«Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli / In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori / lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano / quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo». De Andrè
E' morto ieri il ragazzo massacrato di botte a Verona. Massacrato da cinque ragazzini. Cinque ragazzini come tanti ne incontro ogni giorno, anche a Pomezia. Sono fascisti. Ma davvero possiamo dare la colpa a questo loro ideale o, forse, più probabilmente, dovremmo interrogarci sul perché siano approdati a questo ideale, sul perché hanno covato tutta questa rabbia da sfogare in questo modo?
«Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo» così scriveva De Andrè. Se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. E allora, forse, questa degenerazione interroga tutti. Anche noi di sinistra, anche noi comunisti. Ci interroga perché oggi sempre più giovani subiscono deviazioni di questo tipo che spiegarle con richiami al più becero squadrismo fascista, da solo, non può bastare.
Luciano Gallino nel suo libro "Il lavoro non è una merce - contro la flessibilità" parla di «figli della precarietà» chiamati anche «figli della globalizzazione». "Sono i giovanissimi che crescono entro famiglie dove ambedue i genitori sperimentano da lungo tempo l'insicurezza lavorativa pronunciata, non necessariamente correlata a un reddito basso, ma con l'assillo continuo di trovare un altro lavoro allorché quello in corso terminerà. Questi giovani manifestano disturbi della personalità rilevanti, relativi a una formazione incompleta e inadeguata della stessa, da cui tendenze comportamentali che oscillano tra la resa e la rivolta senza scopo, tra il rinchiudersi in se stessi e il ricorso alla violenza. I giovani che scelgono la prima soluzione sono socialmente poco visibili, se non forse alle assistenti sociali, agli operatori di comunità, alle organizzazioni caritative. Quelli che scelgono la seconda contribuiscono invece visibilmente alla cronaca nella scuola, negli stadi , nelle periferie, in Italia come in Francia o in Germania".
Potrebbe essere un punto di partenza. Anche perché sono da sempre convinto che all'età di quei ragazzi di ideologia ci sia poco. Dare la colpa al fascismo significa giustificare le colpe di tutta la società da cui il fascismo nasce - a suo modo - come risposta all'incertezza del vivere.
Infine... A volte succede che a Roma capitino anche di queste cose. Da Carta.org
El Rey Juan Carlos con el dictador y genocida Francisco Franco
Juan Carlos de Borbón con el dictador y genocida Augusto Pinochet
El Rey de España con el dictador y genocida George Bush

Accendo la TV, diretta del TG4 sulla manifestazione. Tra le varie immagini che passano, un ragazzo con una bandiera con la croce celtica. Stacco. Inquadratura del palco, lo slogan: "Contro il regime, per la libertà". Ho provato disgusto e disprezzo.

Svariati sono i motivi. Primo fra tutti proprio la diretta. La7, TG5 con un emozionatissimo Toni Capuozzo (che da bravo ex Lotta Continua si è venduto, come molti assieme a lui), TG4, TG2. Mai negli anni passati stesso trattamento era toccato al centro-sinistra o ai movimenti. Neanche quando tre milioni di persone scesero in piazza per l'articolo 18 o per la Pace. Ma del resto sappiamo qual'è la situazione della stampa in Italia, e non mi riferisco solo a quella dichiaratamente di destra e/o controllata dal Berluska. Disprezzo e disgusto.
Sabato 18 novembre, una manifestazione, bella, pacifica e partecipata, quella a Roma in solidarietà al popolo Palestinese, è stata mistificata per uno slogan "10, 100, 1000 Nassyriya". Ma cosa si è detto delle frasi con cui i carabinieri accolsero Placanica dopo l'assassinio di Carlo Giuliani. "Benvenuto tra gli assassini”, “ciao killer”, “morte sua vita mia". Odio l'ipocrisia, da qualunque parte arrivi. E allora è giusto esprimere anche su questo il mio pensiero. Io sono schierato con la Resistenza Irachena. Sono contro tutti gli occupanti. Sono convinto che un popolo abbia il diritto di difendersi dall'aggressione di un altro popolo, con tutti i mezzi. Sono quindi convinto che il fatto che resistenti iracheni abbiano ucciso soldati occupanti italiani sia nell'ordine del normale. Quando il normale sono le barbarie, unico frutto della guerra. Per questo non condannerei mai quei cori. Condannerei invece gli abusi che sono concessi alle forze dell'ordine. Il fatto che avere una divisa addosso non dia loro l'opportunità, sacrosanta, di far rispettare la legge, ma di violarla nella totale impunità. Come giornalmente avviene.
Comunque, dicevo, quella manifestazione fu mistificata per uno slogan che ne coprì tutti gli altri, che ne coprì i significati. Pisanu all'inizio del corteo di oggi, da bravo provocatore e opportunista qual'è, arriva a dire che "in questa manifestazione si manifesta pacificamente e senza armi. Qui non si lanciano i sassi si solidarizza con le forze dell'ordine". Ma quello che succede è più grave. "Prodi boia, Luxuria è la tua troia". "Prodi infame per te ci sono le lame". Saluti romani. Fischi all'inno italiano da parte di militanti leghisti. Questa è la libertà. Questa è la manifestazione "Contro il regime, per la libertà".
Cosa diranno i media. Niente. Perchè niente è quello che stanno dicendo. Perchè mentre scrivo faccio zapping tra le varie dirette. Forse saranno pochi scalmanati, magari si dirà. Ma allora bisognerà anche rispondere a questi signori che l'Italia e la libertà sono nate dalla resistenza, dall'antifascismo e dalla costituzione che da ciò fu ispirata. Bisognerà urlare che le forze che oggi governano l'Italia non hanno mai messo a rischio la libertà. Che in Italia l'ultimo regime fu quello fascista. Che oggi nella manifestazione c'erano simboli e slogan che ricordavano quel regime e il clima di quel regime. E allora questo slogan "contro il regime, per la libertà" assume significato solo nelle battaglie ANTIFASCISTE e non certo in una manifestazione che dovrebbe essere contro la finanziaria di un governo eletto democraticamente ed in piena libertà.
Lasciando perdere questa inutile manifestazione, è meglio ricordare cose che nessun media si degnerà di raccontare. Oggi a Vicenza c'è una manifestazione delle forze comuniste, della sinistra antagonista, dell'associazionismo per protestare contro la costruzione della base NATO Dal Molin e per ribadire un No netto alla Guerra. In Italia si trovano circa 20 di queste basi, utilizzate anche per lo stoccaggio di armi nucleari, in violazione dello spirito del trattato di non proliferazione, per i voli segreti della CIA, come documentato nel caso di Abu Omar, e per sostenere le guerre. Infatti, nel recente annuncio del Pentagono sull'avvicendamento delle truppe in Iraq, le uniche truppe che arrivano da basi fuori dagli USA provengono da Vicenza, in particolare la 173esima brigata aviotrasportata, la stessa che si insedierebbe nella nuova base del Dal Molin. "Contro la guerra, per la libertà dei popoli".
Inoltre, in molte città del Lazio oggi si sono svolte o si stanno ancora svolgendo manifestazione contro la distruzione dell'ambiente. A Colleferro contro l'inquinamento della Valle del Sacco e contro l'inceneritore che potrebbe essere potenziato. Ad Aprilia contro la Turbogas. A Civitavecchia contro la centrale a carbone. A Ciampino contro l'inquinamento ambientale ed acustico dovuto all'incredibile incremento dei voli da e per l'aereoporto utilizzato dalle compagnie low-cost. A Malagrotta contro il gassificatore. E' la prima volta che tutte queste battaglie vengono unite in una sola giornata grazie alla costituzione della rete dei movimenti ambientalisti del Lazio. Una giornata per riappropriarsi del proprio territorio, dappertutto. "Contro la devastazione ambientale, per la libertà".

COMUNISMO E' LIBERTA'
Per farci due risate, altro slogan: ''Marijuana alla Camera dei Deputati: Caruso la coltiva, Turco la smercia, Prodi la sniffa''. Quando si dice sapere di cosa si sta parlando.
Il fascismo torna a colpire. Questa volta la vittima è un compagno di Roma, Renato Biagetti. Una trama oscura che va avanti da decenni e che ogni tanto lascia per terra qualche giovane Compagno. Il fascismo che, sfruttando le sue coperture all'interno della politica e delle forze dell'ordine, giorno dopo giorno colpisce. Solitamente le notizie passano sotto silenzio, fino a quando qualcuno non rimane vittima delle trame e della codardia di questi viscidi esseri. Rabbia è tutto quello che ci resta, insieme al ricordo di tutti i Compagni che ci hanno lasciato in questi anni.
L'antifascismo è il collante che ha unito chi ha restituito la libertà e la dignità all'Italia, calpestata e offesa dal Ventennio del Duce. Oggi, centri-sociali di estrema destra, dai quali provengono anche alcuni degli assassini stando alle indagini, vivono indisturbati mentre quelli di sinistra o anarchici sono sempre a rischio sgombro. L'ignoranza degli ultimi anni ha certamente prodotto una crescita delle forze dell'estrema destra di cui, a volte fanno parte personaggi che hanno attraversato gli anni di piombo tra aggressioni e assassinii rimanendo impuniti. L'alleanza con la casa delle libertà di alcune di esse alle ultime elezioni politiche poi ha restituito nuova legittimazione a tutto il movimento. Così, giorno dopo giorno, ci troviamo a lottare contro queste logiche, perchè l'Italia non perda più la sua diginità.
La battaglia non è facile, specie nella mia zona. Pomezia, città fondata dal Duce nel '38, nel cuore della bonifica dell'agro pontino. Ciò basta a far capire la forte presenza fascista sul territorio. Un movimento che è sempre in costante crescita. Sedi di Forza Nuova che spuntano ogni giorno, radicamento sul territorio sempre più forte. Cresce. E cresce tra l'omertà di quanto gli sta intorno. Una scritta sul muro "RESISTENZA". Dopo un paio di giorni minaccie all'autore della frase o a chi si pensa fosse l'autore. "O lo cancellate, o veniamo e vi massacriamo". Il giorno dopo, scomparsa la R. "Esistenza". In molti casi, nella maggior parte, non sanno neanche di che si parla. Non si fanno domande. Sono fascisti perchè così è. Perchè, almeno qui, fa tendenza. Però, in compenso, si semina odio. E allora quali sono le armi giuste per affrontarli? Di fronte all'ignoranza (perchè è questa che produce violenza), quel'è il rimedio?
Non certo il silenzio.
In ricordo del Compagno Renato e di tutti i compagni morti, uccisi dalla violenza fascista.
ANTIFASCISMO MILITANTE
Per un quadro completo delle aggressioni: http://www.ecn.org/antifa/
Nelle trincee spagnole nasceva il 25 aprile italiano di Giovanni Pesce su Liberazione del 23/04/2006
La guerra civile di Spagna e la vittoriosa conclusione della Resistenza italiana sono unite da un legame strettissimo, fatto di sacrifici, caduti, speranze, delusioni. Una “guerra civile europea” tra democrazia e fascismo su cui il nostro Paese così lacerato e diviso dovrebbe riflettere
Ho fra le mani con una certa emozione il mio vecchio libro “Un garibaldino in Spagna”, ristampato, esattamente dopo mezzo secolo, da Arterigere-Essezeta di Varese per il 70° anniversario della guerra di Spagna (che cade nel prossimo luglio) e, con la memoria, torno ai tanti compagni reduci di quella grande esperienza di lotta, ma anche di umana solidarietà: quei tanti compagni reduci che divennero la spina dorsale della Resistenza italiana. I comandanti e i commissari politici, il “cuore” e il “motore” della lotta contro il nazifascismo.
E’ il 25 aprile e la connessione storico-politica fra lotta di Liberazione e la guerra di Spagna è un atto dovuto. Chi combatté contro Franco e il fascismo di Mussolini e di Hitler ebbe l’opportunità di formarsi una precisa identità, per il successivo impegno nella lotta in Italia: in un continente trasformato in una immensa trincea.
«Io mi permetto di affermare - aveva scritto in modo profetico Emilio Lussu - che noi abbiamo bisogno di andare in Spagna più di quanto la Repubblica spagnola non abbia bisogno di noi». Non molto tempo dopo Carlo Rosselli, organizzatore fra gli altri della “Colonna italiana”, lanciò da radio-Barcellona la storica parola d’ordine “Oggi in Spagna, domani in Italia”. Una consegna, o un auspicio, che non solo esprimevano la speranza di portare nel nostro Paese la lotto contro Mussolini, ma già prefiguravano in senso concreto, e non solo ideale, quella “guerra civile europea” tra democrazia e fascismo che sarebbe esplosa sullo scenario della Seconda guerra mondiale.
Ecco la ragione della mia riflessione alla vigilia di un nuovo 25 aprile, mentre il nostro Paese vive laceranti contraddizioni e divisioni profonde, cupi segni di un domani pieno di incertezze.
L’inizio della guerra civile di Spagna nel 1936, settant’anni fa e la vittoriosa conclusione della Resistenza italiana il 25 aprile 1945 sono uniti da un legame strettissimo, fatto di sacrifici, caduti, vittorie, sconfitte, umiliazioni, riscatti, speranze, delusioni. E il pensiero va a quegli italiani che, chiusa la parentesi spagnola, tradussero in pratica la consegna di Rosselli, trasformando le loro esistenze in baluardi dell’antifascismo sulle montagne e nelle città d’Italia. Troppi sono i nomi e molto alto è il rischio di dimenticarne qualcuno (il che suonerebbe come un torto insopportabile). I comandanti no, questi li ricordo tutti, come ricordo chi in Spagna mi è stato vicino in formazione o in battaglia; quelli sono nomi scolpiti nel mio cuore, tanto alti furono i loro profili, insieme militari e politici. Da Luigi Longo, ispettore generale delle Brigate internazionali e poi vice comandante del Corpo volontari della Libertà; a Ilio Barontini, commissario politico del “Battaglione Garibaldi” e comandante partigiano nella Resistenza, mio mentore nelle prime azioni gappiste di Torino, a Leo Valiani garibaldino e membro del Comitato internazionale di Milano; ad Antonio Roasio, commissario politico del Battaglione Garibaldi e membro; a Francesco Scotti, commissario politico in Spagna e dirigente della Resistenza piemontese; ad Anello Poma nella Brigata Garibaldi e commissario politico nel Biellese. E Alessandro Vaia, comandante della Brigata Garibaldi e poi in Italia, nel Triumvirato delle Marche e della Lombardia; e Domenico Tomai, “eroe” della difesa di Madrid sull’Jarama e poi nella guerriglia in Valtellina; e Riccardo Mordini, che dal fronte spagnolo trasse forza per guidare i giovani garibaldini dell’Oltre Po nella pagina estrema del fascismo repubblicano a Dongo; e Vittorio Bardini nella batteria “Gramsci”, poi nel Gap di Milano e infine deportato a Mauthausen. E ancora: Mario Ricci, garibaldino sui fronti di Huesca, Brunete, Ebro, poi medaglia d’oro della Repubblica partigiana di Montefiorino; Francesco Leone commissario politico della Centuria “Sozzi” poi nel Triumvirato toscano; Aldo Lampredi, commissario delle Brigate Internazionali e membro della “missione” che giustiziò Mussolini; Teresa Noce, Giuseppe Alberganti, Antonio Cetin, Egisto Rubini (fondatore del 3° Gap di Milano suicida in carcere per non parlare); Angelo Spada (massimo esperto in campo di esplosivi); Antonio Ukmar. E tutti gli altri.
Francesco Fausto Nitti nel suo libro autobiografico scriveva: «La guerra di Spagna è una battaglia. Altre battaglie si annunciano in questa Europa senza pace». «Cambiavamo il fronte», aggiunse Luigi Longo che vedeva molto lontano. Ed era vero. Non fummo in Spagna dei vinti, ma giovani e anziani che marciavano come dei combattenti anche nella dolorosa ritirata. Avevamo il rimpianto nel cuore; lasciavamo il popolo spagnolo, ma ci attendevano altre dure prove da combattere con gli stessi sentimenti e gli stessi ardori. Questa volta vittoriose, sino al “radioso 25 aprile”.