Ancora un anno nuovo è iniziato. Anno spero importante per tante cose. Ma di questo 2008 credo ne parlerò tra un anno, se sarò ancora da queste parti. Quello che so è che sarà impegnativo, come del resto tanti altri.
Questo 2008 vorrei iniziarlo con un consiglio per tutti. Se avete spazi comuni, o conoscete librerie, o quant'altro, organizzate la presentazione di questo libro di cui qui sotto riporto la recensione.
Altra cosa. Ho aggiunto una tag: 'classe operaia'... andrà in paradiso?.. dopo una vita all'inferno?
A ricordarci che nel nostro paese esiste ancora una classe operaia non possono essere per forza le tragiche morti bianche sul lavoro di centinaia di operai/e. Un modo può essere quello di conservare la memoria delle tante lotte che hanno accompagnato la storia del movimento operaio nella seconda metà del secolo appena trascorso.
Appunto questo è quello che fa Ines Arciuolo nel suo libro “A casa non ci torno” (Stampa Alternativa - euro 15), dove attraverso la sua esperienza personale di militante e di operaia alla Brionvega di Milano ed alla Fiat Mirafiori di Torino, fa rivivere le speranze, le lotte, le conquiste, ma anche le amarezze e le delusioni di un’intera generazione di uomini e donne che hanno vissuto il periodo che va dall’autunno caldo del ’69 ai piani di ristrutturazione padronale degli anni ’80-’90.
Fondamentale per la sua formazione umana e politica sono l’esperienza del quartiere popolare in cui trascorre la sua infanzia, la vita comunitaria dove si sa tutto di tutti e l’influenza del padre comunista già ai tempi del fascismo: da loro Ines erediterà quella “visione collettiva della vita”, quella concezione del mondo che escludeva l’indifferenza e che metteva al primo posto “il culto dell’intelligenza, dell’onestà e della centralità dell’individuo”, che accompagneranno sempre la sua esperienza di vita, di lavoro, di militante politica.
Non apprende dunque dai libri Ines, ma dalle persone.La sua militanza politica comincia a 18 anni nel PCI, ma già nel ’68, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, restituisce la tessera ed aderisce all’UCI M-L(Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti) . Ma, “chiusa come un riccio in un moralismo intransigente”, maturerà in lei sempre più il disagio e poi il rifiuto dell’apparato, del settarismo, dell’obbedienza cieca ad una linea imposta dall’alto, sia esso partito o sindacato. Al punto che, quando dovrà scegliere se diventare “dirigente” nell’ambito politico o rimanere a lavorare in fabbrica, lei sa sempre da che parte stare e senza esitazione sceglierà quest’ultima.
1) Perché è in fabbrica e soprattutto sul rapporto con le operai/e non nei panni di “rivoluzionaria di professione” o “funzionaria di partito” che Ines è veramente se stessa, quello è il ruolo sociale, politico che sceglie. Nel suo agire politico Ines è donna, quindi privilegia la creazione di relazioni, vuole “stare dentro le cose,né sopra né sotto” e ci sta nelle cose con tutta se stessa, corpo e mente, attenta ad ascoltare i bisogni, i desideri delle persone con cui lavora, a creare dal basso quella solidarietà di classe che da idea diventa pratica quotidiana e “forza materiale”. Vive dall’interno l’entusiasmante stagione dell’’assalto al cielo” degli sfruttati e proprio nella città-fabbrica con il contributo determinante del Pci e dei sindacati è tra i 61 licenziati dalla Fiat nell’’80.
E da “comunista eretica” dopo il licenziamento si avvicina all’esperienza della rivoluzione sandinista in Nicaragua (dove vive per 5 anni ), che pur all’inizio sente lontana dalle sue coordinate ideologiche. La conquista l’allegria del popolo, l’entusiasmo di tanti giovani, la loro partecipazione al processo di trasformazione rivoluzionaria, che vuole costruire “el hombre nuevo”. Ma anche lì “si abbatte l’ombra della delusione” nel constatare la burocratizzazione e la corruzione del gruppo dirigente, oltre al progressivo distacco dal processo rivoluzionario del popolo , sempre più sfinito dalle difficoltà economiche e dagli attacchi della “contra”.
Il suo rientro in Italia nell’’88 sarà triste, segnato dalle difficoltà a riconoscere luoghi e persone.
In una visita che fa a Caserta, ci descrive questi luoghi con i segni ancora evidenti del terremoto dell’’80, che diventa quasi una metafora della distruzione non solo materiale del paese, ma della crisi di tante ideologie, di tante speranze. La sofferenza è tanta, aggravata dalle difficoltà di trovare un lavoro. Si concede una pausa di riflessione per cercare di rispondere ai tanti perché, di riprendersi dal senso di sconfitta. Ma anche qui Ines si ripropone con leggerezza, con ironia, senza mai perdere di vista l’autocritica, la consapevolezza del contesto in cui ha operato. E quando ritorna un’altra volta a Caserta, alle sue radici, per ritrovare se stessa, questa volta il suo sguardo si posa dolce , carezzevole, riappacificato, sui luoghi dell’infanzia.
Il libro ha infatti un’andamento circolare, comincia dal suo quartiere e ritorna alla fine al suo quartiere, per concludersi con le parole della nonna Teresinella “ ‘A vita è nu suonno e l’ammore è ‘na pazzia”.
Grazie Ines per il ritratto umano intenso, partecipato, a volte commovente che ci hai dato di quegli anni, grazie per i tanti spunti di riflessione, tuttora validi ed attuali che ci hai consegnato.
Catania 2/1/’08
Teresa Modafferi