“Nelle strade si vedono pozze di sangue. Sono sparpagliati intorno brandelli di carne e dei sandaletti da bambino” (agenzia Reuters 8.11.06).
«E' stato un errore».
Questa la prima dichiarazione di Israele dopo la loro ultima strage nella striscia di Gaza. Questa volta nel centro abitato di Beit Hanun. Il bilancio pesantissimo. 19 morti, ma potrebbero essere di più. Numerosissimi i feriti. Tutti innocenti. In gran parte donne e bambini. Un primo razzo sparato dai tank israeliani ha centrato un palazzo. Molti sono morti nel sonno. Tredici membri di una famiglia sono stati uccisi. Appena sentito lo scoppio una folla è accorsa sul posto. A quel punto è arrivato il secondo razzo. «E' stato un errore». Difficile crederlo. Difficile credere che un razzo abbia deviato dal suo obiettivo di circa un kilometro. E comunque, non ha importanza, tanto rimarrà impunito. Il diritto internazionale, i diritti dell'uomo non esistono se a violarli sono Israele o gli Stati Uniti.
Abu Mazen ha invocato l'intervento del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Probabilmente fiato sprecato. Molto più dure Hamas e Fatah che hanno promesso la ripresa degli attentati in territorio israeliano. Se ci saranno, non mi troveranno d'accordo, ma da parte mia non subiranno condanne. Capirò. Capirò se chi ha visto morire madri, padri, figli, fratelli... deciderà di restituire un pò di terrore.
L'ufficio del primo ministro Ehud Olmert ha detto che lui e il ministro della Difesa Amir Peretz "esprimono rammarico per le morti di persone innocenti ... e offrono aiuti umanitari alle autorità palestinesi e cure mediche per i feriti". I vincitori sanno essere becchini molto generosi, scriveva Gino Strada o chi per lui.
D'Alema ha detto che è il momento giusto per affrontare la situazione palestinese. Ora? Dieci anni fa non lo era? E venti, e trenta, e quaranta??? Intanto l'Italia potrebbe cominciare revocando l'accordo di cooperazione militare con Israele. Tutti noi potremmo cominciare con l'essere in piazza il 18 novembre. Ci saranno due manifestazioni. Una a Roma ed una a Milano. Quest'ultima organizzata da Rifondazione, Arci e giù di lì. Quella di Roma dalla parte più "estremista" del movimento e appoggiata da qualche ala di Rifondazione. Io ho deciso di aderire a quella di Roma e perciò vi rimando a qualche link a fondo post. Oggi vedendo le immagini al telegiornale mi sono reso conto di aver fatto la cosa migliore. Non mi sono ancora abituato a vedere pozze di sangue per la strada. Ogni volta mi si chiude lo stomaco e mi prende una rabbia tremenda. La Palestina è troppo che aspetta che venga riconosciuta la sua dignità. La dignità riconoscita ad Israele 60 anni fa e che ogni giorno che passa perde sempre di più.

www.forumpalestina.org - info e appello | www.radiocittaperta.it - info

Lunedì 4 settembre Amir K. cittadino pakistano residente da oltre 2 anni ad Arezzo, é stato fermato per accertamenti e dopo una giornata di interrogatori, è stato portato nel Centro di Permanenza Temporanea di via Corelli a Milano con un decreto di espulsione.
Amir è un ragazzo di 23 anni che da quando è in Italia è impegnato attivamente come volontario in iniziative non violente, contro la discriminazione e per l’apertura al dialogo tra le culture e le religioni (corsi di lingua per immigrati, campagna nazionale per il dialogo tra le religioni, raccolta firme per adibire aree di sepoltura ad ogni credo, promotore di un mensile multietnico, etc.).
Non essendo rientrato in nessuna sanatoria né decreto flussi, la sua attuale situazione è di clandestino.
Amir ha dovuto lasciare il proprio paese per motivi religiosi: appartiene ad una minoranza sciita e per questo è stato perseguitato e minacciato di morte (esiste un’accurata documentazione della sua situazione); solo nell’ultimo periodo, nella sua città, sono state uccise 41 persone per lo stesso motivo, quindi rimpatriarlo adesso significa condannarlo a morte.
Ci appelliamo all’art.10 della costituzione e chiediamo allo Stato italiano di dargli asilo politico per motivi religiosi.
Già oggi molti cittadini italiani amici di Amir stanno raccogliendo e sottoscrivendo migliaia di richieste per il suo asilo politico, per questo è attivo un sito su cui sottoscrivere ed aderire all’iniziativa:
www.c234.net/petizioni/amir
Invitiamo tutti i singoli cittadini, le comunità culturali e religiose, le associazioni, i partiti a partecipare e a non appoggiare la sua CONDANNA A MORTE!
Intanto il 14 settembre la Commissione Prefettizia che valuterà la concessione o meno dello status di rifugiato politico ad Amir posticipasse la sua riunione, per permettere l’arrivo dal Pakistan di documenti comprovanti la necessità di Amir di restare lontano dal Pakistan, le atrocità vissute, etc. La nuova data dovrebbe essere il 21 settembre.
Il blog: http://c234.net/amirlibero/
Sulla prima pagina di ieri de "il manifesto" campeggiava questo titolo: "Via Tomacelli, abbiamo un problema". Il problema è che il giornale è per l'ennesima volta in crisi economica. In un mondo dove sempre meno si legge, dove quel poco che si legge sono gli scialbi giornali gratuiti distribuiti nelle stazioni, nei metrò, un giornale come il manifesto, che ha ancora oggi il coraggio di definirsi comunista, che non lascia spazio alla pubblicità, è un miracolo che ancora ci sia. Ed è un miracolo che deve continuare. Per questo invito tutti i(pochi in realtà) visitatori di questo blog che ne abbiano la possibilità a mandare un bonifico al manifesto. Sosteniamo questo bene comune.
«In tempi di aziende e banche che prosperano con miliardi di debiti, falsi in bilancio e truffe creative, la crisi economica del manifesto è, se non virtuosa, almeno leale e dichiarata. Chi non ama il piccolo deficit del manifesto non ama il grandioso deficit pubblico della patria, e quindi è indegno di essere italiano».
Questo post avrei voluto scriverlo ieri, ma poi, per evitare di postare troppo spesso avevo preferito rimandarlo ad oggi. E così mi trovo a scrivere dopo che un altro soldato italiano è morto in Iraq, il 31esimo. Come al solito i telegiornali parlano delle famiglie sconvolte, del sogno di una casa, di sposarsi con la propria ragazza. Tutto fa gossip. Mai che si parli di cosa sono servite queste 31 vite spezzate (2500 in totali i militari della coalizione morti). E il centro-sinistra cosa fa. Mentre c'è chi continua a chiedere il ritiro immediato dei soldati, c'è il solito D'Alema che dice che la natura della missione resta "di pace". Ma in pace muoiono 2500 uomini in 3 anni. In pace muoiono quasi 40mila civili in 3 anni. Intanto in Somalia gruppi islamici sono entrati a Mogadiscio. Eppure anche lì c'era stata una "missione di pace" con impegnati i caschi blu dell'Onu. A cosa servì? Siamo sicuri che queste siano le giuste soluzioni per portare la pace tra i popoli. O un popolo ridotto alla fame non conoscerà mai la pace a preiscindere da quante missioni si susseguano.
Riporto di seguito l'appello che vede tra i primi firmatari Luigi Ciotti, Tonio Dell'Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli per chiedere il ritiro immediato delle nostre truppe dall'Iraq.
L'UNICA VERITA' DELLA GUERRA SONO LE SUE VITTIME
RITIRIAMO LE TRUPPE ITALIANE DALL'IRAQ E DALL'AFGHANISTAN
APPELLO AL NUOVO PARLAMENTO
Onorevoli deputate e deputati, Onorevoli senatrici e senatori
questo appello, scritto nell’ora tragica in cui le vittime di guerra italiane dei due teatri di guerra Iraq e Afghanistan, tornano in Italia per ricevere i funerali di Stato, cade anche nel momento in cui il nuovo Parlamento della Repubblica inizia i suoi lavori. Vorremmo che fosse un nuovo inizio o meglio una svolta. Una decisa svolta in politica estera con scelte coraggiose per una vera politica di disarmo, per attuare con scelte concrete l’art.11 della nostra Costituzione.
Poiché, secondo l’art. 11, non è possibile usare la guerra come mezzo per risolvere le crisi internazionali, la prima scelta che si impone, che chiediamo al nuovo Parlamento, è quella di interrompere le missioni militari in teatri di guerra e ritirare le truppe italiane dall’Iraq e dall’Afghanistan.
L’unica verità della guerra sono le sue vittime.
Purtroppo in tanti ci accorgiamo di questa verità solo quando le vittime sono i soldati italiani e fatichiamo a realizzare questa stessa verità quando le vittime non le vediamo, sono “altre”, anche se abbiamo saputo in modo indiretto che migliaia di persone sono state trucidate a Falluja, a Ramadi, torturate ad Abu Ghraib, bombardate nei villaggi afgani o saltate in aria e mutilate dalle clusters bombs sia in Afghanistan che in Iraq.
Ma se è vero che l’unica verità della guerra sono le sue vittime, se è vero che in nome di questa verità migliaia di persone sono scese in piazza con la bandiera arcobaleno nel nostro paese, reclamando una politica di pace, allora Vi chiediamo, facendo appello alla libertà di coscienza, ed al rispetto dell’art. 11 della nostra Costituzione, di porre fine alla presenza militare italiana in Iraq e in Afghanistan, decidendo di non rifinanziare queste missioni di guerra.
Le missioni di pace devono tendere alla pacificazione e alla ricostruzione, pertanto dovrebbero essere senza armi, a nostro parere, senza eserciti, fondate sulla cooperazione con gli altri popoli, sulla diplomazia, sul dialogo e la solidarietà. L’intero sistema di intervento va ripensato all’insegna di una nuova politica estera.
Ma per l’immediato, per salvare vite umane, per interrompere la spirale di morte, per operare una pressione internazionale che provochi la fine delle occupazioni militari, chiediamo che il Parlamento italiano dia un segnale forte di discontinuità, immediatamente e senza ambiguità.
Il nostro saluto sia con le parole di Gandhi:
“Non c’è una strada che porta alla pace, la pace è la strada”
PRIMI FIRMATARI:
Luigi Ciotti, Tonio Dell’Olio, Gino Strada, Alex Zanotelli
I primi firmatari di questo appello sollecitano l’adesione di tutte le persone e le associazioni che si sentono impegnate per la pace e la difesa dell’art.11 della Costituzione per rendere visibile l’ampia unità del popolo della pace.
Per firmare l'appello: http://appelli.arcoiris.tv/appello_viasubito/ oppure mandare una mail all'indirizzo: parlamentodipace@gmail.com
COCA-COLA RISPETTI L'IMPEGNO DELLA COMMISSIONE D'INCHIESTA:
SINALTRAINAL ESIGE GIUSTIZIA!!!
Il 7 Novembre 2005, in un'affollata conferenza stampa il Sindaco di Roma Veltroni annunciò che, su pressione del Municipio Roma XI che minacciava di non far passare la fiaccola olimpica sponsorizzata nel suo territorio, Coca-Cola si impegnava a consentire un'inchiesta indipendente in Colombia entro il mese di Marzo 2006.
Ad oggi nessuna inchiesta in Colombia è stata fatta e l'accordo non è stato ancora rispettato.
Dopo più di 6 mesi dall'annuncio pubblico dell'accordo e dopo quasi 2 mesi dalla sua violazione, chiediamo a tutte e a tutti di fare pressione sul Sindaco perché richiami Coca-Cola al rispetto della parola data.
I link per aderire sono:
http://www.tmcrew.org/killamulti/cocacola/appello_veltroni.html
o, se non dovesse funzionare, in alternativa:
http://tmcrew.revolt.org/killamulti/cocacola/appello_veltroni.html
Ricordate che la petizione rimane aperta fino al 15 giungo. Mi raccomando, aderite in tanti e soprattutto, diffondetela...
Sotto riporto il testo dell'appello.
Gentile Signor Sindaco,
sono ormai passati più di sei mesi da quando, lo scorso 7 Novembre 2005, Lei rivendicò in conferenza stampa l’ “impegno assunto dalla Coca-Cola Company per la prima volta a livello internazionale” e la necessità e l’importanza di una Commissione interistituzionale integrata da rappresentanti del sindacato e della società civile italiana, che entro il mese di Marzo si sarebbe dovuta recare in Colombia per verificare le accuse di violazioni dei diritti umani e del diritto di libera associazione sindacale da parte della Coca-Cola nei confronti del sindacato SINALTRAINAL.
Per quell’ impegno Lei prese tanti applausi sui quotidiani del giorno dopo, ma il mese di Marzo è passato e nessuna visita in Colombia è stata fatta.
Nel frattempo i familiari degli 8 sindacalisti assassinati dai paramilitari attendono ancora giustizia, i loro compagni continuano a ricevere minacce di morte, il 90% dei lavoratori della Coca-Cola continuano ad essere assunti con contratti precari e sottopagati, impossibilitati a far valere i loro diritti.
A due mesi dalla data che ha segnato la violazione dell’accordo, sono emerse accuse simili nei confronti della Coca-Cola in altri paesi, come Pakistan, Turchia, Russia, Perù, Cile, Guatemala e Nicaragua, oltre al ben noto disastro ambientale provocato in India.
Alla notizia dell’accordo del 7 Novembre scorso, i sindacalisti colombiani, in costante pericolo di vita per tutelare i diritti dei lavoratori, avevano pubblicamente dichiarato: “SINALTRAINAL, ribadendo la sua soddisfazione, dichiara fin da subito la sua totale disponibilità politica per partecipare alla commissione e mettere a disposizione ognuna delle prove e delle testimonianze che conducano ad un esito della missione che constati le denunce che abbiamo portato avanti. SINALTRAINAL è a completa disposizione per partecipare e contribuire allo sviluppo della missione prevista per il mese di Marzo dell’anno venturo. Aspettiamo a braccia aperte le amministrazioni municipali italiane, i sindacati, la REBOC e i rappresentanti della società civile”.
Queste braccia aperte ad oggi non hanno incontrato braccia italiane solidali né orecchie disposte ad ascoltare né occhi disposti a vedere. La loro soddisfazione si è trasformata in delusione. Stavolta Roma non si è dimostrata città solidale.
Anche noi siamo delusi, noi, più di 20.000 cittadini italiani e più di 100 realtà organizzate, che abbiamo abbracciato, abbiamo ascoltato, abbiamo visto e ci siamo impegnati ad esprimere concretamente la nostra solidarietà a lavoratori sfruttati, vessati, assassinati.
Le chiediamo ancora una volta di rispettare e di far rispettare l’impegno assunto davanti ai cittadini di Roma e di Italia e davanti a coloro che si sentono cittadini solidali di un Mondo solidale.
Se necessario, scenderemo ancora in piazza per chiedere il rispetto degli impegni presi e per chiedere verità, giustizia e riparazione per i lavoratori colombiani.
SALVA LA VITA AI SINDACALISTI COLOMBIANI
Ripeto i link per aderire:
http://www.tmcrew.org/killamulti/cocacola/appello_veltroni.html
o, se non dovesse funzionare, in alternativa:
http://tmcrew.revolt.org/killamulti/cocacola/appello_veltroni.html
Appello urgente per la mobilitazione e il digiuno
Il Governo minaccia di approvare la legge proibizionista e punitiva sulle droghe, presentata dal leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini nel 2003, nelle prossime settimane, alla fine della legislatura.
Si tratta di un colpo di mano, fatto ricorrendo a un decreto-legge e utilizzando il voto di fiducia per evitare possibili dissensi.
Il Parlamento, ormai scaduto, dopo avere bocciato l’amnistia e l’indulto, si accinge a votare un provvedimento che in pochi mesi riempirebbe le carceri di altri venti o trentamila detenuti. Al centrodestra, evidentemente, non è bastata la legge ex Cirielli. Infatti, con la futura legge Fini-Giovanardi, i consumatori di qualunque sostanza e i tossicodipendenti verranno criminalizzati e condannati come spacciatori, seppure presunti, con pene dai sei a vent’anni (dai 6 ai 20) di reclusione e questo, oltre che sulla vita delle persone che vi incapperanno, avrà una drammatica conseguenza sul sistema giudiziario e penitenziario e favorirà invece le mafie del narcotraffico.
Dietro agli articoli di questa legge si intravede distintamente il disprezzo per coloro che vivono i problemi delle dipendenze patologiche e l’odio per i giovani e i loro stili di vita, confermato dalla penalizzazione della cannabis che viene equiparata nella repressione all’eroina e alla cocaina.
Si tratta di un messaggio assolutamente demenziale anche dal punto di vista educativo, di informazione e di prevenzione.
Sulla pelle dei tossicodipendenti e delle loro famiglie, in realtà, vogliono costruire un impero di affari offrendo l’alternativa della comunità autoritarie e di pseudo-recupero al carcere: in realtà si tratterebbe sempre di un luogo di costrizione, con una esecuzione privata della pena, senza neppure i diritti dell’ordinamento penitenziario.
Con questa legge vogliono distruggere il sistema integrato dei servizi pubblici e del privato-sociale e ogni politica anche timida di riduzione del danno, rimandando sulla strada le persone in trattamento e inserite nella società, attraverso il lavoro o lo studio, spezzando positive relazioni di inserimento.
Pur se fortemente preoccupati del silenzio e della pericolosa disattenzione con cui si sta andando verso l’approvazione del decreto-legge Fini-Giovanardi, non intendiamo arrenderci di fronte a questa inaudita provocazione, sia nel merito sia nelle procedure seguite, e non possiamo e non vogliamo attendere passivamente il disastro sociale che produrrebbe in breve tempo.
Denunciamo il ministro Carlo Giovanardi come responsabile morale dei drammi umani e sociali, provocati dall’ideologia e dal moralismo che avverranno presto, troppo presto. Basti ricordare i tanti casi di ragazzi morti suicidi, dopo essere stati penalmente perseguiti per poche foglie di marijuana o pochi grammi di sostanze. I casi di Giuseppe Ales di Pantelleria, di Cristian Brazzo di Vigodarzere e di tante altre vittime senza nome, con la nuova normativa diventerebbero una quotidiana tragedia, di fronte alla quale nessuno, e per primo il centrodestra, potrà dire: «non sapevamo, non potevamo prevedere».
Noi, partigiani della ragione contro l’intolleranza e la violenza di leggi ingiuste, proclamiamo uno sciopero della fame contro il concretissimo e attuale rischio di approvazione di questa legge, che avverrebbe senza discussione, con una procedura d’urgenza ingiustificata e fraudolenta, e contro l’opinione degli operatori dei Servizi pubblici per le tossicodipendenze e delle Comunità terapeutiche libere, delle società scientifiche, delle associazioni che si occupano di diritto e giustizia.
Facciamo appello a tutti i senatori e deputati di non essere complici del delirio repressivo della legge Giovanardi-Fini e di decidere in piena autonomia.
Già da ora rivolgiamo un pressante invito al Presidente Ciampi perché non consenta che l’ultimo atto della legislatura avvenga sotto il segno della disumanità e della intolleranza verso i più deboli.
Per aderire all’Appello inviare un’email all’indirizzo di posta elettronica cartellodipendenze@cnca.it