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postato da andrij83 alle ore 16:15
mercoledì, 28 novembre 2007

Prima del tema del post lo stesso avviso del precedente post. Ho messo la musica nel mio blog. Ora, una cosa che ho sempre odiato è la musica nei blog, specie quella che parte in automatico e specie quella che non ha la stringa di comando e quindi non si può disattivare. Detto ciò... voi, compagni e compagne visitatori del mio blog, cosa ne pensate??? Se vi da fastidio parta in automatico la disattivo e ognuno la farà partire solo se vorrà... Partecipiamo questo blog. Datemi il vostro parere.



Movimento per la Rifondazione ComunistaCannavò esagera quando dice che è la fine di Rifondazione Comunista. Di certo, però, è stato fatto un passo avanti enorme verso la Cosa Rossa e, di certo, Rifondazione Comunista è moribonda, a metà via tra la fine o una nuova Rifondazione.

Il voto di fiducia sul protocollo welfare è una presa in giro verso il nostro elettorato, verso tutte le persone che sono scese in piazza il 20 ottobre, verso il Parlamento intero, come ben hanno sottolineato i compagni Burgio e Grassi in un loro comunicato stampa (clicca qui).

Beninteso non credo sia una presa in giro perpetrata da noi di Rifondazione Comunista, bensì dall’attuale governo, sempre più schiavo di confindustria e di pochi senatori in bilico tra destra e sinistra.

«Votiamo per un vincolo sociale non più politico» hanno dichiarato Giordano e Migliore dopo la nostra decisione di votare la fiducia.

Io a questo punto mi chiedo quale sia questo vincolo sociale. Dal momento che il governo ha tradito tutto ciò che aveva promesso in campagna elettorale, tutto ciò che, ancor più, era previsto nel programma dell’Unione, non dovrebbe esistere neanche il vincolo sociale.

Da sempre, da quando ho iniziato a fare politica, ho creduto che sociale e politico si intrecciassero e sovrapponessero.

Che fare politica, che occuparsi della cosa pubblica, significasse occuparsi della società.

Credo che il vincolo sociale e politico allora Rifondazione non lo avesse con il Governo o con Prodi, ma con i suoi elettori. Con il milione sceso in piazza il 20 ottobre; con il milione che ha votato contro nella consultazione promossa dai sindacati tra i lavoratori; con i centinaia di migliaia di precari che da questo governo si aspettavano delle garanzie, di poter vedere il loro futuro con maggiore sicurezza.

Guarda caso in tutti e tre i casi rientro anch’io. C’ero il 20 ottobre; ho votato no al referendum; e ho un contratto da precario a tempo determinato. Una triplice delusione mi arriva dall’approvazione del pacchetto e da questo Governo.

E come me rientrano in queste categorie alcuni dei miei amici che, a fatica, ero riuscito a portare fino a votare Rifondazione Comunista e, che da tempo, mi chiedano cosa sia cambiato. Per chi non segue la politica giornalmente, da dentro, leggere i piccoli passi in avanti non è certo facile. Specie perché i media, complici dei poteri forti e di Confindustria che tengono in pugno questo Governo, non ne fanno menzione. Che sia un tentativo, fino ad oggi ben riuscito, di far apparire come fallimentare l’esperienza della Sinistra Comunista al governo e ti raschiarne via l’elettorato per indebolirla sempre di più? Forse ci dovremmo fermare a meditare su ciò. Il nostro Partito sui media – il mio campo di studi – mi sembra sempre molto distratto.

Certo anche in questo caso c’è lo spauracchio. Questa volta non è solo il ritorno del centro-destra e di Berlusconi, ma è anche lo Scalone Maroni che entrarà in vigore dal 1 gennaio 2008 se non sarà modificato.

Però credo che questa paura ci abbia portato ad approvare nel corso di questo anno e mezzo di governo troppi provvedimenti al ribasso. Di rospi e rospetti ne sono stati ingoiati. Durante la finanziaria, con il rifinanziamento delle missioni, con il pacchetto sicurezza, ecc… Anche se non si può negare che, su alcune materie, piccoli passi avanti non sarebbero stati fatti senza il grande apporto di Rifondazione. Ma qui torniamo al problema di cui parlavo pocanzi.

Ramon Mantovani a suo tempo parlò di referendum interno a Rifondazione per decidere o meno della nostra permanenza all’interno di questo Governo. Non se ne è fatto nulla.

Una cosa che è certa, per uno come me che lavora nella base del Partito, che ogni giorno si confronta con il mal contento della gente, con il malessere socio-economico delle persone – idea restituitami da quanto ogni giorno posso vedere nella mia attività di collaboratore del nostro assessore alle Politiche Sociali del Comune di Pomezia – il vincolo sociale e quindi politico è da tempo rotto. La verifica di gennaio servirà a ben poco. Non servirà certamente a riavvicinare quella parte di popolo che stiamo man mano perdendo.

Qualche puntata fa di “Anno Zero”, il programma di Santoro, si parlava di lavoro e del referendum sul pacchetto welfare. Un operaio di una fabbrica metalmeccanica del nord, dove i NO stravinsero, intervistato disse che era andato a firmare da Grillo perché non sapeva più che cazzo fare (citazione testuale). In quelle sue poche parole ho sentito tutto il peso della Nostra sconfitta.

Ultima cosa. Io sono un convinto sostenitore del centralismo democratico. Il nostro Partito però lo abolì a suo tempo. Sono un militante convinto che il Partito vada sostenuto anche lì, dove si compiano scelte difficili. In questo anno e mezzo di governo lo ho fatto, a volte anche contro le mie stesse convinzioni.

Oggi però credo che un Partito della Rifondazione Comunista non possa assolutamente difendere né, tantomeno, mantenere in vita un governo che compie queste scelte, senza mutare profondamente la sua ragion d’essere. In questo mi ricollego a ciò che dicevo all’inizio a proposito della Cosa Rossa.

Si potrebbe anche pensare che lo strappo, non si sia voluto consumare, per non rompere il legame che ci lega a Sinistra Democratica nell’ambito Cosa Rossa. Mi chiedo, se fosse mancata la nostra fiducia, cosa avrebbero fatto SD e i Verdi che nel Consiglio dei Ministri votarono a favore del protocollo mentre il nostro Ferrero e il ministro dei Comunisti Italiani si astennero?

Oggi più che mai esprimo la mia vicinanza ai Compagni che, nonostante abbiano votato contro nella riunione del gruppo parlamentare, voteranno in aula la fiducia posta dal Governo sul protocollo welfare, io non ce l’avrei fatta.

Da buon marxista, credo ancora che il comunismo sia il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. E lo stato di cose presente, credo ancora che si chiami capitalismo e neo-liberismo che, tanto centro-destra, quanto centro-sinistra oggi stanno legittimando e praticando.

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categoria : nazionale

postato da andrij83 alle ore 16:27
martedì, 27 novembre 2007

di Gennaro Carotenuto (www.gennarocarotenuto.it)

Cosa succederebbe in Italia se un pregiudicato romeno ubriaco investisse sulle strisce una signora italiana con due bambini e la riducesse in fin di vita? La risposta è facile, diverrebbe in un lampo prima notizia su tutti i media e molti sciacalli sarebbero pronti a organizzare fiaccolate, a chiedere mano dura, espulsioni e a fare passeggiate vestiti come Humphrey Bogart. Cosa succede se avviene il contrario? Questa settimana ne abbiamo avuto una ATROCE dimostrazione pratica. E i media italiani ne escono in maniera vergognosa.

La storia, nella sua crudezza, è semplice. Il giorno 20 novembre in pieno giorno, nella città di Roma, la cittadina rumena Marinela Martiniuc, 28 anni, attraversava sulle strisce nei pressi di una scuola. Spingeva una carrozzina con suo figlio Elias di appena quattro mesi e teneva per mano sua nipote Adina di 12 anni.

Sono stati spazzati via da un'auto guidata da un cittadino italiano, in evidente stato di ebbrezza, e appena uscito di galera. Il neonato è stato sbalzato a 20 metri di distanza, la piccola Adina ha avuto multiple lesioni alle gambe. La signora Martiniuc è stata per 24 ore incosciente ed in pericolo di vita. Tutt'ora è ricoverata in condizioni critiche.

Nessun giornale o gr o tg ha ritenuto opportuno diffondere la notizia. Questa è stata diffusa oggi, cinque giorni dopo, solo in una lettera inviata da Anna Maffei, presidente dell'Unione cristiana evangelica battista italiana, pubblicata dal quotidiano Il Manifesto.

Maffei invita a una riflessione sul ruolo dei media nella costruzione del clima di insicurezza e di crescente intolleranza e xenofobia fra la gente comune. Ha ragione: i media mainstream oramai formano un compatto partito del pregiudizio e utilizzano il loro sterminato potere per diffonderlo ad arte. Per un'elementare regola giornalistica infatti, se i romeni e solo i rumeni (o i rom che per il giornalista medio è lo stesso) sono tutti stupratori, assassini, ladri, autisti ubriachi, l'ennesimo cane che morde l'uomo non deve far notizia. Ma se è l'uomo italiano (pregiudicato e ubriaco) a mordere la cagna rumena, questa non dovrebbe essere una notizia più del suo stereotipato opposto? Non dovrebbe causare scandalo e vergogna che un nostro connazionale abbia ridotto in fin di vita una donna straniera e due bambini?

Sarebbe un triste paradosso, ovviamente, se solo per questo i media facessero un buon servizio all'informazione. La Maffei centra perfettamente il punto. Oggi i media mainstream, manipolando e scegliendo le notizie in maniera intenzionale, rappresentano un generatore di insicurezza sociale, intolleranza e xenofobia. E i giornali italiani che strillano l'investimento (o lo stupro, o l'omicidio) di una cittadina italiana da parte di un cittadino straniero, ma nascondono il caso opposto e sminuiscono sistematicamente i crimini dei quali gli stranieri sono vittime, vanno definiti per quel che sono: razzisti.

Per turpi fini (politici o commerciali che siano) si stanno prestando a mettere in pericolo la convivenza civile in questo paese e stanno giocando con la nostra democrazia. E' tempo che chi ha a cuore la convivenza civile in questo paese chieda sistematicamente loro conto delle loro intenzioni e malintenzioni. Un altro giornalismo è possibile.


PS: Non c'entra nulla con il post e mi scuso con tutti, specie con Carotenuto... però è necessario. Ho messo la musica nel mio blog. Ora, una cosa che ho sempre odiato è la musica nei blog, specie quella che parte in automatico e specie quella che non ha la stringa di comando e quindi non si può disattivare. Detto ciò... voi, compagni e compagne visitatori del mio blog, cosa ne pensate??? Se vi da fastidio parta in automatico la disattivo e ognuno la farà partire solo se vorrà... Partecipiamo questo blog. Datemi il vostro parere.
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categoria : media, laltro

postato da andrij83 alle ore 19:27
venerdì, 23 novembre 2007

Viva il Re!La rivoluzione parte sempre con l’eliminazione del parassitismo presente. Sotto questo punto di vista l’Italia già nel dopoguerra era partita – a mio avviso – malino. L’esilio e un’appendice costituzionale sono figli di una mediazione al ribasso. Tant’è… per 50 anni ha funzionato. Fin quando non è arrivato il centro-destra che - tra un monarchico e un nazionalista stinto - ha eliminato quell’appendice, riaprendo le porte del Regno, perdon, lo Stato al prode regnante.

Così, tra una idiozia e un’altra… Tra un appoggio apertissimo alla Nuova DC per le Autonomie – partito tanto indipendente quanto i 2 milioni di euro che ogni anno riceve da Forza Italia – da parte del bell’Emanuele Filiberto e tutto il resto… siamo arrivati al botto di oggi.

Risarcimenti per 260 milioni di euro per danni morali. Più la restituzione di tutti quelli che erano i beni di casa savoia.

Di fronte a ciò, io ho una contro proposta. Perché non li rispediamo da dove vengono. Certo io preferirei ancora la cara vecchia ghigliottina che tante gioie ha dato a suo tempo… ma con la moratoria sulla pena di morte, non me la sento proprio di andare contro il mio governo… Si è notata l’ironia anche in quest’ultima frase??? Vi prego, ditemi di si.

Tra l’altro visto il caso eccezionale chiudo il sondaggio con 2 giorni di anticipo e ne propongo un altro. Secondo voi, di fronte alla richiesta di casa savoia quel è la giusta soluzione: A) hanno ragione. Risarciamoli; B) ghigliottiniamoli tutti (re e nobili); C) sono pur sempre italiani. Teniamoli ma non cacciamo una lira; D) ricacciamoli in esilio.

Il sondaggio resterà aperto fino a domenica 16 dicembre. Votate! Votate! Votate!

E per chi ieri non avesse visto le iene, consiglio il servizio di Enrico Lucci con il piccolo Emanuele, l'erede al trono d'Italia. Sul sito della trasmissione dovrebbe già esserci.

ghigliottina

P.S. Dopo 20 giorni chiude il precedente e primo sondaggio della serie. I voti totali sono stati 23. Così distribuiti: 9 lavoro; 6 diritti degli omosessuali; 4 istruzione; 2 lotta all’immigrazione clandestina; 1 legalizzazione delle droghe leggere; 1 lotta alla criminalità; 0 per ambiente, cooperazione internazionale, disarmo, costruzione UE solidale.

Ognuno tiri le prorie parzialissime conclusioni. Una cosa però la ho appurata. Gente di destra in qualche modo arriva sul mio blog.

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categoria : sondaggi, provocazioni, nazionale

postato da andrij83 alle ore 23:03
mercoledì, 21 novembre 2007

COMUNICAZIONE AI CITTADINI
A DICEMBRE PAGATE IL SALDO ICI COL MODELLO F24
 
Non è un mistero che per colpa dell'A.Ser., la società che per conto del Comune di Pomezia si occupa dell'ICI e della Tarsu, le casse del Comune siano sempre vuote. Questo nel corso degli anni ha portato a importanti tagli di bilancio. Nonostante le pressioni esercitate anche e soprattutto dal nostro Partito, tentare di togliere l'A.Ser. dal servizio di riscossione tributi e ristabilire l'ufficio tributi comunale è tutt'altro che facile e scontato.
Una prima opportunità però per aggirare lo scoglio è data dal modulo F24 attraverso il quale è possibile versare, tramite un qualsiasi sportello bancario o postale, sia l'ICI che la Tarsu direttamente nelle casse del Comune di Pomezia. In questo modo il 100% del pagato finirebbe nelle casse del Comune.
Ciò permetterà quindi al Comune di avere a disposizione maggiori fondi da investire per opere pubbliche e servizi al cittadino.
 
Nei prossimi giorni inizieremo a dare assistenza a tutti i cittadini nella compilazione del modulo F24.

Il manifesto.
modello f24 per saldo ici.
P.S. Per i frequentanti del mio blog non di Pomezia (direi la quasi totalità), non giudicate i simboli sul manifesto. Nel nostro ridente comune 6 anni fa arrestarono quasi tutta la giunta e il consiglio comunale per un giro impressionante di tangenti. Diciamo che da allora un ricambio non c'è stato. Quindi si è costretti a barcamenarsi con gli alleati del momento. Fortunatamente questi nostri sono onesti, oltre che nell'attualità pometina anche molto preparati.
Avevo pronto un post sull'uscita della famiglia savoia. Lo posterò venerdì, da casa della mia Creatura.
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categoria : locale, in movimento

postato da andrij83 alle ore 15:05
venerdì, 16 novembre 2007

El Rey Juan Carlos con el dictador y genocida Francisco FrancoEl Rey Juan Carlos con el dictador y genocida Francisco Franco
Juan Carlos de Borbón con el dictador y genocida Augusto PinochetJuan Carlos de Borbón con el dictador y genocida Augusto Pinochet
El Rey de España con el dictador y genocida George BushEl Rey de España con el dictador y genocida George Bush

Hugo Chavez Frias
Chavez a pugno chiuso!
CONGRESO BOLIVARIANO DE LOS PUEBLOS
www.congresobolivariano.org
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categoria : sud america, antifascismo, internazionale

postato da andrij83 alle ore 15:53
mercoledì, 14 novembre 2007

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categoria : locale, in movimento

postato da andrij83 alle ore 22:22
venerdì, 09 novembre 2007

Riporto un articolo-intervista apparso sul manifesto del 7 novembre. L'ho trovato molto interessante per cui ve lo riporto. E' di seguito, sotto il video... Tra l'altro, non so voi, ma a me l'inno sovietico fa venire i brividi tutte le volte.
Ah, il titolo del post è il titolo dell'articolo.






Fuori sincrono. Memoria e bilancio di un evento europeo
Intervista a Mario Tronti La «follìa» di Lenin fra politica, economia, teologia. Il salto al di là di quello che c'è, il confine sottile fra potere e dominio, la lotta impari fra rottura e continuità, i conti fra il comunismo e lo Stato Perché la rivoluzione si mangia i suoi figli e si capovolge in oppressione? La potenza della storia è più forte di quella della politica
Ida Dominijanni

Né il 24 né il 26 ma il 25 di ottobre 1917, per il nostro calendario il 7 novembre, novant'anni fa giusto oggi: il tempo della rivoluzione, per Lenin, era un'ora esatta. Né prima né dopo, l'ora che o la cogli o passa e non torna. Il novantesimo, per un anniversario, è invece un tempo incerto: non ha la passione calda e partigiana del decennale né la distanza fredda e ponderata del centenario; per le regole del grande show mediatico è un fuori sincrono, per i criteri politici del presente un'assurdità. Mario Tronti la mette in metafora: «Questo anniversario è come una stella che cade in una palude. Ma quando cade una stella ci tocca un desiderio. Il mio è questo, che nei dieci anni che ci separano dal centenario accada qualche sorpresa, che renda almeno possibile il discorso». Il discorso sull'Ottobre, nonché quello sulla rivoluzione di cui l'Ottobre continua a essere simbolo imprescindibile, oggi è in effetti un discorso impossibile. E non da oggi, né solo dall''89 o dal '91, quando il crollo del Muro di Berlino prima e dell'Urss poi ha travolto, con gli esiti, anche l'inizio dell'esperimento sovietico: il revisionismo storico era al lavoro già da prima, e in vent'anni ha reso di senso comune l'equivalenza fra i due totalitarismi, comunista e nazista, del Novecento, quando non, à la Nolte, l'interpretazione del secondo come reazione (legittima) al primo. Di contro, una memoria «ortodossa» del mito dell'Ottobre resiste nella sinistra europea, ma senza carica e in difensiva, come se le mancassero, prima che le giuste risposte, le giuste domande da rivolgere a quell'evento.
Novant'anni dall'inizio e sedici dalla fine dell'esperimento sovietico: ancora troppo pochi per la giusta distanza che serve a un bilancio storico e teorico?
Evidentemente sì, ancora troppo pochi per un bilancio lucido, realistico e anche disincantato. Una volta chiesero a Chu en-lai: quali, secondo lei, le conseguenze della Rivoluzione francese? E lui: troppo presto per dirlo. Però, rifugiarsi nella retorica minoritaria, o in un culto passivo della memoria, non serve a niente, lanciarsi nei giudizi di valore nemmeno. Bisogna piuttosto rimettere a punto delle coordinate, provare almeno a interpretare la storia visto che è diventato sempre più difficile cambiarla. Prima coordinata: la Rivoluzione d'ottobre sta dentro la Grande guerra. Senza guerra mondiale, niente rivoluzione russa. Nel 1914 finisce quella che Polanyi chiama la pace dei cento anni, nel '17 l'Ottobre apre l'età delle guerre civili mondiali, a cominciare da quella che subito si consuma all'interno della Russia.
Dunque l'Ottobre è un evento europeo. Eppure l'unificazione europea sembra compiersi oggi nel segno della sua cancellazione, come se fosse possibile riammettere - o riannettere - i paesi dell'Est solo al prezzo di chiudere in parentesi la storia della rivoluzione, del socialismo e dell'Urss...
La Russia è Europa, oggi come novant'anni fa. Non a caso allora l'effetto dell'Ottobre rimbalzò immediatamente nell'Europa continentale, in particolare nei paesi più vicini allo «spirito» russo come la Germania. E oggi, senza ricollocare quell'evento e il seguito nella storia europea, non ci può essere ricostruzione della storia e della memoria né qui né lì. E non ci può essere nemmeno un' Europa credibile.
Al di là della memoria passiva e minoritaria che dicevi poco fa, la Rivoluzione d'ottobre è diventata una sorta di evento indicibile, o impensato, anche per la cultura della sinistra radicale occidentale, nata nel '68 sulla base della critica e del rifiuto del socialismo reale e del comunismo di stato. Come se il seguito indifendibile della storia sovietica si fosse mangiato l'evento originario. Si può ancora separare l'evento originario dal seguito? O il seguito era tutto inscritto nell'origine?
La rivoluzione bolscevica resta un evento simbolico ineludibile, per almeno due ragioni, tuttora effettivamente impensate, o quantomeno da tornare a pensare, negli effetti storici e nei risvolti teorici. Primo: l'Ottobre segna la fine della storia delle classi subalterne. Per la prima volta gli «umiliati e offesi» conquistano il potere e rovesciano una tradizione millenaria di sconfitte. C'era stato, sottolineato da Lenin, il precedente della Comune di Parigi; ma da Parigi a San Pietroburgo c'è un salto di dimensione: la conquista del Palazzo d'inverno è il farsi Stato, cioè potere e autorità, delle classi subalterne. Le quali purtroppo - il fallimento sta qui - finiranno molto presto con il ricalcare, nei fini e nei mezzi, la storia del potere, dello Stato e del governo delle classi dominanti. E' sottile il confine fra potere e dominio, e travalicarlo sembra ineluttabile: l'eterogenesi dei fini dell'Ottobre ci riconsegna questo problema in tutto il suo spessore.
Secondo: l'Ottobre è stato, secondo la geniale definizione di Gramsci, una «rivoluzione contro il Capitale». La rivoluzione scoppia, imprevista, laddove secondo lo schema marxiano ortodosso non c'erano le condizioni perché scoppiasse. Questo imprevisto segnerà la storia del Movimento operaio, facendo esplodere la frattura fra socialdemocrazia e partiti comunisti. Ma apre anche il passaggio teorico dalla critica dell'economia politica di Marx alla critica della politica di Lenin. Con la Rivoluzione d'ottobre accade qualcosa che nello schema logico di Marx non era compreso, e che ha a che fare con l'autonomia e l'irriducibilità della politica. L'atto di Lenin mostra che il politico non sta dentro l'economico, non ne consegue e lo eccede. Lenin sta alla critica della politica come Marx sta alla critica dell'economia: è questo «il salto» di Lenin, un salto logico e storico che in seguito verrà variamente assunto o rifiutato, ma che resta a tutt'oggi un problema inevaso.
Mi viene in mente Zizek, in Tredici volte Lenin. Anche lui si interroga sull'«eccedenza» del Lenin politico rispetto al Marx della forma-merce, anche lui rovescia l'idea «fallimentare» di Lenin in una rivalutazione della sua «follìa» - per «follìa» intendendo la sua capacità di cogliere nella catastrofe della guerra «l'urgenza del momento» rivoluzionario, e di spezzare così lo storicismo evoluzionista della Seconda internazionale. Lenin dunque non come «volontarista soggettivista», ma come politico dell'eccezione. E Stalin, all'opposto, come figura del ritorno «a un realistico 'senso comune'» economico-sociale.
Infatti, Lenin riprende la grande tradizione della politica moderna europea e porta la politica al centro della rivoluzione. E probabilmente una delle ragioni principali del fallimento dell'esperimento sovietico sta proprio nel fatto che questa centralità della politica, nel dopo-Lenin, finisce. Si torna al primato dell'economia, imbarcandosi nella costruzione del socialismo con gli stessi schemi logici e metodologici del secondo libro del Capitale. Ne parlò una volta Rita di Leo. E' questa la matrice del fallimento: l'idea di organizzare un'economia non capitalistica ma restando dentro le regole della scienza economica, in competizione diretta e simmetrica con il capitalismo. Non funziona, e non funzionava neanche in Marx: senza politica, la critica dell'economia politica ha il fiato corto.
Anche Lenin insomma ci riporta alla questione dell'autonomia del politico?
Ci riporta alla questione di come la politica riesca a mantenere il suo statuto autonomo, senza diventare economia politica. Lenin, pur senza la necessaria consapevolezza teorica - all'epoca c'erano già stati Weber e tutta la scienza politica e giuridica, soprattutto tedesca, tra Otto e Novecento - aveva colto che la politica era il vero elemento rivoluzionario che l'Ottobre, nella sua follia storica, faceva intravedere.
L'Ottobre, o il Febbraio? Nel novantesimo della rivoluzione, non è ancora risolta la controversia fra chi nell'Ottobre vede l'esito del processo rivoluzionario, e chi ci vede invece il suo tradimento, il colpo di Stato bolscevico che strangola nella culla la fragile democrazia russa messa al mondo dalla rivoluzione di febbraio.
Ma no, la Rivoluzione di febbraio ricalcava lo schema delle rivoluzioni borghesi, di uno sviluppo economico-sociale che cercava la sua espressione e i suoi canali politici. Quella di Ottobre è il contrario, l'uno-due di Lenin rompe lo schema: mettersi alla testa della rivoluzione borghese per portarla oltre se stessa, questa è l'intuizione geniale - ancora attualissima per i governi delle sinistre, se ancora ce ne fossero. Ovviamente questo produce moltissimi problemi, perché non stabilizza la situazione, ma la destabilizza. Con l'Ottobre la politica moderna arriva a quel punto di tensione, che bisognerebbe oggi ritrovare e rilanciare.
Ma perché da quel punto precipita? Tu dici: perché dalla politica si regredisce all'economia. Solo questo, o c'è dell'altro?
C'è dell'altro, sì, che gli eredi dell'Ottobre non calcolarono: qualcosa che attiene non al rapporto fra politica ed economia, ma a quello fra politica e storia, e fra discontinuità e regolarità. Ci manca purtroppo, sul dopo-Rivoluzione russa, un'opera come quella di Tocqueville, L'ancien régime et la révolution, sul dopo-Rivoluzione francese. Contro il senso comune, Tocqueville legge l'89 francese non come il rovesciamento ma come il completamento del processo di centralizzazione del potere cominciato con la monarchia assoluta, processo che continuerà infatti con Napoleone e la costruzione dello Stato-nazione: sotto la rottura rivoluzionaria, si ristruttura la continuità. Lo stesso accade in Unione sovietica: sotto la rivoluzione, l'identità della Grande Russia si ristruttura nelle nuove forme dello Stato e del partito unico. La continuità del processo storico presenta regolarmente il conto alle discontinuità della politica. Stalin in qualche modo lo sapeva, e perciò usò la seconda guerra mondiale come guerra patriottica. E Putin oggi riconverte la memoria dell'Unione sovietica, deprivata della matrice dell'Ottobre, in un segmento di memoria, e di rilancio, della Grande Russia: in linea con quanto accade ovunque si mobiliti, sotto il termine «civiltà», la riserva simbolica di una dimensione antropologica e culturale più antica della storia degli stati nazionali.
Riepilogo: la storia della Rivoluzione russa mostra che la dimensione politica è più forte della struttura economica, ma deve vedersela con una terza dimensione, quella della continuità storica che prevale sulle rotture politiche, e con una quarta dimensione, antropologico-culturale, nel lungo periodo decisiva.
Non solo nel lungo periodo, ma anche nel momento sorgivo della rivoluzione. Mi sono chiesto: perché la rivoluzione scoppia, imprevista, in Russia? Perché proprio lì? Perché lì c'era la massima oppressione dei contadini, il massimo aggravamento delle condizioni di vita degli operai, la massima sofferenza della guerra fra i soldati.. ma forse non anche perché l'anima russa, il misticismo del pellegrino russo, un certo humus religioso avevano fecondato il terreno per l'evento escatologico della rivoluzione? L'Ottobre non si capisce senza Dostoevskij. La rivoluzione fu un atto apocalittico, un salto - un «assalto al cielo» appunto. Non c'è spiegazione solo razionale di un evento in cui agisce l'impulso a qualcosa d'altro. Nell'atto della rivoluzione si vede che la politica tocca una dimensione teologica, e libera dimensioni dell'essere umano imprigionate nell'homo oeconomicus, in una concezione borghese della vita. Dalla quantità alla qualità: è questo lo spostamento dall'economico al politico, su cui oggi bisognerebbe impiantare un programma strategico di nuovi rovesciamenti.
Anche oggi, in uno scenario completamente diverso da quello del 1914, ci troviamo al passaggio da un'epoca di pace, anzi di guerra fredda, a un'epoca di guerre civili mondiali. Ma senza rivoluzione...Cos'è oggi «la rivoluzione», cos'è diventata questa parola nel nostro immaginario?
«Rivoluzione» è termine assai controverso, sul piano storico-politico nonché sul piano etimologico e semantico. C'è chi lo riconduce al copernicano giro ritornante delle orbite, più che alla frattura: come vedi, il tema del rapporto fra discontinuità e continuità, fra rottura e ritorno, è insito nella parola stessa. Se vuoi un'immagine, per me «rivoluzione» è Lenin che dice ai soldati contadini russi di non sparare sui soldati operai tedeschi ma di voltare i fucili e sparare sui generali zaristi. Questo è «rivoluzione»: la trasmutazione di tutti i valori correnti, quando non regge più nulla di quello che c'è e bisogna saltare al di là. Il problema però non è il salto, l'evento rivoluzionario, ma il processo successivo. Perché la rivoluzione si mangia i suoi figli, perché si capovolge in oppressione? Per questa domanda non abbiamo ancora una risposta, se non la constatazione di una antropologia pessimistica, comprovata dall'esperienza, che la potenza della storia è più forte di quella della politica. La storia ha dalla sua la continuità e la continuità vince sempre sulla rottura: è una lotta impari.
La politica, e la rivoluzione, perde perché la storia vince, dici tu. Ma se perdesse anche perché si incolla al potere? Perché con la presa del potere la politica, e la rivoluzione, diventa solo potere, e il potere diventa solo dominio? Hannah Arendt, Simone Weil e tutto il pensiero politico femminile del Novecento hanno posto questa domanda. Che resta anch'essa inevasa.
D'accordo. Insieme con un'altra, posta anche da Carl Schmitt e dalla lettura che ne abbiamo dato in Italia negli anni Ottanta, di come portare il politico oltre lo Stato. Questione da riaprire, perché la politica moderna nasce prima dello Stato moderno e può andare oltre lo Stato moderno - anche se il Leviatano è stato così forte da conquistare per secoli tutto il terreno della politica. Come pure prima della costruzione dello Stato sovietico c'era nel Movimento operaio un'articolazione che dopo viene quasi tutta risucchiata dall'obiettivo del farsi-Stato.
Dopo la storia dell'Urss, dovrebbe dunque essere ancora pensabile un comunismo che non si fa Stato, o oltre lo Stato...ma per questo non serve ancora Marx, la marxiana «estinzione» dello Stato?
No, perché l'estinzione dello Stato prevedeva il passaggio della dittatura del proletariato, ovvero del massimo dello Stato...Anche in Occidente, l'espansione del sociale non ha portato e non pare portare a una politica oltre lo Stato, ma a più Stato, nella forma dello Stato sociale, e meno politica. Semmai bisognerebbe recuperare il comunismo autogestionale, e il solidarity for ever del primo socialismo, ridotti a esperienza minoritaria dal comunismo fatto Stato. Ma non sto proponendo di tornare all'alternativa Lenin o Luxemburg: nessuna delle esperienze del comunismo novecentesco è ripetibile oggi. La memoria è buona memoria se è una memoria attiva, se serve per andare oltre il passato, non per ripeterlo. L'Ottobre stesso è irripetibile: ricordarlo serve per aprire l'immaginario e l'intelligenza a pensare che cosa di nuovo potrebbe accadere se si aprisse un processo di crisi dell'ordine costituito. La rivoluzione è davvero impensabile, oggi, se non ritorna un passaggio di crisi di sistema che rimetta in moto la critica di tutto ciò che è. Non una crisi economica, non le file davanti alle borse o alle banche che vediamo ogni tanto in tv, ma una crisi politica, un conflitto fra grandi potenze per la ridefinizione degli spazi politici sui due oceani. E' la geopolitica forse oggi il luogo di una crisi possibile, di un conflitto fra finanza-mondo e politica-mondo sulla riorganizzazione del Nomos della Terra.

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categoria : internazionale, pensiero e dottrina