A pagina 7 c'era una bella notizia. Era già nell'aria da alcuni giorni. Ma ora è ufficiale. «Finmeccanica [...] il gruppo aerospaziale conquista il colosso Usa Drs Technologies, che per gli italiani significa salire al massimo livello dell'industria militare statunitense ed entrare direttamente nel mercato della Difesa si Washington».
Primo. Perché Finmeccanica, una Spa la cui fetta azionaria maggiore appartiene al ministero dell'economia e delle finanze e, quindi pubblica, investe in un settore chiave per quanto riguarda la Difesa statunitense. Dove per difesa va letto guerra preventiva e dottrina Bush, come del resto anche "il sole" evidenzia in altri punti.
Jean-Marc Bouju, France, The Associated PressOggi ripensavo ai motivi che mi spinsero ad iscrivermi nel 2002 a Rifondazione Comunista. Prima di questo passo mi interessavo di anarchismo e in seguito di movimentismo. Poi il 2001 fu l'anno della svolta. Fu l'anno di grazia di Rifondazione Comunista. Cominciò tutto con il presentarsi da sola alle elezioni politiche. Qualcuno ancora ci accusa di aver lasciato vincere Berlusconi, ma era un passo necessario. Un centro-sinistra spezzato al suo interno. Un centro-sinistra liberista, privatizzatore; che attaccava le pensioni, il sistema sociale. Un centro-sinistra perchè no, guerrafondaio, con le truppe inviate in Kosovo, provvedimento votato all'epoca anche da Verdi e PdCI. Poi fu la volta del G8 di Genova e della grande capacità di Rifondazione di leggere nei movimenti la vera novità della politica. Persone che, senza secondi fini, scesero in piazza per gridare quello che secondo loro, noi, poteva essere un mondo migliore. Un mondo liberato dalle enormi diseguaglianza tra Nord e Sud del Mondo. Diseguaglianze tenute in vita dal sistema liberista e capitalista. Sull'onda di questi due eventi ho segnato il mio avvicinamento a Rifondazione. Poi l'11 settembre e gli attentati alle Twin Towers (approposito, io sostengo la tesi complottista) e la guerra permanente e preventiva scatenata dalla follia criminale della lobby che tiene in pugno Bush. Da qui la spinta definitiva verso la tessera di Rifondazione Comunista.
Il 7 novembre 2001 al Parlamento Italiano si discute sull'inviare o meno truppe in Afghanistan. Il Parlamento approva la missione. Unici voti contrari quelli di Verdi, Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista. Così, decisi di farmi la tessera. Perchè a Rifondazione e non ai Comunisti Italiani o ai Verdi? Semplice, perchè gli ultimi due, votarono l'intervento militiare in Kosovo e, per me, la politica era ed è ancora COERENZA. Oggi, sfogliando il manifesto, mi sono imbattuto in due articoli, uno di Claudio Grassi e l'altro di Fosco Giannini. Entrambi senatori, ed entrambi appartenenti all'area dell'Ernesto (la stessa a quale appartengo io) di Rifondazione Comunista. Così, ho cercato l'intervento fatto in aula, quel 7 novembre, da Fausto Bertinotti. Ricordo che mi colpì particolarmente. Del resto, all'epoca Bertinotti era un comune denominatore all'interno del PRC. Dopo una breve ricerca l'ho trovato e ve lo riporto. Tra l'altro, l'ho inviato per e-mail al compagno Fausto: bertinotti_f@camera.it. Fate lo stesso. A volte rileggere ciò che si scriveva o si diceva può far riflettere.
FAUSTO BERTINOTTI. Signor Presidente, signore deputate e signori deputati, oggi con questo voto della Camera l'Italia entra in guerra.
Ieri un'autorevole editorialista di uno dei più importanti giornali italiani ha scritto: "l'Italia è impegnata in una guerra senza quartiere quale non abbiamo più combattuto dopo il 1945". Penso che si fatica persino ad accettare questo dato di novità, forse proprio perché è così inquietante.
Il terrorismo è morte, il terrorismo è un crimine contro l'umanità.
Questo terrorismo, che l'umanità dovrebbe fronteggiare efficacemente, è un disegno politico pericoloso, drammatico ed inquietante. Bisogna essere avversi a questo disegno politico non solo per i mezzi inumani che usa, ma per i fini di società che persegue che, qualora risultassero vincenti, darebbero luogo a forme di oppressione sconosciute. Ma la guerra è una risposta ingiusta ed inefficace e se ingiusto può essere considerato il prevalere delle ragioni etico morali sulla politica, a cui la politica potrebbe volersi ribellare in nome del realismo, inefficace è la categoria principale della politica.
Questa guerra è ingiusta ed inefficace. Ingiusta, come testimoniano i morti incolpevoli, le popolazioni afghane che fuggono la morte, i talebani, ed ora anche le bombe; come testimonia chi, di questa nostra società, tende a testimoniare la sua umanità in Afghanistan, come le donne e gli uomini di Emergency.
Questa guerra è ingiusta ma è inefficace. Ormai è più di un mese: tutti gli obiettivi dichiarati sono stati falliti, falsificati, contraddetti. Non un solo terrorista è stato preso; al contrario, il fondamentalismo e il fanatismo sono cresciuti in aree a rischio nel mondo.
Paesi il cui Governo è indispensabile nella lotta al terrorismo rischiano di essere pesantemente destabilizzati. Persino le parole giuste e buone rischiano di suonare ipocrite. E molti che, negli scorsi anni, non sapevano neppure trovare una parola di solidarietà con il popolo palestinese, hanno scoperto, dopo la guerra, le sue ragioni e ci hanno proposto una soluzione giusta: due popoli, due Stati. Sennonché, nessuno ferma la macchina da guerra di Israele e persino le proposte di un aiuto a quel popolo e a quei territori vengono smentiti da una spirale di guerra. Addirittura prendono un suono sinistro le parole che vorrebbero, con gli interventi economici, costringere i palestinesi ad accettare ciò che hanno rifiutato, perché ieri, come domani, inaccettabile.
È cominciata la guerra: dopo mesi di fallimento è cominciato l'ingresso dell'Italia nella guerra, a segnare una escalation ed un protagonismo incomprensibili. È cominciata così la notte della nostra politica, la morte della politica ridotta alla sua protesi militare.
Si è detto che la guerra è cosa troppo seria perché la possano fare i generali; ora, la politica viene fatto dai generali. Tuttavia, questa scelta di guerra non è neppure una scelta innocente: dal momento che, con tutta evidenza, essa non riesce a combattere il terrorismo, di cui naturalmente non nego esserci una motivazione soggettiva in chi la promuove, vanno ricercate anche altrove le ragioni di questa guerra. E sono ragioni inquietanti. Esse riguardano la geopolitica, l'ordine mondiale. Risparmiateci davvero la vostra ipocrisia!
L'ONU è distrutta da quello che ha generato questa guerre. L'Europa è spiantata da questa guerra, ridotta ad una pallida comparsa. Persino la NATO, di cui certo non saremo noi a piangere la fine, è sostanzialmente cancellata, come qualsiasi forma di alleanza stabile, sostituita da un'alleanza a geometria variabile, decisa dal governo della globalizzazione e dal suo pivot.
Siamo ormai entrati nella seconda globalizzazione, quella che ha sostituito la presunzione della globalizzazione allo stato nascente con la globalizzazione dello stato di crisi, di cui il terrorismo e la guerra sono le manifestazioni più drammaticamente evidenti.
Siamo entrati in una condizione di instabilità assoluta e di incertezza, in cui questa seconda globalizzazione, che produce nuove ingiustizie ed incertezza, calamita un nuovo ordine delle grandi alleanze triangolari tra gli Stati Uniti d'America, la Russia e la Cina. Questo determina una gara per entrare in guerra, quasi a guadagnarsi uno status - vorrei sottolineare il cinismo di questa gara : l'entrata in guerra per paesi, nazioni e Stati sembra essere l'acquisizione di uno status-symbol di potenza, la fissazione di una sorta di gerarchia mondiale, sotto la quale rimane l'incertezza, la crisi, l'ingiustizia, che rappresentano il male principale del mondo.
E così la guerra lavora anche rispetto alla crisi economica, che si era manifestata prima della guerra e che è stata accentuata dalla guerra: 450 mila licenziati negli Stati Uniti d'America nel mese di ottobre. Di questo non si parla, come non si parla del diffondere della crisi, mentre gli stessi Stati Uniti d'America cambiano le loro forme di governo dell'economia - con i sussidi, con un nuovo intervento pubblico, alla faccia delle politiche neoliberiste - e dovunque si cercano delle risposte che, però, non si trovano. Non è alle porte il New Deal del post-Pearl Harbour; è alle porte una richiesta di union sacrée, dentro alla quale, anche nei paesi europei e nordamericani, vengono calpestate le istanze di giustizia sociale e, in particolare, di quelle del mondo del lavoro.
E la politica tace sul rapporto tra petrolio e sviluppo, tace per pudore o per ipocrisia. Il 65-70 per cento delle risorse petrolifere del mondo stanno tra il Kazakistan e il Mar rosso. Bin Laden, con il suo partito del terrore, punta a diventare il signore di questa rendita petrolifera. Ma quanto conta questa risorsa nella guerra e nella scelta di guerra? Qui c'è il silenzio della politica, qui c'è la parola alla guerra che, anche per questa ragione, non è in grado di dire quando e dove finirà, e c'è il rischio, signore e signori, che si vada verso un conflitto di civiltà.
Non ho alcuna avversione per le manifestazioni, anzi. E neanche giudico le manifestazioni per chi le convoca. Partecipo o mi oppongo a seconda della loro natura e della loro piattaforma. La manifestazione indetta in Italia, a favore degli Stati Uniti d'America, riecheggia il "con me o contro di me", e questo allude - che lo si voglia o no - ad una gerarchia delle civiltà: se ce ne è una che viene per prima, ce ne è un'altra che viene per ultima, e questo è inaccettabile. È inaccettabile mettere una cultura sopra le altre; siamo americani come siamo arabi, siamo europei come mediterranei, siamo bianchi come siamo neri, siamo portatori di ogni diversità. Senza questa accettazione, la guerra rischia di diventare infinita. Perciò, manifestiamo per la pace, per fermare la guerra.
Vorrei dire, concludendo, che io sento come "notte della politica" la grande alleanza, che si determinerà con il voto sul dispositivo di ingresso dell'Italia nella guerra, tra il Governo di centrodestra e la sua maggioranza, da un lato, e la parte prevalente del centrosinistra, dall'altro. Lo sento come la notte della politica, perché penso che la politica sia "grandi scelte": pace contro guerra, un modello di sviluppo rispetto ad un altro. Per questo possiede una forza così grande il popolo di Seattle, che parla di un altro mondo possibile. Quando le grandi differenze si occultano, non c'è l'unione del popolo e della patria, c'è l'esclusione dalla politica di tanta parte del popolo, di questo popolo italiano, che ha una vocazione di pace, che, oggi, questo voto tradisce. Per questo noi ci opponiamo.
E per questo vorremmo dire, senza polemiche interne, che si capisce per quali ragioni da questo voto esca così unito e forte il centrodestra, che ha nel suo DNA anche la guerra (Commenti di deputati di Alleanza nazionale), mentre invece il centrosinistra esce diviso e lacerato, perché è esposto alla crisi. La guerra sempre ha diviso la sinistra, e la sinistra è ricominciata dall'opposizione alla guerra (Applausi dei deputati dei gruppi di Rifondazione comunista e Misto-Verdi-l'Ulivo).
Con Saddam Hussein molti civili morirono e per questo ha pagato con la pena di morte i suoi crimini. Da quando, tre anni fa è stato deposto, molti civili sono stati massacrati dalle forze occupanti. Chi di loro pagherà per questi morti? Bush? Blair? Berlusconi? E per i Sandinisti morti in Nicaragua? Quanto ha pagato Pinochet per tutti i suoi crimini? Fa sempre bene ricordarsi che il concetto di giustizia è opinabile e variabile.

Eccomi dopo un pò di silenzio. Il motivo è che sto attraversando nuovamente un periodo burrascoso nel mio personale processo politico. La causa è la missione Onu in Libano, che tra l'altro l'Italia dovrebbe comandare. Che l'approvino i DS o la Margherita non è un problema, sono ormai anni che non vedo le differenze con Forza Italia o UDC. Ma sentire Giovanni Russo Spena capogruppo al Senato di Rifondazione dire che il dovere dei pacifisti e votare si a questa missione mi fa cadere le braccia. Perciò, ho scritto un'altra lettera che vorrei consegnare di persona a qualche deputato di Rifondazione, naturalmente della mia area programmatica dell'Ernesto e che vorrei andare a leggere al prossimo Comitato Politico Nazionale. Per me Rifondazione Comunista ha sempre rappresentato un mezzo per arrivare ad un fine, il Comunismo, ora questo mezzo sembra essersi rotto quindi forse è il caso di cambiarlo. Quindi farò questa battaglia, poi in caso di voto contrario vedrò. Ancora non so se riconsegnerò la tessera immdiatamente o aspetterò un pò. Non so se aderirò al Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando. L'unica cosa sicura è che il centro-sinistra ha ufficialmente perso un voto. Non sono mai stato e non sarò mai un astensionista, ma da oggi in poi penso proprio che quanto meno il mio voto andrà a Ferrando.
Nell'ultimo post ho parlato del Congo e di quanto successo negli anni '60 in quel Paese. Anche lì, dopo che l'esercito belga era intervenuto per reprimere il movimento indipendentista di Lumumba, furono sostituite le truppe belghe con quelle dell'Onu che continuarono il "lavoro" iniziato dai belgi. La storia insegna sempre. Il problema è ricordarla.
Di seguito riporto la mia lettera/documento che in minima parte potrebbe essere modificata.
LETTERA/DOCUMENTO
Contro il genocidio che Israele sta consumando in Libano in questi ultimi tempi si sono consumate tante parole. Naturalmente di fatti nulla. Così, l'Italia ad esempio continua i suoi scambi commerciali con Tel Aviv anche per quanto riguarda il traffico di armi. Chi invece è passato ai fatti è stato il Presidente Venezuelano Hugo Chavez. "Osservate voi stessi quello che sta facendo Israele - ha spiegato Chavez nel suo discorso - bombardando città, distruggendo un intero Paese, non importa che vi siano bambini o donne, sono morte madri abbracciate ai loro figli". "Per questo - ha proseguito - anche se poi diranno quello che diranno e che mi criticheranno tutti quelli che mi vorranno criticare, noi abbiamo ritirato la nostra rappresentanza diplomatica dallo Stato di Israele, e che altro possiamo fare". "Anche loro hanno ritirato il loro ambasciatore - ha concluso - e la cosa più certa è che rompiamo le relazioni diplomatiche, visto che io non ho alcun interesse nel mantenere relazioni diplomatiche, ne uffici, nè commercio con uno Stato come quello di Israele".
Chavez ha fatto quello che tutti i Paesi dovrebbero fare in questa situazione. L'Onu prevederebbe delle sanzioni per chi aggredisce un altro Stato sovrano. Ma nulla si muove nei confronti degli Stati Uniti prima, di Israele poi. Addirittura è stato convocato il consiglio di sicurezza Onu, che ancora non riesce a riunirsi. Chiunque faccia della politica, anche ai livelli più bassi, sa bene che le riunioni si fanno slittare per prendere del tempo. Anche in questo caso è così. Nonostante le frasi di circostanza, o le riunioni che si fanno a Roma, dove gentilmente l'Italia si è messa a 90 gradi, facendosi dettare le risposte da Condoleeza Rice, nella realtà si vuole dare il tempo ad Israele di terminare il suo lavoro.
Ancora una volta le risposte vere arrivano dal continente Sud Americano. Ancora una volta in Italia rimango deluso dal centro-sinistra che di fronte a questo genocidio portato avanti dallo Stato terrorista di Israele rimane zitta, non facendo assolutamente nulla. E ancora una volta mi ritrovo schiavo delle logiche imperialiste americane, aiutate da Israele e sostenute da tutti i paesi Nato, ahimè, Italia inclusa.
A giorni andrà in votazione al Parlamento il rifinanziamento delle missioni all'estero. Appurato che i nostri soldati dall'Iraq verranno ritirati a breve (a quanto si dice), il problema vero è oggi rappresentato dalla missione in Afghanistan. Così, quella che fino a pochi mesi fa era una missione di guerra oggi sembra essersi di colpo trasformata in una missione di pace. Nulla di nuovo in ciò per quanto riguarda la parte centrista dell'Unione. Molta perplessità invece mi arriva dalle dichiarazioni di voto della sinistra radicale. Infatti, Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani e Verdi che si erano sempre dichiarati contro anche questa missione scendeno più volte in piazza al fianco dei pacifisti hanno dichiarato che voteranno a favore del rifinanziamento. Certo, c'è un distinguo che è rappresentato dalla necessità di non minare il neo-eletto governo, ma alla fine ciò che farà testo sarà il voto espresso in aula, e quel voto sarà purtroppo un SI. La cosa mi dispiace soprattutto per quanto riguarda Rifondazione, il mio partito. Infatti, da sempre si era schierata contro ogni guerra (da quella del Kosovo dove Comunisti Italiani e Verdi votarono a favore, a quella in Afghanistan fino a quella in Iraq), mentre oggi si troverà a votare a favore. Cosa che mi ferisce ancora di più proprio perchè nonostante fossi sempre stato sulle posizioni di Rifondazione decisi di farmi la tessera proprio dopo il voto contrario alla guerra scatenata in Afghanistan. Purtroppo questo è anche il risultato dell'ultimo congresso nazionale durante il quale decisi di entrare a far parte di una componente programmatica (quella dell'Ernesto) che poi uscì minoritaria con circa il 25% delle preferenze all'interno del partito. Decisi di aderire a questa componente perchè si rivendicava, giustamente credo, la necessità di entrare in una coalizione di centro-sinistra per cacciare Berlusconi e sconfiggere le sue politiche, ma al contempo si chiedeva che questo non snaturasse il ruolo del partito e le lotte che in tutti questi anni erano state portate avanti da Rifondazione e non solo. Purtroppo ciò non sta accadendo e l'Afghanistan ne è la dimostrazione. Proprio su questo punto alcuni senatori di Rifondazione (tra questi ci sono Claudio Grassi e Fosco Giannini che fanno parte della mia stessa area programmatica, l'Ernesto) dei Verdi e dei Comunisti Italiani hanno dichiarato che con questi presupposti voteranno NO alla richiesta di rifinanziamento della missione (per fortuna che ancora nel mio partito ci sono di questi compagni sennò non saprei proprio dove andare a parare) pur non mettendo in dubbio il ruolo del governo Prodi. Quello che si chiede in questo comunicato stampa (che riporto di seguito) e che sia inserita nel decreto anche un'exit strategy. Infatti, sempre di più l'Afghanistan, almeno per quanto mi riguarda, assomiglia alla Somalia dove, per anni e anni sono stati impegnati i caschi blu dell'Onu, ma nonostante ciò le corti islamiche hanno da poco riconquistato il potere. Ciò potrebbe accadere anche lì. Bisogna prevedere cosa si pensa di fare. Appare chiaro che l'attuale strategia (sempre che una strategia ci sia) non è all'altezza. Da 4 anni è finita la guerra, e ancora si muore. Ancora il governo Afghano non controlla neanche le zone intorno alla capitale per non parlare del resto del Paese. Quel'è la soluzione? Rimaniamo lì per i prossimi dieci anni e poi appena ce ne andiamo i Taleban ritorneranno al potere? Fatecelo sapere come si esce da questo pantano creato dagli Stati Uniti e i suoi fedeli e scodinzolanti alleati.
Dichiarazione di Mauro Bulgarelli (Verdi), Loredana De Petris (Verdi), Fosco Giannini (Prc), Claudio Grassi (Prc), Gigi Malabarba (Prc), Fernando Rossi (Pdci), Giampaolo Silvestri (Verdi), Franco Turigliatto (Prc).
"La proroga della missione militare in Afghanistan, che il Consiglio dei ministri si prepara a varare venerdì, non contiene elementi di discontinuità con le politiche attuate dal governo Berlusconi".
"Non basta la riduzione di qualche centinaio di militari (su questo vedremo concretamente i numeri del decreto) a cambiare la natura di un impegno, che anzi oggi supera di gran lunga quanto previsto nel 2002. Il comitato parlamentare di monitoraggio, senza neppure definire un tempo di verifica per la missione, non è sufficiente a cambiare la natura di una scelta che abbiamo sempre avversato. In ogni caso non siamo stati eletti per votare una proroga ad una missione militare nei confronti della quale abbiamo sempre detto di no e che non è contenuta nel programma. Se l'esecutivo, sull'Afghanistan, fa una proposta simile a quella del precedente governo non può meravigliarsi di non avere il nostro voto e di trovare quello di qualche settore del centro destra. E' quanto avvenuto in questi anni con il voto bipartisan, a cui i parlamentari pacifisti hanno per ben otto volte detto no. Se il decreto non verrà cambiato, con un esplicito riferimento ad una exit strategy dall'Afghanistan, il nostro voto al Senato sarà no".
Sul tema della guerra in Afghanistan vi rimando a due articoli, uno di Gino Strada e uno di Giulietto Chiesa che avrei voluto riportare ma che alla fine ho preferito linkare.
Ma l´abolizione della guerra non è un´utopia di sinistra | Perchè siamo in guerra in Afghanistan?