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postato da andrij83 alle ore 19:22
martedì, 04 marzo 2008

La paga può forse aumentare? Assolutamente no: una legge ferrea la fissa allo stretto indispensabile, giusto quanto basta perchè gli operai si sostentino con pane duro e mettano al mondo figli... Se il salario scende sotto quel livello, gli operai crepano e la richiesta di nuova manodopera  lo fa risalire. Se supera quel livello, l'offerta di manodopera diventa troppo grande e lo fa abbassare di nuovo... Questo equilibrio delle pance vuote rappresenta per i lavoratori la condanna al carcere a vita.


Vedi, io per la giustizia sarei disposto a rinunciare a tutto, al bere, alle donne. Un'unica cosa mi scalda il cuore: la certezza che un giorno riusciremo a spazzar via dalla faccia della terra tutti i borghesi!


- Vi prego di scusarmi... Avrei tanto voluto offrirvi delle ostriche... Sapete, il lunedì arrivano quelle di Ostenda a Marchinnes, ed era mia intenzione mandare la cuoca a prenderle in carrozza... Ma lei ha avuto paura di essere presa a sassate...
Fu interrotta da uno scoppio di risa: tutti sembrarono trovare la cosa alquanto divertente.
- Ssst! - fece Hennebeau contrariato, volgendo lo sguardo alle finestre da cui si vedeva la strada. - Non c'è bisogno di far sapere a tutti che oggi abbiamo ospiti.
- Comunque vada, ecco intanto una prelibatezza che loro non avranno mai, - dichiarò Grégoire, prendendo una fetta di prosciutto.
Le risate ripresero, ma più discrete.


Risalendo al primo dei Maheu, ripercorse brevemente la storia dell'intera famiglia, logorata dalla miniera, spolpata fino all'osso dalla Compagnia, famiglia che, dopo cent'anni di lavoro, si trovava più affamata di quando aveva cominciato a scendere nei pozzi. Ai Maheu contrappose i ventri rigonfi degli azionisti della Compagnia, evocando quell'allegra combriccola di milionari che, da oltre un secolo, conduceva una vita dedita all'ozio e ai piaceri grazie al lavoro altrui, neanche fossero delle mantenute. Era mai possibile che migliaia di individui schiatassero di padre in figlio sottoterra per pagare le bustarelle ad alcuni ministri, o perché generazioni e generazioni di grandi signori e borghesi organizzassero banchetti e ingrassassero davanti a un bel fuoco? Etienne, che aveva studiato le malattie dei minatori, le enumerò tutte, fornendo particolari agghiaccianti su ciascuna: l'anemia, la scrofolosi, la bronchite nera, l'asma soffocante e i reumatismi paralizzanti. I miserabili venivano dati in pasto alle macchine, ammassati come tante bestie nei villaggi minerari, e le grandi Compagnie li assorbivano a poco a poco, regolamentando la loro schiavitù e minacciando di sottoporre a rigida disciplina tutti i lavoratori del paese. Milioni e milioni di braccia, insomma, facevano la fotuna di un migliaio di fannulloni, o poco più.


[1885]

pellizza_quarto_stato
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categoria : provocazioni, nazionale, internazionale, locale, classe operaia

postato da andrij83 alle ore 21:20
mercoledì, 16 gennaio 2008

Questo post è il primo di una serie. "Sono stanco della democrazia, rivoglio la dittatura... del proletariato". Provocatorio, antiquato, illuminante... fate voi!


"Ma allora la classe operaia esiste?" chiedeva o si chiedeva un giornalista in un suo pezzo, subito dopo la strage omicida della TyssenKrupp a Torino. Domanda degna di chi dovrebbe raccontare la società, ma non sa neanche cosa sia o come sia fatta. Di chi non sa come viva o meglio come tenti di vivere una grande, grandissima parte  - la maggioranza - dell'Italia e del Mondo.
Che la classe operaia sia sempre esistita e ancora esista lo so io che di un operaio sono figlio e lo sanno quelli che ogni giorno se ne vanno in fabbrica a sudarsi un salario indegno, magari rischiando pure di morirci, in fabbrica. Lo sanno i loro familiari.
Che poi la stessa fatica ad arrivare a fine mese accomuni oggi anche impiegati, lavoratori in genere, ma anche alcuni piccoli imprenditori, non dovrebbe stupire chi ogni giorno vive a contatto con loro.
Che la classe operaia, d'ora in poi proletaria, visto ciò che ho scritto appena su, esista, lo sanno anche i pensatori liberisti, i montezemolo, i marchionne, ecc... Loro probabilmente sanno che esistano, ma non avendolo mai vissuto in prima persona, non sanno cosa voglia dire arrivare a fine mese con i salari da fame che concedono. Loro sono solo preoccupati che le loro aziende producano sempre ricchi utili da dividere tra gli azionisti, a fare loro i profitti, il plusvaloresia. Il consumismo poi pensa al resto, ovvero a far si che, per dirla con Marx, che all'operaio sia concesso di avere soltanto di che vivere e di voler vivere solo per avere. In un rimando eterno. Che per alcuni si trasforma in una lotta contro i mulini a vento, per altri nel tentare di aprire nuove strade ai propri figli... Ma oggi, precarietà e flessibilità sono qui a stroncare questi tentativi.
E quindi, mentre la gente muore sul lavoro per arrivare a fine mese, loro sono lì a rifiutare un sacrosanto, quanto sempre indegno, aumento salariare di poco più di 100 €... chiaramente lorde. Ma non solo rifiutano, rilanciano. Un aumento ci può essere, di neanche 100€ lorde, ma solo inserendo quattro sabati obbligatori. Come dire, va bene avere una miseria in più nella miseria della busta paga, però a patto che te in fabbrica ci passi la vita... possibilmente senza rimettercela che gli avvocati costano. E, la TyssenKrupp insegna, anche l'ideare piani top-secret, dove si tenta di trovare una soluzione al fatto che i sopravvissuti al rogo e all'infamia di quell'azienda siano troppo in tv. La gente rischia di credere che davvero gli operai e i lavoratori siano sfruttati. Troppo Comunismo a Torino.

Sciopero generale

E va bene, forse si potrebbe fare a meno degli aumenti. Se ne potrebbe fare a meno se lo Stato, il governo, sia minamente vicino alla classe lavoratrice. E invece qualcuno si è reso conto che i costruttori e i loro soldi sono più utili dei lavoratori. E quindi i prezzi delle case vanno alle stelle. L'edilizia popolare non esiste. Le cooperative edilizie tanto meno. E infatti Veltroni a Roma vince con il 62% al primo turno. Sarà che sempre più il centro della città e per i ricchi, mentre gli altri, con mutui trentennali o quarantennali sbattuti in provincia. A seconda della 'ricchezza' a 30, 50, 100 km. dal centro.
Eppure a Roma sorgono quartieri su quartieri e uno si chiede... apparte tutti i soldi che la mafia può riciclare... chi cazzo se le può permettere 'ste case... e... a quale banca  uno ha dato il culo? Scusate la volgarità. Ma anche... ma siamo proprio sicuri che la mafia sia un cancro nel cuore dello stato... o lo stato è oggi un'eccezione in questo mondo di mafiosi.

Però ancora parlano di giustizia e parlano di libertà. Ma quale giustizia e quale libertà si possonoaut. op. costruire sulla fame e sulla povertà? Cito Luttazzi Daniele, pluricensurato ma secondo me sempre illuminante come pochi... "la libertà è tale sono se uno se la può permettere". Oggi ben pochi in giro se la riescono a permettere, credo.


Questo post avrebbe dovuto chiamarsi potere operaio, l'ho ribattezzato in potere proletario nel momento in cui lo stavo scrivendo e ho ragionato sul fatto che operaio sarebbe stato riduttivo.

P.S.2: Il Vaticano ha annullato la visita del Papa alla Sapienza. Ora tutti i "cattolici mentolati" sicuramente alzeranno i loro toni di protesta. Quello che è certo è che giustizia è fatta. Da un luogo dove si scambia del sapere, forze reazionarie non devono entrare. Questo post avevo iniziato a scriverlo ieri... quindi ho lasciato questo pezzettino inalterato... Spero di riuscire a scrivere un post anche su questo.
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categoria : provocazioni, nazionale, classe operaia, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 09:57
venerdì, 04 gennaio 2008

Ancora un anno nuovo è iniziato. Anno spero importante per tante cose. Ma di questo 2008 credo ne parlerò tra un anno, se sarò ancora da queste parti. Quello che so è che sarà impegnativo, come del resto tanti altri.

Questo 2008 vorrei iniziarlo con un consiglio per tutti. Se avete spazi comuni, o conoscete librerie, o quant'altro, organizzate la presentazione di questo libro di cui qui sotto riporto la recensione.

Altra cosa. Ho aggiunto una tag: 'classe operaia'... andrà in paradiso?.. dopo una vita all'inferno?


A casa non ci tornoA ricordarci che nel nostro paese esiste ancora una classe operaia non possono essere per forza le tragiche morti bianche sul lavoro di centinaia di operai/e. Un modo può essere quello di conservare la memoria delle tante lotte che hanno accompagnato la storia del movimento operaio nella seconda metà del secolo appena trascorso.
Appunto questo è quello che fa Ines Arciuolo nel suo libro “A casa non ci torno” (Stampa Alternativa - euro 15), dove attraverso la sua esperienza personale di militante e di operaia alla Brionvega di Milano ed alla Fiat Mirafiori di Torino, fa rivivere le speranze, le lotte, le conquiste, ma anche le amarezze e le delusioni di un’intera generazione di uomini e donne che hanno vissuto il periodo che va dall’autunno caldo del ’69 ai piani di ristrutturazione padronale degli anni ’80-’90.
Fondamentale per la sua formazione umana e politica sono l’esperienza del quartiere popolare in cui trascorre la sua infanzia, la vita comunitaria dove si sa  tutto di tutti e l’influenza del padre comunista già ai tempi del fascismo: da loro Ines erediterà quella “visione collettiva della vita”, quella concezione del mondo che escludeva l’indifferenza e che metteva al primo posto “il culto dell’intelligenza, dell’onestà e della centralità dell’individuo”, che accompagneranno sempre la sua esperienza di vita, di lavoro, di militante politica.
Non apprende dunque dai libri Ines, ma dalle persone.La sua militanza politica comincia a 18 anni nel PCI, ma già nel ’68, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, restituisce la tessera ed aderisce all’UCI M-L(Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti) . Ma,  “chiusa come un riccio in un moralismo intransigente”, maturerà in lei sempre più il disagio e poi il rifiuto dell’apparato, del settarismo, dell’obbedienza cieca ad una linea imposta dall’alto, sia esso partito o sindacato. Al punto che, quando dovrà scegliere se diventare “dirigente” nell’ambito politico o rimanere a lavorare in fabbrica, lei sa sempre da che parte stare e senza esitazione sceglierà quest’ultima.
1) Perché è in fabbrica e soprattutto sul rapporto con le operai/e non nei panni di “rivoluzionaria di professione” o “funzionaria di partito” che Ines è veramente se stessa, quello è il ruolo sociale, politico che sceglie. Nel suo agire politico Ines è donna, quindi privilegia la creazione di relazioni, vuole “stare dentro le cose,né sopra né sotto” e ci sta nelle cose con tutta se stessa, corpo e mente, attenta ad ascoltare i bisogni, i desideri delle persone con cui lavora, a creare dal basso quella solidarietà di classe che da idea diventa pratica quotidiana e “forza materiale”. Vive dall’interno l’entusiasmante stagione dell’’assalto al cielo” degli sfruttati e proprio nella città-fabbrica con il contributo determinante del Pci e dei sindacati è tra i 61 licenziati dalla Fiat nell’’80.
E da “comunista eretica” dopo il licenziamento  si avvicina all’esperienza della rivoluzione sandinista in Nicaragua (dove vive per 5 anni ), che pur all’inizio sente lontana dalle sue coordinate ideologiche. La conquista l’allegria del popolo, l’entusiasmo di tanti giovani, la loro partecipazione al processo di trasformazione rivoluzionaria, che vuole costruire “el hombre nuevo”. Ma anche lì “si abbatte l’ombra della delusione” nel constatare la burocratizzazione e la corruzione del gruppo dirigente, oltre al progressivo distacco dal processo rivoluzionario del popolo , sempre più sfinito dalle difficoltà economiche e dagli attacchi della “contra”.
Il suo rientro in Italia nell’’88 sarà triste, segnato dalle difficoltà a riconoscere luoghi e persone.
In una visita che fa a Caserta, ci descrive questi luoghi con i segni ancora evidenti del terremoto dell’’80, che diventa quasi una metafora della distruzione non solo materiale del paese, ma della crisi di tante ideologie, di tante speranze. La sofferenza è tanta, aggravata dalle difficoltà di trovare un lavoro. Si concede una pausa di riflessione per cercare di rispondere ai tanti perché, di riprendersi dal senso di sconfitta. Ma anche qui Ines si ripropone con leggerezza, con ironia, senza mai perdere di vista l’autocritica, la consapevolezza del contesto in cui ha operato. E quando ritorna un’altra volta a Caserta, alle sue radici, per ritrovare se stessa, questa volta il suo sguardo si posa dolce , carezzevole, riappacificato, sui luoghi dell’infanzia.
Il libro ha infatti un’andamento circolare, comincia dal suo quartiere e ritorna alla fine al suo quartiere, per concludersi con le parole della nonna Teresinella “ ‘A vita è nu suonno e l’ammore è ‘na pazzia”.
Grazie Ines per il ritratto umano intenso, partecipato, a volte commovente che ci hai dato di quegli anni, grazie per i tanti spunti di riflessione, tuttora validi ed attuali che ci hai consegnato.
Catania 2/1/’08                                            
Teresa Modafferi
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categoria : libri, media, nazionale, locale, in movimento, classe operaia, pensiero e dottrina