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postato da andrij83 alle ore 12:11
domenica, 10 agosto 2008

Venerdì sono stato ad un sit-in di cinquanta lavoratori pachistani e indiani, licenziati dalla Global Logistica, cooperativa di servizi che gestisce un magazzino per conto della GS-Carrefour. Il motivo del licenziamento è semplice. I lavoratori erano stanchi di subire angherie, di ricevere paghe sempre in ritardo, di non avere le dovute tutele e si sono rivolti quindi al sindacato (CGIL).
In un primo momento c'erano stati miglioramenti. Poi, tutti a casa.
La proprietà più volte interpellata ha sempre disertato i tavoli di confronto. Venerdì durante il sit-in ha emesso un dossier - o almeno la proprietà ha inteso così le venti righe prodotte - dove spiegava l'allontanamento e dava, come unica possibilità ai lavoratori di essere reintregrati come soci della cooperativa, quella di denunciare il fatto di essere stati soggetti a ricatti e angherie da parte dei compagni anche attraverso i picchetti fatti in questo periodo.
Chiaramente una banale scusa per rompere il fronte dei cinquanta lavoratori, fortunatamente ancora compatto.
E' stata una mattinata di lotta. Quello che mi sorprende dei mediorientali è la grande dignità che hanno. Molto di più di tanti altri popoli. La loro situazione è chiaramente difficile, eppure se ti prendi un caffé, fanno di tutto per offrirtelo. Mendicare due lire non è nel loro modo di essere. Ovviamente escludendo ogni generalizzazione, come sempre.
Insomma, martedì incontro dal prefetto.
Il problema è che incontrarsi con queste realtà, lascia sempre una grande rabbia dentro. Qualche mese fa fu la volta di altri 40 immigrati che lavoravano alla Fiorucci essere licenziati, anzi liquidati come soci, dalla cooperativa dove lavoravano. Anche loro perché iscritti alla CGIL. Poi furono reintregrati.
Pomezia è una città ricca. Per lungo tempo la terza più industrializzata d'Italia dopo Torino e Milano. Il motivo è semplice. E' alle porte di Roma ed era la prima città del sud italia e quindi quella più a nord a beneficiare della cassa del mezzogiorno. Per cui, industrie fatevi avanti. Da quando è finita l'erogazione della cassa il polo industriale sta subendo un lento ma inesorabile declino. La produzione è stata tutta delocalizzata nei Paesi dell'Est Europa. Sopravvive solo la ricerca (specie chimica-farmaceutica) e si è sviluppato a dismisura il settore logistico.
Dicevo della rabbia. Rabbia dovuta al fatto che queste storie emergono e quindi uno può anche fare qualcosa. Ma in quanti magazzini lavorano immigrati. Quanti, come i cinquanta della Global Logistica, in quanto soci della cooperativa vengono pagati a cottimo, 4 centesimi a pacco per una media di 150 pacchi l'ora, sottoposti al ricatto, non solo della perdita del lavoro, ma a quello ben più grave di trovarsi, dopo 6 mesi, come clandestini e con la minaccia di essere rimpatriati?
Il mare dello sfruttamento e del nuovo schiavismo e davvero profondo e le isole dove approdare sono sempre poche. Come da tanto accade, molti sfruttati fanno la fortuna di pochi sfruttatori.


Liberazione 9 agosto 2008Aggiungo una piccola nota di egocentrismo. Questo è l'articolo uscito su Liberazione di ieri, 9 agosto, sulla lotta di questi lavoratori. La foto è mia. Vi riporto la pagina in .pdf


Il comunicato stampa fatto come Rifondazione di Pomezia

Dalla parte dei lavoratori della Global Logisitica

Continua la lotta dei cinquanta lavoratori licenziati alcuni giorni fa dalla Global Logistica di Santa Palomba. Stamattina i dipendenti hanno promosso l’ennesimo sit-in a cui hanno partecipato anche l’Assessore al Lavoro della Regione Lazio Alessandra Tibaldi, una delegazione di Rifondazione Comunista di Pomezia – tra cui l’Assessore alle Politiche Sociali Anna Mirarchi e il Capogruppo Consiliare Franco Boager – e una delegazione sindacale della CGIL.

La storia è ormai nota e, nonostante la disponibilità ad un confronto da parte di istituzioni e sindacati, l’azienda – per il momento – ha respinto al mittente queste aperture.

“Già ieri mattina – ha dichiarato la Tibaldi – i dirigenti della cooperativa hanno disertato la prevista riunione in Regione sui licenziamenti adducendo motivazioni futili. Quest’oggi, invece, hanno rifiutato l’incontro con i rappresentanti istituzionali e sindacali consegnandoci una breve missiva dal contenuto discutibilissimo. Consegnerò questo “dossier”, come è stata  pomposamente definita questa scarna comunicazione aziendale, al prefetto Mosca nel corso dell’incontro da me richiesto ed ottenuto per martedì prossimo. All’incontro è stata invitata anche la società cooperativa, che spero voglia cessare dal comportarsi in modo irrispettoso verso i lavoratori, i sindacati e le istituzioni”.

Alla riunione col prefetto sarà presente anche una delegazione del Comune di Pomezia. Infatti, anche se l’azienda ufficialmente rientra nel territorio romano, vi sono importanti ricadute in termini di occupazione anche per il nostro comune dove alcuni dei lavoratori risiedono

Così si spiega anche la presenza di Rifondazione di Pomezia oggi.

Quando i lavoratori sono ricattati, ridotti a merce, costretti a vendersi sul mercato, rinunciando a diritti e sicurezza per rendersi appetibili e competitivi per le aziende e riuscire così ad ottenere un posto di lavoro, si registra una regressione non solo sul piano di diritti del lavoro, ma anche dei diritti dell’uomo.

La lotta dei lavoratori della Global Logistica è anche la nostra. Dobbiamo tutti assieme riaffermare un diritto, quello al lavoro, universalmente garantito, sottraendolo al mercato. Il lavoro non è una merce. Gli esseri umani non sono una merce”.

I cinquanta lavoratori della Global Logistica – alcuni da anni in Italia – se le cose rimarranno così, tra poco saranno dei clandestini. Il nostro impegno è di non lasciarli soli in questa difficile vertenza, che assume contorni tanto più inquietanti per i possibili risvolti razzisti dell’intera vicenda.

Ulteriori info sul blog di rifondazione di pomezia: http://prcpomezia.splinder.com

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categoria : antifascismo, nazionale, internazionale, locale, in movimento, classe operaia

postato da andrij83 alle ore 11:57
mercoledì, 30 luglio 2008

Era tanto che volevo postarlo. Poi gli eventi me lo hanno fatto rimandare. Editoriale di Serge Halimi uscito su le monde diplomatique di giugno. Il sito è fra i link. Buona lettura. Tra l'altro sto pensando di aprire un altro blog, anzi multiblog. Ma se ne parlerà più avanti.

Impiegati e funzionari preoccupati per il costo della spesa quotidiana; lavoratori poveri, pensionati che frugano tra la spazzatura dei supermercati: il problema del potere d'acquisto getta il discredito su tutti i governi in carica. In Italia, in Francia e nel Regno unito i partiti politici al potere hanno subìto cocenti sconfitte alle elezioni politiche o amministrative. Negli Stati uniti, dal marzo scorso il partito repubblicano ha perso nel corso di consultazioni legislative parziali tre dei suoi punti di forza: in una di queste circoscrizioni vinceva da trentatre anni, in un'altra da ventidue; e nella terza, alle precedenti elezioni il candidato sconfitto era stato riconfermato col 66% dei voti.
Per la maggioranza della popolazione la vita quotidiana sta diventando sempre più dura. In Italia e in Spagna si dà la colpa all'euro; ma anche il «paniere» britannico è rincarato del 15% rispetto a un anno fa; e nello stesso arco di tempo, negli Stati uniti il prezzo delle uova è aumentato del 30%, quello del latte e dei pomodori del 15%, mentre per il riso, la pasta e il pane l'aumento è in media del 12%.
E il danno non è certo compensato dal prezzo degli alloggi, né da quello dell'energia...
Una ripresa - aleatoria - della crescita non servirà a risolvere il problema di fondo. Rovesciando un detto famoso: «Ciò che giova alla General Motors giova al paese» pronunciato nel 1953, l'ex ministro delle finanze Usa, Lawrence Summers, ha ammesso recentemente: «Il bene dell'economia mondiale e dei campioni del business non è necessariamente un bene per i lavoratori». Il motivo addotto a spiegazione di questo testa-coda è la «dissociazione, forse inevitabile, tra il mondo degli affari e quello delle nazioni
(1)». Inevitabile, ma non imprevisto... La stagnazione e il calo del potere d'acquisto, conseguenti a una guerra ai salari condotta in nome della «competitività», nonché della caccia al «costo del lavoro», sono frutto di scelte politiche. L'economista Alain Cotta ricorda che nel 1982, con la fine dell'indicizzazione dei salari in Francia, «i socialisti hanno fatto all'impresa privata il maggior regalo che avesse mai ricevuto dai pubblici poteri». Peraltro, se ne era rallegrato anche l'allora ministro delle finanze Jacques Delors: «Abbiamo ottenuto la soppressione dell'indicizzazione dei salari senza un solo sciopero (2)». La lezione sarà servita in altri paesi europei? Scioperi degli operai tedeschi nel marzo scorso, degli insegnanti britannici in aprile, dei camionisti greci, degli addetti alla pesca marittima francesi in maggio...
Per chi rifiuta di vedere il nesso tra la minor partecipazione dei redditi da lavoro alla formazione della ricchezza nazionale e l'attuale abbassamento del tenore di vita
(3), le «soluzioni» di ricambio non mancano. Ad esempio, più ipermercati per «una maggior concorrenza tra i distributori», come ha proposto Nicolas Sarkozy. E più abnegazione da parte dei lavoratori, chiamati ad accettare senza contropartite i rincari dei generi alimentari e dell'energia, nella consapevolezza di dare il loro contributo al sacrosanto obiettivo (2% di inflazione) che ossessiona una Banca centrale europea preoccupata soprattutto di compiacere i percettori di rendite, salvaguardando il loro potere d'acquisto... Quanto agli altri, che si arrangino per trovare il modo di «mangiar bene con poca spesa», come l'Avaro di Molière. Ecco ad esempio il suggerimento di Robert de Rochefort, direttore generale del Credoc (Centro di ricerche per lo studio e l'osservazione delle condizioni di vita): «Il consumatore dovrà imparare a ottimizzare il proprio budget - cosa che peraltro sa già fare abbastanza bene. Ma senza lamentarsi, accettando che il potere d'acquisto diventi a poco a poco una nozione più qualitativa - la capacità di arbitrare tra diverse spese. In breve, il potere di selezionare i propri acquisti (4)».
Un sociologo lo segue a ruota: «Così come si possono pagare le proprie comunicazioni telefoniche "à la carte", ci si può regolare per l'alloggio, scegliendo di cambiar casa per ridurre l'onere dell'affitto
(5)».
Lavorare di più per vivere peggio: in mancanza di un altolà ispirato a un precedente vecchio di quarant'anni, la destinazione proposta ha quanto meno il merito della chiarezza.



note:

(1) Lawrence Summers, « A strategy to promote healthy globalisation », Financial Times, 4 maggio 2008.
(2) Alain Cotta, La France en panne, Fayard, Parigi; citazione riportata da Jean Lacouture e Patrick Rotman in Mitterrand, le roman du pouvoir, Seuil, 2000, p. 132.

(3) Negli Stati uniti il ciclo di crescita 2000-2007 si è concluso col seguente risultato: il reddito di metà delle famiglie è calato rispetto a sette anni prima. Una situazione che non ha precedenti storici.
(4) Challenges, Parigi, 6 dicembre 2007
(5) Gérard Mermet, Les Echos, 21 aprile 2008.
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categoria : internazionale, classe operaia

postato da andrij83 alle ore 09:43
lunedì, 28 luglio 2008

VII CongressoPreciso che non ho seguito molto il congresso. Speravo stamattina di ascoltare qualcosa, ma nulla. Poteri quindi tralasciare qualcosa, me ne scuso.

Da quando il governo si è instaurato sta portando avanti nel migliore dei modi ciò che il governo Prodi aveva preparato con cura, alcune volte opere lasciate a metà per la presenza di un'opposizione interna della parte sinistra della coalizione. Così, la strenua difesa della legge 30 si è trasformata nel pacchetto "anti-precari". Il ddl Lanzillotta ha cambiato nome, ma quello è rimasto. Libera concorrenza e mercato sono le parole chiave. Tutto, qualsiasi bene e servizio deve sottostare a questa logica. Tutto, anche il lavoro, la mano d'opera. Le campagne anti-immigrati avviate da sindaci di centro-sinistra oggi sono state tradotte nel pacchetto sicurezza, negli assalti ai campi-rom, nella proposta di La Russa dell'esercito per strada (io comincio a sentirmi meno sicuro), o nei fatti di Napoli degli ultimi giorni, dove di alcuni sfollati, solo gli italiani hanno trovato posto. Gli stranieri fuori! (e pensare che conosco gente che tratterebbe a quel modo i napoletani, dopotutto da alcune parti s'ode "Napoli merda, Napoli colera sei la vergogna dell'Italia intera" e via dicendo...mah!).

Mah!, ma del resto fa tutto parte del mondo che abbiamo creato. Del Paese a misura di Lega. Del resto libero mercato e concorrenza, specie fra individui, significa lotta l'uno contro l'altro. Difesa delle posizioni. Anche quando queste sono di semi-miseria. Il federalismo è un frutto di tutto ciò. Libero mercato e concorrenza, anche fra regioni. L'azienda regione più ricca sta sul mercato e assicura servizi (chiaramente privatizzati). L'azienda regione più povera, fallisce.

Leggendo Jean-Claude Izzo in questo periodo, vedo molto di quello che sarà l'Italia. Vedendo Napoli in questi giorni mi vengono in mente alcune sue pagine. Del resto lui descrive Marsiglia. Non troppo dissimile da Napoli. Se avessi il libro sotto mano ne riporterei qualcuna. Magari l'aggiungo dopo.

Credo - e ne parlavo in un vecchio post su Sanguinetti candidato a sindaco di Genova - vada ripescato un pò di odio di classe. Proposta violenta. Forse. Comunque allo stesso livello dell'odio all'interclasse che si è sviluppato oggi e che la destra estrema cavalca alla perfezione.

Che c'entra tutto questo con il congresso di Rifondazione Comunista. Per come intendo io il partito, molto. Non mi sono appassionato molto a questo congresso. Molto meno dell'altro. Ho sposato una linea non perché dovessi diventare maggioranza o perché avessi da difendere le mie posizioni personali. L'ho votata per coerenza di idee. Quello che sarebbe successo non mi importava granché.

Considero un partito un mezzo per fare politica, non il fine della politica. E ho considerato così Greenpeace quando ne ho fatto parte e oggi Attac. Magari se a Pomezia ci fosse stato un centro sociale non sarei mai entrato nel PRC, chissà?! Fin quando al suo interno potrò portare avanti le mie idee, lavorare per contrastare molto di cui parlavo su, ne farò parte. Poi ci saranno altri modi per fare quello che sto facendo.

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categoria : classe operaia, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 20:32
martedì, 10 giugno 2008

Questo mio articolo è stato scritto per il sito dell'area essere comunisti (link al sito). Ve lo riporto anche qui.



pag. essere comunisti
Giovedì prossimo l'Irlanda andrà al voto nel referendum che chiama i cittadini a pronunciarsi sul ratificare o meno il Trattato di Lisbona.


Il voto acquista una valenza particolarmente importante in quanto l'Irlanda è l'unico Paese che – andando contro lo scarso sentimento democratico dell'Unione Europea – ha deciso di percorrere la strada del referendum piuttosto che della ratifica parlamentare – cosa che faranno invece gli altri 26 stati membri. Valenza ancora più importante se si pensa alla necessità che il Trattato sia approvato da tutti i Paesi membri.
Referendum fondamentale in quanto, attorno alla ratifica del Trattato di Lisbona, si gioca anche una buona fetta di credibilità dall'Unione Europea e della sua direzione politica. Credibilità già ampiamente minata a suo tempo dalla bocciatura del Trattato Costituzionale Europeo da parte di francesi e olandesi – che furono anche loro chiamati ad esprimersi tramite referendum – e di cui l'attuale testo rappresenta una mera semplificazione.
Semplificazione che tuttavia colpisce solo la forma, lasciando invariati i contenuti.
I contenuti sono quelli che gettano le basi per un'Europa apertamente neo-liberista, nella quale il principio ordinatore è l'«economia sociale di mercato fortemente competitiva» (art.2 TUE) con la quale – nonostante il gioco di parole possa ingannare – con sociale non si intende un'economia di mercato con finalità sociali, ma una società di mercato autosufficiente, dove l'eventuale benessere sociali discende dal funzionamento del mercato. Ben lontano quindi dalle richieste emerse nel corso degli anni di un'Europa che si fondasse su presupposti più apertamente sociali e solidali, aperta alla partecipazione dei cittadini e a favore di politiche del lavoro lo configurassero come diritto universalmente garantito con le annesse tutele.
Nulla di tutto ciò sta invece avvenendo.
La possibilità di ratificare lo stesso Trattato di Lisbona in Parlamento, senza consultare i cittadini, già di per sé la dice lunga di quale strada si stia decidendo di percorrere.
È, anche se è vero che la nostra Costituzione non prevede referendum sulla ratifica di decisioni prese in sedi comunitarie, nessuno avrebbe potuto escludere un'ampia discussione su quanto, anche il nostro Parlamento, si appresta a fare.
Il silenzio di quasi tutti i mezzi di comunicazione evidentemente lascia credere che una discussione in merito nessuno, né la maggioranza, né, tanto meno, l'opposizione, la vogliano neanche accennare.
E come dar loro torto. I tratti disegnati dal Trattato di Lisbona sono lontani anni luce dai diritti elementari sanciti dalla nostra stessa Costituzione. Proprio in merito al rapporto tra Trattato e Costituzione Italiana, molti sono i motivi di conflitto. Ad iniziare proprio dalle radici fondative più su accennate. Infatti, dove il Trattato fa discendere il benessere sociale dal mercato, la nostra Costituzione, assume come principio fondamentale l'eguaglianza sostanziale, ovvero una prospettiva nella quale la Repubblica ha il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, c.2).
Ma molti altri sarebbero i punti di tensione fra Costituzione e Trattato: dal rispetto tout court della democrazia, alla tutela dei diritti sociali e le limitazioni alle libertà economica, fino al principio di ripudio della guerra.
Probabilmente, altro motivo per cui il silenzio fatto attorno al Trattato è assordante, sta nelle scelte promosse in merito alle politiche del lavoro che trovano ampio anche riscontro nel dibattito in corso nel nostro Paese. L'attacco ai diritti dei lavoratori, anche ai più elementari e infatti notevole. Anche in questo campo è l'economia di mercato che deve dettare le regole e il lavoro non deve essere altro che una merce per raggiungere il massimo profitto. Il lavoratore deve prestarsi a questo obiettivo e accettare che la sua forza lavoro è un bene – una delle tante materie prime che servono alla produzione – da scambiare sul mercato alle condizioni più vantaggiose possibile. Per lavorare bisogna essere flessibili e competitivi altrimenti si è fuori dal mercato e la disoccupazione è la conseguenza.
Molto di ciò è frutto della direttiva Bolkestein, di cui il Trattato è l'ennesima legittimazione. Direttiva Bolkestein che, proprio in questi mesi, sta ottenendo legittimazioni anche dalla Corte di Giustizia Europea che, attraverso le proprie sentenze, sta avvalorando anche quelle parti di cui, in sede di approvazione, si prevedevano revisioni. In particolar modo il fenomeno noto come dumping sociale. Si tratta in breve di un fenomeno prodotto quando, sempre nell'ambito dell'Unione Europea un'azienda di un Paese trasferisce i propri lavoratori all'estero pagandoli meno dei loro colleghi contrattualizzati da una società del posto. In particolare la Corte di Giustizia si è pronunciata su un contenzioso nato tra il governo regionale della Bassa Sassonia e una società polacca che, vincitrice di una appalto nella regione ha inviato propri lavoratori sul posto retribuendoli il 46,57 % del salario minimo previsto dal contratto collettivo vigente e che, la legge della Bassa Sassonia, prevede che tutte le imprese applichino ai propri lavoratori. La Corte, interrogato su questo ha affermato che le disposizioni regionali sul salario minimo non sono compatibili con la direttiva sui lavoratori distaccati e, quindi, che i salari possono essere differenziati.
Uno schiaffo per i lavoratori che dà l'idea di come l'Unione Europea, in merito alle politiche del lavoro, non punti ad un allargamento dei diritti anche in quei Paesi, specie dell'Est Europa, dove i sistemi di protezione sociale per i lavoratori sono praticamente inesistenti, ma al contrario incoraggi i Paesi dove quelle protezioni esistono ad eliminarle, in nome di una competitività tra lavoratori che gioverà solo al profitto di chi detiene i mezzi di produzioni.
Il tentativo che stanno facendo oggi in Italia confindustria e governo Berlusconi, con una certa complicità anche di larga parte del PD, per l'abolizione del contratto collettivo si inserisce perfettamente in questo solco. In tutto ciò i lavoratori sono come sempre tra l'incudine (la grande disponibilità di manodopera a basso costo che le imprese possono utilizzare) e il martello (la necessità per i lavoratori di difendere il proprio potere d'acquisto).
Per questo, oggi più che mai dobbiamo impegnarci per far si che in Italia come nel resto d'Europa si attivi un processo, prima di tutto informativo, sul Trattato, la sua natura e gli effetti che la sua ratifica porterà.
Non essendo presenti in Parlamento la nostra battaglia deve iniziare dalle strade e dai territori sapendo che solo un'ampia mobilitazione potrà incidere sulla ratifica o meno del Trattato di Lisbona.
In Parlamento, oggi, l'unico voto contrario annunciato è quello della Lega. Proprio per questo il nostro impegno e la nostra azione nella società deve essere ancora maggiore. Dobbiamo impegnarci nel produrre egemonia culturale, perché il messaggio che passi non sia quello leghista anti-europeista – che fomenti il razzismo nei confronti del lavoratori stranieri rei di “rubarci il lavoro” per via delle loro richieste economiche – loro malgrado – meno elevate e la pretesa di minori tutele –, ma il nostro, altro-europista – a favore di una ritrovata solidarietà tra lavoratori e un allargamento dei loro diritti nell'ambito dell'intera Unione Europea.



Qui di seguito vi riporto una foto della manifestazione contro l'autostrada Roma-Latina. Non cercatemi, non ci sono. Io sono il fotografo. Di mio però, oltre la foto, potete apprezzare lo striscione. Non è venuto male. E poi, visto che nessuno si è voluto prendere la responsabilità di scriverlo - anche per il semplice fatto che in caso di errore non avremmo avuto striscione - anche fosse venuto male, chissene.
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categoria : nazionale, internazionale, classe operaia, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 19:22
martedì, 04 marzo 2008

La paga può forse aumentare? Assolutamente no: una legge ferrea la fissa allo stretto indispensabile, giusto quanto basta perchè gli operai si sostentino con pane duro e mettano al mondo figli... Se il salario scende sotto quel livello, gli operai crepano e la richiesta di nuova manodopera  lo fa risalire. Se supera quel livello, l'offerta di manodopera diventa troppo grande e lo fa abbassare di nuovo... Questo equilibrio delle pance vuote rappresenta per i lavoratori la condanna al carcere a vita.


Vedi, io per la giustizia sarei disposto a rinunciare a tutto, al bere, alle donne. Un'unica cosa mi scalda il cuore: la certezza che un giorno riusciremo a spazzar via dalla faccia della terra tutti i borghesi!


- Vi prego di scusarmi... Avrei tanto voluto offrirvi delle ostriche... Sapete, il lunedì arrivano quelle di Ostenda a Marchinnes, ed era mia intenzione mandare la cuoca a prenderle in carrozza... Ma lei ha avuto paura di essere presa a sassate...
Fu interrotta da uno scoppio di risa: tutti sembrarono trovare la cosa alquanto divertente.
- Ssst! - fece Hennebeau contrariato, volgendo lo sguardo alle finestre da cui si vedeva la strada. - Non c'è bisogno di far sapere a tutti che oggi abbiamo ospiti.
- Comunque vada, ecco intanto una prelibatezza che loro non avranno mai, - dichiarò Grégoire, prendendo una fetta di prosciutto.
Le risate ripresero, ma più discrete.


Risalendo al primo dei Maheu, ripercorse brevemente la storia dell'intera famiglia, logorata dalla miniera, spolpata fino all'osso dalla Compagnia, famiglia che, dopo cent'anni di lavoro, si trovava più affamata di quando aveva cominciato a scendere nei pozzi. Ai Maheu contrappose i ventri rigonfi degli azionisti della Compagnia, evocando quell'allegra combriccola di milionari che, da oltre un secolo, conduceva una vita dedita all'ozio e ai piaceri grazie al lavoro altrui, neanche fossero delle mantenute. Era mai possibile che migliaia di individui schiatassero di padre in figlio sottoterra per pagare le bustarelle ad alcuni ministri, o perché generazioni e generazioni di grandi signori e borghesi organizzassero banchetti e ingrassassero davanti a un bel fuoco? Etienne, che aveva studiato le malattie dei minatori, le enumerò tutte, fornendo particolari agghiaccianti su ciascuna: l'anemia, la scrofolosi, la bronchite nera, l'asma soffocante e i reumatismi paralizzanti. I miserabili venivano dati in pasto alle macchine, ammassati come tante bestie nei villaggi minerari, e le grandi Compagnie li assorbivano a poco a poco, regolamentando la loro schiavitù e minacciando di sottoporre a rigida disciplina tutti i lavoratori del paese. Milioni e milioni di braccia, insomma, facevano la fotuna di un migliaio di fannulloni, o poco più.


[1885]

pellizza_quarto_stato
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categoria : provocazioni, nazionale, internazionale, locale, classe operaia

postato da andrij83 alle ore 21:20
mercoledì, 16 gennaio 2008

Questo post è il primo di una serie. "Sono stanco della democrazia, rivoglio la dittatura... del proletariato". Provocatorio, antiquato, illuminante... fate voi!


"Ma allora la classe operaia esiste?" chiedeva o si chiedeva un giornalista in un suo pezzo, subito dopo la strage omicida della TyssenKrupp a Torino. Domanda degna di chi dovrebbe raccontare la società, ma non sa neanche cosa sia o come sia fatta. Di chi non sa come viva o meglio come tenti di vivere una grande, grandissima parte  - la maggioranza - dell'Italia e del Mondo.
Che la classe operaia sia sempre esistita e ancora esista lo so io che di un operaio sono figlio e lo sanno quelli che ogni giorno se ne vanno in fabbrica a sudarsi un salario indegno, magari rischiando pure di morirci, in fabbrica. Lo sanno i loro familiari.
Che poi la stessa fatica ad arrivare a fine mese accomuni oggi anche impiegati, lavoratori in genere, ma anche alcuni piccoli imprenditori, non dovrebbe stupire chi ogni giorno vive a contatto con loro.
Che la classe operaia, d'ora in poi proletaria, visto ciò che ho scritto appena su, esista, lo sanno anche i pensatori liberisti, i montezemolo, i marchionne, ecc... Loro probabilmente sanno che esistano, ma non avendolo mai vissuto in prima persona, non sanno cosa voglia dire arrivare a fine mese con i salari da fame che concedono. Loro sono solo preoccupati che le loro aziende producano sempre ricchi utili da dividere tra gli azionisti, a fare loro i profitti, il plusvaloresia. Il consumismo poi pensa al resto, ovvero a far si che, per dirla con Marx, che all'operaio sia concesso di avere soltanto di che vivere e di voler vivere solo per avere. In un rimando eterno. Che per alcuni si trasforma in una lotta contro i mulini a vento, per altri nel tentare di aprire nuove strade ai propri figli... Ma oggi, precarietà e flessibilità sono qui a stroncare questi tentativi.
E quindi, mentre la gente muore sul lavoro per arrivare a fine mese, loro sono lì a rifiutare un sacrosanto, quanto sempre indegno, aumento salariare di poco più di 100 €... chiaramente lorde. Ma non solo rifiutano, rilanciano. Un aumento ci può essere, di neanche 100€ lorde, ma solo inserendo quattro sabati obbligatori. Come dire, va bene avere una miseria in più nella miseria della busta paga, però a patto che te in fabbrica ci passi la vita... possibilmente senza rimettercela che gli avvocati costano. E, la TyssenKrupp insegna, anche l'ideare piani top-secret, dove si tenta di trovare una soluzione al fatto che i sopravvissuti al rogo e all'infamia di quell'azienda siano troppo in tv. La gente rischia di credere che davvero gli operai e i lavoratori siano sfruttati. Troppo Comunismo a Torino.

Sciopero generale

E va bene, forse si potrebbe fare a meno degli aumenti. Se ne potrebbe fare a meno se lo Stato, il governo, sia minamente vicino alla classe lavoratrice. E invece qualcuno si è reso conto che i costruttori e i loro soldi sono più utili dei lavoratori. E quindi i prezzi delle case vanno alle stelle. L'edilizia popolare non esiste. Le cooperative edilizie tanto meno. E infatti Veltroni a Roma vince con il 62% al primo turno. Sarà che sempre più il centro della città e per i ricchi, mentre gli altri, con mutui trentennali o quarantennali sbattuti in provincia. A seconda della 'ricchezza' a 30, 50, 100 km. dal centro.
Eppure a Roma sorgono quartieri su quartieri e uno si chiede... apparte tutti i soldi che la mafia può riciclare... chi cazzo se le può permettere 'ste case... e... a quale banca  uno ha dato il culo? Scusate la volgarità. Ma anche... ma siamo proprio sicuri che la mafia sia un cancro nel cuore dello stato... o lo stato è oggi un'eccezione in questo mondo di mafiosi.

Però ancora parlano di giustizia e parlano di libertà. Ma quale giustizia e quale libertà si possonoaut. op. costruire sulla fame e sulla povertà? Cito Luttazzi Daniele, pluricensurato ma secondo me sempre illuminante come pochi... "la libertà è tale sono se uno se la può permettere". Oggi ben pochi in giro se la riescono a permettere, credo.


Questo post avrebbe dovuto chiamarsi potere operaio, l'ho ribattezzato in potere proletario nel momento in cui lo stavo scrivendo e ho ragionato sul fatto che operaio sarebbe stato riduttivo.

P.S.2: Il Vaticano ha annullato la visita del Papa alla Sapienza. Ora tutti i "cattolici mentolati" sicuramente alzeranno i loro toni di protesta. Quello che è certo è che giustizia è fatta. Da un luogo dove si scambia del sapere, forze reazionarie non devono entrare. Questo post avevo iniziato a scriverlo ieri... quindi ho lasciato questo pezzettino inalterato... Spero di riuscire a scrivere un post anche su questo.
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categoria : provocazioni, nazionale, classe operaia, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 09:57
venerdì, 04 gennaio 2008

Ancora un anno nuovo è iniziato. Anno spero importante per tante cose. Ma di questo 2008 credo ne parlerò tra un anno, se sarò ancora da queste parti. Quello che so è che sarà impegnativo, come del resto tanti altri.

Questo 2008 vorrei iniziarlo con un consiglio per tutti. Se avete spazi comuni, o conoscete librerie, o quant'altro, organizzate la presentazione di questo libro di cui qui sotto riporto la recensione.

Altra cosa. Ho aggiunto una tag: 'classe operaia'... andrà in paradiso?.. dopo una vita all'inferno?


A casa non ci tornoA ricordarci che nel nostro paese esiste ancora una classe operaia non possono essere per forza le tragiche morti bianche sul lavoro di centinaia di operai/e. Un modo può essere quello di conservare la memoria delle tante lotte che hanno accompagnato la storia del movimento operaio nella seconda metà del secolo appena trascorso.
Appunto questo è quello che fa Ines Arciuolo nel suo libro “A casa non ci torno” (Stampa Alternativa - euro 15), dove attraverso la sua esperienza personale di militante e di operaia alla Brionvega di Milano ed alla Fiat Mirafiori di Torino, fa rivivere le speranze, le lotte, le conquiste, ma anche le amarezze e le delusioni di un’intera generazione di uomini e donne che hanno vissuto il periodo che va dall’autunno caldo del ’69 ai piani di ristrutturazione padronale degli anni ’80-’90.
Fondamentale per la sua formazione umana e politica sono l’esperienza del quartiere popolare in cui trascorre la sua infanzia, la vita comunitaria dove si sa  tutto di tutti e l’influenza del padre comunista già ai tempi del fascismo: da loro Ines erediterà quella “visione collettiva della vita”, quella concezione del mondo che escludeva l’indifferenza e che metteva al primo posto “il culto dell’intelligenza, dell’onestà e della centralità dell’individuo”, che accompagneranno sempre la sua esperienza di vita, di lavoro, di militante politica.
Non apprende dunque dai libri Ines, ma dalle persone.La sua militanza politica comincia a 18 anni nel PCI, ma già nel ’68, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, restituisce la tessera ed aderisce all’UCI M-L(Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti) . Ma,  “chiusa come un riccio in un moralismo intransigente”, maturerà in lei sempre più il disagio e poi il rifiuto dell’apparato, del settarismo, dell’obbedienza cieca ad una linea imposta dall’alto, sia esso partito o sindacato. Al punto che, quando dovrà scegliere se diventare “dirigente” nell’ambito politico o rimanere a lavorare in fabbrica, lei sa sempre da che parte stare e senza esitazione sceglierà quest’ultima.
1) Perché è in fabbrica e soprattutto sul rapporto con le operai/e non nei panni di “rivoluzionaria di professione” o “funzionaria di partito” che Ines è veramente se stessa, quello è il ruolo sociale, politico che sceglie. Nel suo agire politico Ines è donna, quindi privilegia la creazione di relazioni, vuole “stare dentro le cose,né sopra né sotto” e ci sta nelle cose con tutta se stessa, corpo e mente, attenta ad ascoltare i bisogni, i desideri delle persone con cui lavora, a creare dal basso quella solidarietà di classe che da idea diventa pratica quotidiana e “forza materiale”. Vive dall’interno l’entusiasmante stagione dell’’assalto al cielo” degli sfruttati e proprio nella città-fabbrica con il contributo determinante del Pci e dei sindacati è tra i 61 licenziati dalla Fiat nell’’80.
E da “comunista eretica” dopo il licenziamento  si avvicina all’esperienza della rivoluzione sandinista in Nicaragua (dove vive per 5 anni ), che pur all’inizio sente lontana dalle sue coordinate ideologiche. La conquista l’allegria del popolo, l’entusiasmo di tanti giovani, la loro partecipazione al processo di trasformazione rivoluzionaria, che vuole costruire “el hombre nuevo”. Ma anche lì “si abbatte l’ombra della delusione” nel constatare la burocratizzazione e la corruzione del gruppo dirigente, oltre al progressivo distacco dal processo rivoluzionario del popolo , sempre più sfinito dalle difficoltà economiche e dagli attacchi della “contra”.
Il suo rientro in Italia nell’’88 sarà triste, segnato dalle difficoltà a riconoscere luoghi e persone.
In una visita che fa a Caserta, ci descrive questi luoghi con i segni ancora evidenti del terremoto dell’’80, che diventa quasi una metafora della distruzione non solo materiale del paese, ma della crisi di tante ideologie, di tante speranze. La sofferenza è tanta, aggravata dalle difficoltà di trovare un lavoro. Si concede una pausa di riflessione per cercare di rispondere ai tanti perché, di riprendersi dal senso di sconfitta. Ma anche qui Ines si ripropone con leggerezza, con ironia, senza mai perdere di vista l’autocritica, la consapevolezza del contesto in cui ha operato. E quando ritorna un’altra volta a Caserta, alle sue radici, per ritrovare se stessa, questa volta il suo sguardo si posa dolce , carezzevole, riappacificato, sui luoghi dell’infanzia.
Il libro ha infatti un’andamento circolare, comincia dal suo quartiere e ritorna alla fine al suo quartiere, per concludersi con le parole della nonna Teresinella “ ‘A vita è nu suonno e l’ammore è ‘na pazzia”.
Grazie Ines per il ritratto umano intenso, partecipato, a volte commovente che ci hai dato di quegli anni, grazie per i tanti spunti di riflessione, tuttora validi ed attuali che ci hai consegnato.
Catania 2/1/’08                                            
Teresa Modafferi
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categoria : libri, media, nazionale, locale, in movimento, classe operaia, pensiero e dottrina