la parola senz'eco, quegli che ha perso tutto, dopo aver tutto avuto.
Sei la fune in cui cigola la mia ultima brama. Nel mio deserto vivi come l'ultima rosa.
Ah silenziosa.
Chiudi gli occhi profondi dove aleggia la notte. E denuda il tuo corpo di statua timorosa.
Possiedi occhi profondi dove vola la notte, fresche braccia di fiori ed un grmbo di rosa.
I tuoi seni assomigliano alle conchiglie bianche. E sul tuo ventre dorme una farfalla d'ombra.
Ah silenziosa.
Con me è la solitudine da cui tu sei lontana. Piove. Il vento del mare caccia erranti gabbiani.
L'acqua cammina scalza per le strade bagnate. Le foglie di quell'albero gerono come infermi.
Bianca ape assente, ancora ronzi nella mia anima. Risusciti nel tempo, sottile e silenziosa.
Ah silenziosa.
È necessario afferrare la novità assoluta prodotta dalla decisione di costituire il Partito democratico: da una parte nasce una formazione politica sicuramente importante e di grande peso, potrebbe essere per l'Italia il primo partito e tra i maggiori in Europa, sarà certamente fondamentale per la tenuta democratica del paese. Dall'altra si compie, già al suo nascere, una separazione, quella della sinistra diessina, che ne sottolinea la natura effettivamente moderata. Il duplice evento muta radicalmente il panorama politico, perché mentre apre a sinistra un vuoto che niente più può occultare, contemporaneamente indica la concreta possibilità di superarlo.
Il valore della decisione di Mussi non si può confondere con quella che viene identificata come la tappa precedente: la Bolognina e il Congresso del 1991. Quando, con Garavini, Libertini, Salvato e Serri, ci opponemmo per dare vita a Rifondazione comunista (e personalmente mi sono battuto per questa denominazione, cioè per non assumere l'antico nome del Pci che con quel congresso vedeva la fine della sua storia), quella sinistra che oggi non partecipa al cammino del Partito democratico non venne con noi. Capivamo bene, quindi, di non essere «la sinistra», ma solo una parte di essa. Una parte che non intendeva partecipare alla cancellazione di un'identità storicamente stratificatasi attorno a alcuni principi, certo, e che su quella base unificava via via componenti diverse e diversamente nate e cresciute: oltre a chi, come me, usciva dal Pci, si raccolsero militanti di Democrazia proletaria, del Pdup, di formazioni minori. Una parte che sapeva di poter lievitare, come in effetti sin dall'inizio avvenne: la nuova organizzazione politica raggiunse già l'anno seguente, nelle elezioni politiche del 1992, la rispettabile percentuale del 5,6 per cento e poi nel '96 sfiorò il 10 per cento, un terzo dell'elettorato del grande Pci!
Ricordo quegli eventi proprio per sottolinearne la diversità dal presente: oggi non si tratta di articolare e differenziare la sinistra secondo linee identitarie, in risposta al nuovo partito moderato. Le questioni identitarie sono più che rispettabili, non si cancella una storia di pensiero e di azione politica che ha dato senso alla democrazia di un paese, perciò non deve stupire se il dibattito politico riporta all'attenzione anche l'identità socialista (e quella democratica cristiana). Ma quale identità, o peggio: quale Pantheon può essere efficace nel momento in cui un intero popolo di sinistra si ritrova in una condizione vicina all'invisibilità e all'irrilevanza politica?
Ora - da oggi in poi - la sinistra che ha abbandonato alla nascita il Partito democratico si trova di fronte, nello stesso tempo, a una questione epocale e alla possibilità di affrontarla. Problema e possibilità concreta: è infatti questa separazione a rendere evidente la necessità di fare unità a sinistra, e, direi, a rendere naturale questa unificazione. È infatti con naturalezza ormai, e da molto tempo, che ci si incontra tra esponenti di ogni possibile frammento di sinistra antica e nuova, senza più steccati, senza nessun impulso a rivendicare le rispettive storie e collocazioni. Ci si incontra a volte tra antichi avversari, e certo non per saldare vecchi conti o per erigere nuovi steccati.
A me pare che in molti abbiano capito. Le decisioni di Mussi vanno in questa direzione; le riflessioni di Bertinotti anche. Qualcuno si attarda ancora in alchimie e in autodifese e in tentativi di rallentamento di quello che è il corso delle cose. Sono quelli che dicono di aprirsi ma che in concreto difendono il loro giardino (anche per questo mi sono dimesso anche formalmente dal PdcI). Il proprio giardino? ma non vedono l'immensa prateria in cui c'è un popolo di sinistra che attende, vuole l'unità? Quella miriade di uomini e donne, giovani e non, che si sono scoperti o ostinatamente si confermano essere di sinistra: persone che sperimentano lavoro e sfruttamento, studio e dispersione del pensiero, mobilitazione e isolamento, quei milioni di persone attive nelle lotte per la pace, per l'ambiente, per i diritti, per nuove relazioni civili tra donne e uomini, per nuove convivenze. Il popolo di sinistra che le ha provate tutte per essere tale, ma non riesce a esprimersi come tale.
Di fronte a questo popolo i gruppi dirigenti di ogni formazione hanno una enorme responsabilità: non si tratta semplicemente di «ascoltare» questa gente, si tratta di promettere, e di mettere in atto immediatamente uno spazio politico unitario. Che altro si aspetta per creare aggregazione, massa critica, operatività collettiva, rappresentanza unitaria? Si unifichino i gruppi parlamentari, i gruppi consiliari, per cominciare, si chiarisca che si sta producendo unificazione, unificazione della sinistra senza aggettivi. Si dica che il panorama è cambiato in maniera radicale, e dunque va compiuta una scelta adeguata. Perché senza una sinistra ampia, articolata, popolare si vive male, si va indietro e si rischia grosso. E le aggregazioni identitarie non hanno ossigeno, si irrigidiscono attorno ai loro apparati, prigionieri delle loro dinamiche interne, rispettabili fin che si vuole, ma tristi. E invece, uniti si potrebbe essere grandi, incisivi e capaci di rianimare fiducia e speranza: in parte grandi lo si è già numericamente, ben oltre le due cifre di percentuale.
Quanto a me, se vale qualcosa un esempio, non mi impedisce, questa prospettiva, di essere liberamente comunista: perché dovrebbe impedire a altri di essere se stessi, in una prospettiva finalmente e di nuovo appassionante perché sostenuta dalla necessità del presente e dalla speranza di futuro?
Rimettersi in discussione è un impegno pieno di vita, se lo si fa mentre si amplia lo spazio dell'espressione politica. E non comporta abiure, bensì un inesauribile approfondimento delle ragioni delle singole vite e biografie, a contatto con altri milioni di persone sottratte alla gora pesante di un paese senza la sua sinistra.

La massa della classe media si trova gettata, suo malgrado, in una promiscuità sociale involontaria con i proletari e i diseredati. Respinta fuori dalla parte privilegiata del corpo sociale. Per questi soggetti la nuova situazione costituisce una formidabile disillusione, una promessa non mantenuta. Lo scaccia da un paradiso intravisto per costringerlo ad affrontare, d'un colpo, la sfida immediata della sopravvivenza propria e della propria famiglia, sul piano economico, la salvezza della sua anima, sul piano spirituale e morale, e l'aleatorietà di una cittadinanza senza diritti garantiti, sul piano politico e giuridico. Comincia così, assieme agli stessi proletari e diseredati a nutrire un'oggettva ostilità nei confronti della nuova aristocrazia composta da quelli che trovano il loro tornaconto nell'integrazione nel nuovo contesto economico internazionale che, di origini sociopolitiche diverse, associerano i rispettivi interessi sotto il mantello dei principali dirigenti politici: sono i funzionari del settore economico statale che utilizzeranno, a fini di arricchimento personale, i flussi di capitali e di merci posti sotto il loro controllo e costruiranno circuiti di profitto illegali all'interno del settore pubblico; i capitalisti d'ogni taglia, che sono i meglio piazzati per trarre vantaggio dall'apertura al mercato internazionale, a condizione di essere protetti dallo stato; una parte dei liberi professionistim attirati nell'orbita della ricchezza attraverso i talenti e le competenze che essi mettono al servizio dei privilegiati del regime; infine, tutti quelli che, alla base della scala sociale, raccolgono le briciole di questa prosperità selettiva e si identificano con il nuovo corso delle cose. La coppia di valori dominante è quella del potere e del profitto. E' un «arricchitevi» vergognoso, che non ha neanche la pretesa di servire la prosperità collettiva del paese, poichè le nuove fortune appena costituitesi, non vedono l'ora di lasciare le loro sponde per trovare ripari più sicuri.
Nell'ambito delle classi medie si condividono con il resto del pianeta gli stessi oggetti di consumo corrente, o almeno il medesimo desiderio di possedere questi oggetti. La stessa voglia di comprare, di cambiare, di diversificare i propri libri, i propri dischi, vestiti, la propria auto o moto, stereo o televisione. La libertà di scegliere tra questi oggetti, si rivela ovunque un surrogato della libertà di scegliere la propria vita. Ognuno qui può sognare, progettare, decidere, distinguersi dal prossimo, restando nel rassicurante conformismo dei modelli che si impongono a tutti. Ma quando l'individuo, oscillando tra il fascino delle figure esemplari e la tentazione di seguire mode standardizzate, riesce a imbastirsi un vago codice di condotta, uno schema di comportamento più o meno coerente, esso scopre, con frequenza, la sua impotenza ad affermarsi, l'impossibilità di realizzare un disegno d'insieme entro quello schema. Quest'ultimo presuppone, in effetti, una libertà di azione di fronte allo stato, una protezione giuridica della persona, una garanzia di giustizia imparziale, che la vita quotidiana smentisce a ogni passo; presuppone, perlomeno, un potere d'acquisto che consenta di seguire, al ritmo del progresso tecnologico, il cambiamento dei modelli di grande consumo: una possibilità che, alla maggioranza, resta precisamente interdetta. Le condizioni a partire dalle quali l'individuo abbandonato a sè stesso si sforza, a tastoni, di comporre un modo d'essere conseguente si rivelano doppiamente frustranti: la loro assunzione comporta un impoverimento di senso della vita, un appiattimento della scala dei valori realizzabili sul piano della sola riuscita materiale, un restringimento del progetto personale dall'essere all'avere. Inoltre queste finalità ridotte si trovano fuori portata della maggioranza degli individui. Per costoro, l'esistenza è una scommessa due volte perduta. Questa fase genera, così un tipo particolare di individualismo, un composto instabile di malessere interiore e di paura del futuro, che oscilla tra il disimpegno e il disinteresse per la cosa pubblica e l'egoismo provocatore e antisociale.
Ma nonostante tutto, quello che divide le categorie a reddito garantito da quelle a reddito precario, gli spazi della cultura laica da quelli della cultura religiosa, i progetti individualizzati dalle nostalgie comunitarie, una complicità di fatto tende a ravvicinare silenziosamente gli uni agli altri individui appartenenti alle classi più diverse, contro il matrimonio incestuoso del potere e del profitto. A questo, lo stato risponderà con la crescente divaricazione tra le due società e la moltiplicazione dei segni di repressione, spingendosi fino a violare una legalità, del resto già assai elastica. Lo stato paternalista, dotato in partenza di una legittimità nazionale che ne temperava l'assolutismo, comincia a somigliare a uno stato dittatoriale. Dallo stato arbitro si passa allo stato arbitrario. Sovente, lo stato tenterà di recuperare, su terreni diversi dalla causa nazionale, parte della legittimità perduta: adulerà il sentimento religioso, ecciterà le radici tribali, rinfocolando la diffidenza tra le diverse comunità compresenti. Questo gli consentirà di frammentare le forze del malcontento ma, a lungo termine, indebolirà ulteriormente la sua capacità di controllare l'insieme della società. Sua ultima risorsa sarà la guerra contro un nemico verso cui non mancheranno pregiudizi e prevenzioni storiche. Favorito dalle potenze straniere concorrenti e attizzato dai mercanti di armi, un conflitto militare può restituire al regime che vi si avventuri una rinnovata capacità di iniziativa e mobilitazione interna, risvegliando le paure e le solidarietà della comunità minacciata. Fino a quando i sacrifici richiesti alla popolazione non appariranno senza misura comune con le speranze risvegliate o i risultati attesi.
Continua l'attacco e lo sfruttamento neo-liberista del pianeta. Al confine tra Cile e Argentina è in atto un progetto, "Pascua Lama" che intende sfruttare giacimenti di oro, argento e rame in un zona conosciuta in Cile anche con il nome di "Giardino dell'Atacama". Il progetto della multinazionale mineraria Barrick Gold, che è disposta a investire 500 milioni di dollari USA nell'affare, inizialmente prevedeva lo spostamento dei ghiacciai millenari Toro 1, Toro 2 e Esperanza scaricando i loro ghiacci sul ghiacciaio Guanaco e andrebbe a stravolgere l'equilibrio naturale della valle del Huasco sul fronte cileno e della Riserva della Biosfera di San Guillermo, area protetta dall'UNESCO, sul fronte argentino.



Altri link (tutti in spagnolo): http://www.olca.cl/oca/chile/pascualama.htm; http://www.pascualama.tk/; http://www.atinachile.cl/content/view/1235; http://www.greenpeace.org/chile/footer/search?q=pascua+lama
P.S. In questi giorni non ci sarò. Sarò qui: www.attac.it. All'università popolare. Anche in vacanza si deve studiare. Quindi, se non vi rispondo, non vi sentiate ignorati. Buone vacanze a tutti.