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postato da andrij83 alle ore 23:19
martedì, 13 maggio 2008

Da una ventina di giorni leggiamo "il sole 24 ore". Credo sia il giornale più no-global che esista in Italia, fuori da ogni ironia. A tratti non serve neanche decostruire gli articoli per poi leggerli sotto un'ottica diversa.
Così, anche stamattina l'ho comprato. E, mentre ero sui mezzi, per andare alla riunione regionale d'area - approposito mi sono ritrovato con compagni che mai avrei immaginato (della corrente DP) - sono riuscito a dargli una letta.

Finmeccanica_LogoA pagina 7 c'era una bella notizia. Era già nell'aria da alcuni giorni. Ma ora è ufficiale. «Finmeccanica [...] il gruppo aerospaziale conquista il colosso Usa Drs Technologies, che per gli italiani significa salire al massimo livello dell'industria militare statunitense ed entrare direttamente nel mercato della Difesa si Washington».

Niente di meno.

Ora, i dibattiti che si possono aprire su queste riflessioni sono due.

BBC Iraq WarPrimo. Perché Finmeccanica, una Spa la cui fetta azionaria maggiore appartiene al ministero dell'economia e delle finanze e, quindi pubblica, investe in un settore chiave per quanto riguarda la Difesa statunitense. Dove per difesa va letto guerra preventiva e dottrina Bush, come del resto anche "il sole" evidenzia in altri punti.
Ma del resto c'è chi, come Attac, ripete da anni che le privatizzazioni tolgono potere di decisione ai cittadini, anche quando le Spa siano a maggioranza a capitale pubblico. Sono un regalo ai privati che, con denaro pubblico, riescono ad ottenere incredibili profitti. Regalo che, anche nel caso di Finmeccanica, viene soprattutto da governi di centro-sinistra, i primi che in Italia abbiano iniziato le grandi privatizzazioni. Quella di Finmeccanica risale al 1993. Ma poi c'è Acea SpA, municipalizzata mista pubblico privato del Comune di Roma, creatura di Veltroni, che oggi punta alla gestione dell'acqua, l'oro blu per cui tra qualche anno ci scanneremo. In questa chiave l'investimento di Finmeccanica sembra lungimirante. Per scannarici avremo bisogno di armi.

Il secondo punto invece riguarda più che altro una previsione per il futuro. Quanto ci metteremo prima di rientrare in una qualche impresa bellica statunitense?

Per giustificare questo punto riporto ampi stralci di un altro articolo sempre a pagina 7 del "sole 24 ore" di oggi. Alcuni di questi stralci servono anche a spiegare cos'è Finmeccanica e di quante cose si occupi.
«Il Wall Street Jorunal ha sottolineato ieri l'eccezionalità dell'operazione discussa: ha attribuito l'avanzata di Finmeccanica anche a quella che ha definito la "scrappy diplomacy" del Paese, una diplomazia aggressiva, indicando come durante il precedente Governo guidato Silvio Berlusconi il premier italiano avesse stretto rapporti di fiducia con la Casa Bianca di Geroge W. Bush.
L'avventura americana di Finmeccanica, di sicura, è di lunga data e da sempre porta con sè una forte componente tecnologica. L'azienda nel settore civile, è tra i principali fornitori di Boeing nel progetto del velivolo passeggeri 787 Dreamliner. Ha operato nelle teconologie ferroviarie Ansaldo Breda e Ansaldo STS (nata dall'acquisizione della United Switch & Signla). Vanta una prtacipazione importante, anzitutto con Telespazio, alla costruzione della Stazione Spaziale internazionale. Nei sistemi per il traffico aereo ha la Selex e nell'elettronica per la sicurezza la Elsag.
Il mercato statunitense , quando si tratta della Difesa, è tuttavia particolarmente cruciale e complesso: il Pentagono spende 625 miliardi di dollari l'anno per le Forze Armate, e anche escludendo le guerre in Iraq e Afghanistan l'investimento è di 500 miliardi di dollari l'anno. Con queste cifre, gli Stati Uniti rappresentano oltre la metà della spesa globale in armamenti e sistemi di difesa.
[...]
L'offensiva sul fronte delle acquisizioni non è l'unico recente vanto del gruppo italiano nella difesa americana. E' ancora fresco il suo principale successo in termini di contratti: la squadra di nuovi elicotteri presidenziali, battezzata US101, messa a punta dalla AgustaWestland grazie a una cordata con il colosso americano Lockheed Martin. Una commessa più delicata di quella per la Casa Bianca è difficilmente immaginabile.
Finmeccaninca ha inoltre un ruolo nel programma joint strike fighter, il caccia interforze, con Lockheed, Northrop e BAE Systems. Ha in corso contratti per il velivolo tattico da trasporto cargo Berlusconi e Bush
C27J, attraverso la Alenia North America assieme alla L-3 Communications. E con la OtoMelara per la fornitura di un cannone da 76 millimetri per la marina. E' poi tutt'ora in lizza, sempre con Lockheed, per una commessa di nuovi elicotteri "search and rescue" destinati all'aviazione statunitense, una fornitura stimata in 15 miliardi di dollari».
Domanda, quanto ci metteremo a rientrare in guerra, che si dovrebbe porre con maggior forza visto che i rapporti politici Italia-Usa ritornano spesso nella pagina.
«A favore del gruppo pubblico italiano hanno giocato i buoni rapporti diplomatici tra i due Paesi, cementati negli anni del Governo Berlusconi, e anche uno sponsor del calibro dell'ambasciatore italiano Giovanni Castellaneta».

Prima di chiudere però, sento la necessità di riproporre la prima domanda. Chi di noi ha deciso che una società per azioni a maggioranza pubblica dovesse fare questi investimenti?

Cesare va a morire... e morirà!

P.S. Per chi volesse approfondire la conoscenza di Finmeccanica segnalo la pagina su wikipedia e il sito ufficiale della Spa. (link) e (link).

P.S. Sono azzerato di cervello. Capace che domattina rileggendolo con calma aggiusterò il mio italiano. Non cambierà comunque la sostanza. Scusate.
Bene, dopo qualche giorno aggiungo una cosa al post ma non ho cambiato nulla. Alla fin fine ho preferito lasciare tutto com'era. Ho tra l'altro, partendo da questo post, aggiunto una nuova tag (categoria): ripubblicizzazioni, da intendere anche come un no alle privatizzazioni.
Questa aggiunta è dettata da un altro articolo che leggo oggi sul "sole 24 ore" a pag. 19. Parla delle nomine nelle aziende di Stato. Ora, riprendendo ciò che dicevo sopra sul fatto che le privatizzazioni, anche quando si tratti di Spa a capitale interamente o anche solo in parte pubblico, tolgano potere decisionale ai cittadini. A partire per l'appunto dalle nomine, fino alle politiche che intraprendono le imprese. Eppure su questo punto non mi pare ci sia un grosso interesse. Così, poco importa se finmeccanica, come da post sopra, investa su arsenali da "difesa" o se Eni sia colpevole di devastazioni ambientali dall'Ecuador alla Nigeria, o ancora se Enel investa sul nucleare in Francia. Si perde la consapevolezza che queste politiche, sono politiche dello Stato Italiano, quindi di tutti noi. Per cui, apriamo gli occhi da subito invece di strapparci poi le vesti per le guerre, specie se in difesa di interessi petroliferi o se in Italia oggi è rilanciato con forza il tema del nucleare. Sono anni che lo Stato italiano investe sul questa politica energetica.
Comunque, dicevo delle nomine. Interessano le più importanti aziende di stato: Alitalia, Eni, Finmeccanica, Enel, Poste Italiane. I nomi già girano e anche le richieste dei partiti. In particolare della Lega che vorrebbe la presidenza di Enel, anche se - stando a quanto scrive il "sole" - poterbbe rinunciare perchè sprovvista dell'uomo giusto, piazzando comunque consiglieri di amministrazione in tutte le controllate.
I giochi politici si fanno anche e soprattutto in questo modo. Accordi sottobanco governo-opposizione e tra gli stessi partiti che di governo e opposizione fanno parte. Inutile dare la colpa alla casta come di certo qualcuno preferisce. Forse, come da sempre sostengo, è il momento di ripensare alla strada che il nostro Paese, dal punto di vista economico e di conseguenza sociale - visto il primato del mercato nel pensiero neo-libersita - ha intrapreso circa 15 anni fa.
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categoria : guerra, internazionale, ripubblicizzazioni

postato da andrij83 alle ore 09:59
mercoledì, 30 aprile 2008

rassegna stampaCome vedono dall'estero Alemanno sindaco di Roma? E il governo Berlusconi? Scusate per il post un pò lunghetto, ma preferisco riportare articoli completi piuttosto che link. Scusate anche se manca la traduzione. Spero che bene o male capiate quello che c'è scritto. Diciamo che da oggi diventerà una buona abitudine. Sono abbastanza convinto che da molti mezzi di comunicazione spariranno gli stupri, magari le morti sul lavoro. La sicurazza percepita scenderà e sembrerà che il governo abbia risolto tutti i problemi. E' già avvenuto in passato, perchè non dovrebbe avvenire ora. La cosa migliore sarà pescare dalla stampa estera. Qui, tre articoli. Uno del "The Independent"; uno del "The Guardian"; l'ultimo del "El Pais".

Buona lettura.


 Neo-fascist sweeps in as Rome's mayor

Peter Popham in Rome
Tuesday, 29 April 2008

da http://www.independent.co.uk/news/europe/neofascist-sweeps-in-as-romes-mayor-817128.html

A former street-fighting neo-fascist won a crushing victory in Rome’s mayoral election last night, crowning the victory two weeks ago of Silvio Berlusconi and the centre-right in the general election, and fuelling fears that Italy is now set for an unprecedented assault on immigrants.

The Eternal City’s new mayor is Gianni Alemanno, the 50-year-old son of an army officer, who still wears the Celtic cross belonging to a rightist friend killed with a spanner blow to the skull during a demonstration. He has mellowed since his wild youth: as agriculture minister in Berlusconi’s last government, his passion for organic food would have done credit to a Green.

But getting tough on immigration is a key promise. In his 16-point “Pact for Rome”, point number seven reads: “Immediately activate procedure for the expulsion of 20,000 nomads and immigrants who have broken the law in Rome.”

Point eight follows: “Closure of illegal nomad camps, rigorous and effective checks on legal ones and their progressive elimination.”

Mr Alemanno’s election, with a margin of nearly 7 per cent over the former centre-left mayor Francesco Rutelli, confirms that the xenophobic wave which swept the Northern League to historic highs in this month’s general election has now reached Rome.

The signs were there from last November, when the murder of Giovanna Reggiani, a housewife from Rome, on a footpath from a railway station to her home, provoked the mayor Walter Veltroni to demand that Romando Prodi’s government pass a diktat mandating the expulsion of undesirable foreigners, including those from inside the EU, without the need for court action.

The demand was followed by the demolition of migrant squatter camps across the capital.

The “decree law” was rammed through - the most draconian reaction to immigration pressures yet seen in western Europe. Generous, humane Italy suddenly bared its teeth, and people elsewhere recalled that it was an Italian who invented fascism and filled the city streets with goose-stepping, Roman-saluting blackshirts.

But like many Italian laws, last year’s “diktat” did not do the job it was designed for, and now Mr Alemanno moves into a new office close to where Il Duce harangued the crowds in Piazza Venezia, armed with a mandate to carry out what Mr Veltroni and Mr Prodi only threatened. Mr Alemanno’s victory marks the arrival in the Italian capital of the politics of paranoia that have already triumphed in much of the rest of the country.

The biggest winner in the general election was the Northern League, which increased its share of the vote to 8 per cent. The party was founded by Umberto Bossi to fight for the rights of the over-taxed north of Italy in the battle with “Roma ladrona” (“thieving Rome”).

After a farcical declaration of secession from the Italian state, the party was written off as a spent force. But since early last year, with the entry of Romania and Bulgaria into the EU, the League has discovered that immigration paranoia is their winning card.

A Northern League mayor, Massimo Bitonci, of Cittadella, in the Veneto region, passed an ordinance banning the poor, the homeless and the unemployed from living in the town. Others proposed banning illegal immigrants from getting married, or from being eligible for scholarships.

Cittadella also become one of many League-dominated northern towns to implement all-night security patrols by League volunteers. And the appeal of such gestures was amply proved in the election.

Star of the campaign for the League was Roberto Calderoli, already notorious for ripping off his shirt on live television to expose a T-shirt emblazoned with one of the Danish cartoons lampooning the Prophet Mohamed. After the election, Mr Calderoli was touted as Mr Berlusconi’s possible deputy prime minister, though the idea has since been canned.

Italy has one of the world’s lowest birth rates, and economic growth is at a standstill; manufacturers and other businesses clamour for the admission of more immigrants to enable them to take on cheap labour. But the popular mood is set against it.

Yesterday, the man likely to become Mr Berlusconi’s foreign minister, the former EU immigration commissioner Franco Frattini, added his voice to the swelling chorus. “We need a national law that establishes a minimum income below which foreigners cannot stay in our country for more than 90 days,” he said. “Whoever [has income] above that level stays. Whoever does not have the minimum income will be sent back to their country of origin.”

Mr Alemanno said: “I will be the mayor of all Romans, including those who did not vote for me” - but not necessarily of those born far away. His first act as mayor, he said, would be to visit the widower of Mrs Reggiani. It seemed a decent gesture: more than any other one event, Mrs Reggiani’s death made Mr Alemanno’s victory possible.

The key people on the Italian Right

* Gianfranco Fini

The man who brought the MSI, the heir to Mussolini's Fascist party, in from the cold and created the National Alliance. Tried to bury the Fascist record of anti-Semitic persecution by visiting Israel. In 1993 he ran for mayor of Rome against Francesco Rutelli, the man defeated by Mr Alemanno yesterday. A key pillar of Silvio Berlusconi's coalition.

* Gianni Alemanno

Rome's newly elected mayor likes rock-climbing, meditating and organic foods; he's a friend of Carlo Petrini, founder of the Slow Food movement. As minister of agriculture in Mr Berlusconi's last government, he was praised by an opposition leader as "Berlusconi's best minister". His extremist past makes him a bogeyman of the Roman left.

* Alessandra Mussolini

The dictator's grand-daughter followed Mr Fini into the National Alliance following stints as an actress, singer and medical student . Frequently at war with other far-right leaders, she is famous for her unscripted outbursts on live television. Said to be a candidate for minister of equal opportunities under Mr Berlusconi.

* Daniela Santanche

The other glamorous face of Italy's far right declined to follow Mr Fini into Mr Berlusconi's People of Freedom party before the general election, instead becoming prime ministerial candidate for The Right, the unapologetically Fascist rump of the old MSI. Verbal punch-up with La Mussolini on live TV enlivened general election campaign.  Cries of 'Duce! Duce!' salute Rome's new mayor

da http://www.guardian.co.uk/world/2008/apr/30/italy

Alemanno new major

Italy's new parliament met for the first time yesterday with applause for Rome's mayor-elect, Gianni Alemanno, a day after followers celebrated his triumph with straight-arm salutes and fascist-era chants.

Alemanno, a former neo-fascist youth leader, took 54% of the vote in a run-off on Sunday and Monday, crushing his rival, Francesco Rutelli, a deputy prime minister in the last, centre-left government.

Silvio Berlusconi, who won a general election earlier this month, welcomed the latest evidence of Italy's leap to the right by declaring: "We are the new Falange." Although he took care to wrap his remark in a classical context, his choice of words appeared to be a nod and a wink to his most extreme supporters.

The original Falange - the word means "phalanx" - was the Spanish fascist party, founded in the 1930s, which supplied Francisco Franco's dictatorship with its ideological underpinning.

The prime minister-elect's closest ally, Umberto Bossi, the Northern League leader, kept up the intimidating rhetoric, arriving for the first session of Italy's parliament warning of violence if the centre-left did not go along with his plans for federalism.

"I don't know what the left wants [but] we are ready," he told reporters. "If they want conflicts, I have 300,000 men always on hand."

On Monday night, the area around Rome's city hall rang to chants of "Duce! Duce!", the term adopted by Italy's dictator, Benito Mussolini, equivalent to the German "Führer". Supporters of the new mayor gave the fascist Roman straight-arm salutes.

Alemanno, however, has promised to be the mayor of all Romans. He yesterday sent telegrams to both the Pope and the Chief Rabbi. Rome's Jewish community was shaken by the prospect of a mayor with Alemanno's record. During the campaign, there was a protest aimed at him in the city's old Jewish ghetto, where many of the city's Jews still live.


Berlusconi: "Somos la nueva falange romana"

El nuevo alcalde de Roma afirma que derribarà los campamentos gitanos

Miguel Mora | Roma 29/04/2008

da El Pais

El terremoto Gianni Alemanno, nuevo alcalde de Roma tras las elecciones del domingo y el lunes, ha disparado la euforia en el Pueblo de la Libertad. "Al pobre Veltroni no le sale bien ni una, haría mejor en irse a África". "Somos la nueva falange romana". "Rutelli, vuelve a montarte en el vespino". Con estas perlas saludó ayer Silvio Berlusconi, primer ministro electo, la victoria del posfascista Alemanno, quienel lunes anunció su primera medida como alcalde: derribar los campamentos gitanos.

Según Alemanno, cada año 20.000 ciudadanos no italianos cometen delitos en Roma y siguen viviendo en la ciudad. "Nuestro objetivo es expulsar a todos los que han cometido crímenes, porque esto aligeraría la situación. Procederemos a desmantelar los campamentos nómadas ilegales, que en Roma son 85".

El líder de la Liga Norte, Umberto Bossi, que se perfila como nuevo ministro de Reformas, se mostró a favor: "Debemos cazar a los clandestinos y hacer ya el federalismo. Usaremos todos los instrumentos necesarios", dijo. Y luego: "No sé qué querrá hacer la izquierda, nosotros estamos listos. Si quieren pelea, los fusiles están calientes. Tenemos 300.000 hombres, 300.000 mártires, listos para combatir. Y no bromeamos. No somos cuatro gatos".

Crecido por la inesperada guinda que redondea su victoria de norte a sur, Berlusconi se ha mostrado exultante al festejar la victoria con sus partidarios. Incluso le ha parecido simpática la nutrida presencia de jóvenes que hacían el saludo romano en el Campidoglio. "Al verlos, he pensado: la nueva falange romana somos nosotros".

El lunes, la adrenalina seguía alta. El futuro primer ministro desafió a la UE a no poner trabas al crédito de 300 millones de euros concedido por el Gobierno a la aerolínea Alitalia: "Si enreda mucho [la UE], Alitalia será adquirida por nuestra compañía ferroviaria", advirtió. Aunque después aclaró: “Esto es una amenaza, no una decisión”.

El Senado eligió ayer como presidente, y por tanto segunda instancia de la República tras el jefe del Estado, a Renato Schifani (Palermo, 1950), abogado, amigo de Berlusconi, senador electo en 1994 por Corleone, y ex jefe de grupo de Forza Italia.

La elección de Gianfranco Fini como nuevo presidente de la Cámara de los Diputados en sustitución de Fausto Bertinotti se produjo ayer, ya que ayer el líder de Alianza Nacional no logró la mayoría necesaria en las tres primeras votaciones.

El día después de la derrota electoral en Roma fue especialmente duro para la izquierda. Walter Veltroni, líder del Partido Democrático (PD), no descartó adelantar el congreso previsto para 2009 y señaló que es necesaria "una amplia, vasta y profunda reflexión". La crisis del PD promete ser aguda. La fractura entre los ex comunistas y los antiguos democristianos está abierta.

La división entre católicos y laicos marca otro conflicto. "La derrota ha magnificado la desunión. Somos un partido muy joven y ya se sabe que la izquierda italiana está especializada en flagelarse", comenta el senador del PD Sivio Sircana. La seguridad ciudadana se ha convertido en el asunto central de la autocrítica en la izquierda. "Quien dice que ha habido poca atención a la seguridad no se refiere a mí, pero tiene más razón que un santo", dijo ayer el ministro del Interior saliente, Giuliano Amato.

Altro: http://www.elpais.com/todo-sobre/pais/Italia/ITA/


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categoria : media, rassegna stampa, internazionale

postato da andrij83 alle ore 15:30
domenica, 20 aprile 2008

Si stanno svolgendo le elezioni politiche in Paraguay. Dopo decenni e decenni di sfruttamento, di repressione, anche questo Paese ha la storica opportunità di affidarsi ad una guida progressista, come è già stato per la Bolivia di Morales, l'Ecuador di Correa e il Venezuela di Chavez. Il titolo porta un punto interrogativo, perchè in un Paese come il Paraguay finchè lo scrutinio non è terminato e i risultati sono definitivi non si sa mai. I brogli sono sempre dietro l'angolo.
Riporto, di seguito, un articolo di Gennaro Carotenuto su questo tema, tratto dal suo sito (link) e, approposito di Ecuador, un articolo di Eduardo Galeano dal manifesto di venerdì (questa volta lo linko e basta, qui...).

Fernando Lugo: il Paraguay vuole tornare in America latina

Fernando Lugo, 57 anni, ex vescovo della Teologia della liberazione, sfida domenica il partito stato, il Partido Colorado, ad Asunción, in Paraguay. Lo appoggiano la sinistra, i liberali, gli indigeni, i contadini, i movimenti sociali in un contesto tuttora di estrema fragilità e con un partito stato disposto a tutto, dai brogli all’omicidio, per non abbandonare il potere di un paese che considera proprietà privata. Si vota domenica, in un solo turno. La partita è aperta, ma secondo i sondaggi Fernando Lugo ha un vantaggio cospicuo, tra i cinque e i dieci punti, che dovrebbero permettergli di divenire presidente sugli altri due candidati. Sono Blanca Ovelar, la candidata ufficiale del partito Colorado, che in chiusura di campagna ha definito Lugo “un vescovo fallito” e ha promesso “100 anni ancora di governo colorado” e il controverso ex generale Lino Oviedo, considerato il maggior narcotrafficante del paese. In realtà si sa che valore dare ai sondaggi in un paese come il Paraguay, scarso, e non si sa che interpretazione darne. Premierà, come successe in Bolivia, il fatto che nell’interno indigeni e contadini, non consultati nei sondaggi, votarono poi in massa per Evo Morales, o avranno ragione in negativo il fattore brogli, la macchina colorada di controllo dei voti, e il fatto che oggettivamente i movimenti sociali paraguayani sono molto meno strutturati di quelli boliviani? Nel programma di Lugo al primo turno c’è una riforma agraria integrale indispensabile in una paese dove il 70% della terra è nelle mani dell’1.7% della popolazione. Non si tratta solo di decidere di chi è la terra e che questa sia di chi la lavora. Si tratta di far rientrare un intero popolo, quello guaranì che è maggioranza nel paese, nella storia. Si tratta di ricostruire lo Stato, a volte costruendolo da zero, rinnovando la Repubblica nella sua essenza come istituzione, separando poteri da troppo tempo fusi in uno solo e dove la giustizia chiude entrambi gli occhi sulla corruzione politica. Si tratta di recuperare la sovranità del paese, nazionalizzando le risorse energetiche, soprattutto idroelettriche che potranno fornire le risorse per programmi sociali avanzati che toccano tutto quello che doveva esserci da decenni e non c’è mai stato: infrastrutture, educazione, salute, acqua ed elettricità gratuita per gli indigenti. Per tutto questo sarà indispensabile rinegoziare col Brasile e con l’Argentina i contratti delle due enormi dighe e centrali idroelettriche di Itaipù e Yaciretá. La prima, la più grande al mondo, fornisce il 95% dell’energia paraguayana e il 24% di quella brasiliana. La seconda, sul fiume Paraná, sul quale ogni ora passa il consumo di acqua di due giorni dell’intera Buenos Aires, genera il 15% dell’elettricità consumata in Argentina, ma potrebbe produrne i due terzi. Per Lugo la sola negoziazione più onesta dei trattati sulle dighe rispetto a quella fatta dalla dittatura colorada di Alfredo Stroessner e tuttora in vigore, porterà allo stato paraguayano 2 miliardi di dollari in più all’anno con i quali finanziare i suoi programmi sociali e poter iniziare a trasformare il Paraguay in un paese moderno che superi la schiavitù dall’agroexport, praticamente l’unica entrata di un paese tra i più isolati al mondo. E’ un programma ambizioso e la solidarietà integrazionista regionale dei governi di Lula e Cristina Fernández potrebbe fornire a Lugo i cordoni della borsa che consoliderebbero il suo potere che altrimenti potrebbe presto essere dilaniato da una coalizione molto eterogenea nella quale spiccano i partiti liberali (il vicepresidente designato, Fernando Franco è vicinissimo all’ex-capo del governo spagnolo José María Aznar) e perfino l’agroindustria della soia, la più globalizzata, che ha rotto l’alleanza col Partito Colorado troppo avido anche per loro nella pretesa di tangenti.
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categoria : sud america, internazionale

postato da andrij83 alle ore 19:53
domenica, 30 marzo 2008

Jean-Marc BoujuJean-Marc Bouju, France, The Associated Press
World Press Photo of the year: 2003
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categoria : medio oriente, guerra, internazionale

postato da andrij83 alle ore 13:28
mercoledì, 19 marzo 2008

Riporto un post che reputo interessante. Ora, sul Tibet non ho una posizione ben precisa. Non sono a conoscenza di come stiano le cose. Non ho una grande stima del Dalai Lama e non mi piace la piega che ha preso la Cina. Non sono neanche uno di quelli che si felicitava della repressione della polizia durante il g8 di Genova e oggi è inorridito di quella cinese in Tibet. I due pesi e le due misure non mi appartengono.

Ripeto, non ho una posizione perchè conosco poco le vicende. Per questo riporto questo articolo. Potrebbe servire ad aprire nuove riflessioni. L'autore non so chi sia. Se lo scopro lo aggiungo.

Menzogne americane sul Tibet e sul Dalai Lama.

Media commerciali e ufficiali propongono incessantemente la versione americana del tormento che il Tibet avrebbe subito dall’aggressore e sterminatore cinese.

L’imperialismo occidentale cerca incessantemente di promuovere la secessione del Tibet dalla Cina. Perfino una certa sinistra in buona fede si fa portavoce di questa posizione per subalternità o mancanza di conoscenza.
E veniamo ai fatti.

La sovranità cinese sul Tibet ha alle spalle secoli e secoli di storia. Il Tibet è territorio cinese dal tempo in cui in Europa non esistevano ancora gli Stati nazionali. I primi a mettere in discussione la sovranità cinese sul Tibet sono stati i fautori dell’imperialismo britannico. (1)(2)
Come si legge in un manuale di storia asiatica (uno qualunque), i tentativi di distruggere la sovranità cinese sul Tibet sono la conseguenza di una politica volta allo “smantellamento della Cina”. (3)
Non sono soltanto i comunisti cinesi a considerare il Tibet parte della Cina. Sun Yat-sen, primo presidente della Repubblica nata dal rovesciamento della dinastia Manciù, ne era convinto. Quando gli inglesi gli chiesero di partecipare attivamente alla Prima Guerra Mondiale per poter recuperare
alla Cina i territori che la Germania le aveva strappato, lui rispose: “Voi vorreste strapparci anche il Tibet!”. (4)
Prima della guerra fredda Washington riconosceva che il Tibet era territori cinese. Ancora nel 1949 il Dipartimento di Stato Americano pubblicò un libro sulle relazioni USA-Cina con una mappa che mostrava tutta la Cina, Tibet incluso dunque. (5)

Tuttavia, con l’avanzare del Partito Comunista Cinese e quindi con l’avvicinarsi al potere di un chiaro Partito di massa antimperialista, Washington cominciò a manipolare la realtà. Gli inizi di questa
manipolazione possono essere rintracciati in una lettera del 13 gennaio 1947 al Presidente americano Truman da parte di Gorge R. Merrel, incaricato d’affari USA a Nuova Dheli. La lettera riguardava la “inestimabile importanza strategica” del Tibet e recitava: “Il Tibet può pertanto essere
considerato come un bastione contro l’espansione del comunismo in Asia o almeno come un’isola di conservatorismo in un mare di sconvolgimenti politici”. E aggiunse che “l’altopiano tibetano […] in epoca di guerra missilistica può rivelarsi il territorio più importante di tutta l’Asia”.
Questi particolari sono tratti da un autore americano per decenni funzionario della CIA. L’Autore evidenzia come il contenuto di questa lettera sia quasi combaciante con la visione imperialistica che aveva a suo tempo l’Inghilterra vittoriana impegnata nel “grande gioco” dell’espansione in Asia. (6)
Il separatismo tibetano diviene uno strumento dell’imperialismo americano o, meglio, per dirla come il funzionario della CIA, diviene uno strumento degli “interessi geopolitica USA” per costringere il nuovo governo comunista di Mao a disperdere le forze, ponendo quindi le condizioni per un “cambiamento di regime a Pechino”.

Per portare a compimento questi “interessi geopolitici USA”, vennero addestrati “guerriglieri” nel Colorado e poi paracadutati in Tibet e riforniti per via aerea di armi, munizioni, apparecchiature ricetrasmittenti, ecc. A tali guerriglieri la CIA aggiunge la “collaborazione dei banditi Khampa di vecchio stile”. (7)
In questo contesto si sviluppa la “rivolta tibetana” del 1959. E’ ancora il funzionario della CIA, Knaus, a raccontare i fatti: la rivolta faceva seguito ad un tentativo fallito da parte dei servizi segreti
americani di provocare disordini in Cina a partire dalle Filippine; come disse un esponente della CIA, lo scatenamento della rivolta aveva “poco a che fare con l’aiuto ai tibetani”, perché lo scopo era quello di mettere in difficoltà i “comunisti cinesi”. Era la stessa logica che i servizi segreti americani usavano in Indonesia per “aiutare i colonnelli ribelli indonesiani nel loro sforzo di rovesciare Sukarno”, reo di essere troppo tollerante verso i comunisti di quel paese. (8) Come è noto il colpo di Stato verrà portato a termine grazie alla CIA nel 1965, col massacro di centinaia di migliaia di comunisti o di elementi tolleranti verso i comunisti. Sarebbero state meno feroci le forze finanziate e addestrate
dalla CIA in Tibet se avesse vinto il separatismo? (9)

Penso che sia interessante far sapere che fu un agente della CIA a organizzare la fuga del Dalai Lama dal Tibet: questo agente visse più tardi nel Laos “in una casa decorata con una corona di orecchie strappate dalle teste di comunisti morti”, come ci informa un docente americano su una
rivista USA. (10)

Dopo il fallimento in territorio cinese della rivolta tibetana, i servizi segreti americani danno inizio ad una campagna mediatica in occidente. Nonostante che il Dalai Lama fosse considerato allo stesso modo dei colonnelli macellai indonesiani, come il capo della rivolta reazionaria anticomunista filo-occidentale, ora viene santificato. Diventa il leader della non violenza. Lo stesso buddismo tibetano diventa una dottrina e una tecnica spirituale sublime. L’industria cinematografica americana si
adopera per proporre incessantemente questo falso mito.

Ma la storia ha dei precedenti. Quando agli inizi del Novecento gli inglesi e la Russia si contendevano il Tibet, regione della Cina, correva voce che lo Zar in persona si fosse convertito al buddismo. (11)

Oggi, invece, sono la CIA e Hollywood ad essere convertiti al buddismo. Una conversione che ha del miracoloso se si pensa che l’Occidente ha sempre disprezzato il buddismo tibetano come sinonimo di dispotismo orientale, con la sua figura di Dio-Re. Basti ricordare il disprezzo dei padri della
cultura occidentale come Rousseau, Herder e Hegel. Fino ai primi anni del 1900 i lama sono considerati una “incarnazione di tutti i vizi e di tutte le corruzioni, non già dei lama defunti”. (12)

Quando la Gran Bretagna si accinse poi alla conquista del Tibet lo fece in nome della civiltà contro “quest’ultima roccaforte dell’oscurantismo”, per civilizzare “questo piccolo popolo miserabile”. (13)

Oggi la propaganda americana cerca di rimuovere l’infamia della teocrazia tibetana. Come illustra lo stesso storico Morris, quello che era in carica agli inizi del ‘900 “era uno dei pochi Dalai Lama ad aver raggiunto la maggiore età, dato che la maggior parte di loro veniva eliminata durante la
fanciullezza a seconda della convenienza del Consiglio di Reggenza”. (14)

Stando a quanto affermano Hollywood e la CIA, il buddismo tibetano è divenuto sinonimo di pace e tolleranza, oltre che di elevata spiritualità. Seguendo l’ideologia imperialistica anticomunista occidentale, “i tibetani sono dei superuomini e i cinesi dei subumani”. (15)

La teocrazia oscurantista tibetana è santificata dai media commerciali americani al servizio degli strateghi militari. La struttura castale si manifesta anche dopo la morte: il corpo di un aristocratico viene cremato o inumato, mentre i corpi della massa vengono dati in pasto agli avvoltoi.
Poco tempo fa era l’“International Herald Tribune” che descriveva come durante i funerali di plebei fosse il sacerdote che staccava pezzo per pezzo la carne dalle ossa per facilitare il compito degli avvoltoi.
La descrizione era minuziosa e seguita da uno studioso che spiegava il tutto in chiave “ecologica”. (16) Lo studioso non chiariva però perché all’equilibrio ecologico doveva contribuire solo il corpo dei plebei.

Vorrei chiarire la mia posizione: io non condanno queste pratiche disumane perché potrei rimanere vittima della mia cultura italiana; dovrei essere un tibetano per condannarle; ad ognuno la sua cultura. Io condanno il fatto che gli occidentali imperialisti appoggino pratiche così disumane per noi,
sostengano movimenti sanguinari come il buddismo tibetano e siano pronti ad inventarsi ogni peggiore frottola (molto meno disumana) su falsi crimini di Cuba, di Saddam, di Pechino e di tutti gli avversari, salvo santificare la reazione più assoluta.

 Nel Tibet precedente alla Rivoluzione la teocrazia riduceva in schiavitù o servaggio la stragrande maggioranza della popolazione. Come scrisse uno scrittore radicalmente anticomunista,
le riforme realizzate dal 1951 hanno “abolito feudalesimo e servaggio”. (17) La Rivoluzione abolì anche la teocrazia incarnata nel Dio-Re che pretendeva e pretende ancor oggi di essere il Dalai Lama. Fu attuata la separazione tra potere religioso e potere civile.

La Rivoluzione ha significato per i tibetani l’accesso a diritti umani prima del tutto sconosciuti, un miglioramento del tenore di vita e un sensibile prolungamento della vita media. E ciò è malgrado i media universalmente riconosciuto da tutti gli esperti analisti della regione.
La Cina di oggi garantisce alla Regione Autonoma Tibetana libertà che non ha mai conosciuto in tutta la sua storia passata e recente. La regione tibetana, oltre ad avere il bilinguismo con prima lingua il tibetano, vede garantiti altri diritti nazionali quali la preferenza a favore dei tibetani e delle altre minoranze nazionali per quanto riguarda l’ammissione all’università, la carriera pubblica, ecc. (18)

Il santificato Dalai Lama viene insignito del Premio Nobel. Ma cosa chiede questo personaggio che si proclama Dio-Re? “Esige la creazione di un Grande Tibet, il quale includerebbe non solo il territorio che ha costituito il Tibet politico in età contemporanea, ma anche aree tibetane nella Cina occidentale, in larghissima parte perse dal Tibet già nel diciottesimo secolo”. (19) E poi esistono tibetani in Bhutan, Nepal, India. Tutti i loro territori dovrebbero far parte del Grande Tibet. Si tratta della pretesta di Hitler di riunificate nello lo stesso Stato tutti i territori che erano abitati da maggioranza tedesca. Il principio “nazionale” del Dalai Lama è quello di Hitler, con la sola differenza che del nazional-socialismo il Dalai Lama non ha neppure un briciolo di “socialismo”. E’ solo puro
nazionalismo esasperato ai massimi livelli.

Ora, questa santità, Premio Nobel per la Pace, odia profondamente gli uomini che hanno la pelle gialla e parlano il cinese. Un odio viscerale, razzista, tanto che, quando l’India procedette al riarmo nucleare, trovò il suo più fiero sostenitore nel Premio Nobel, il Dalai Lama.
Ma, ci domandiamo, almeno il multimiliardario Dalai Lama rappresenta il popolo tibetano? Risposta: nemmeno per sogno! E’ perfino il “Libro Nero del Comunismo” a riconoscere che un’elementare analisi storica “distrugge il mito unanimista alimentato dai partigiani del Dalai Lama”. (20)
Alla liberazione pacifica del Tibet nel 1951, che portò alla caduta del regime teocratico, vi fu una resistenza accanita dei gruppi più reazionari e delle classi dei privilegiati, ma i comunisti poterono contare sull’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione civile. Gli autori più anticomunisti e anticinesi del pianeta-Occidente si scagliano così contro la plebe tibetana, colpevole di “essersi collegata subito col regime comunista”; anche i monaci sono dei farabutti che “non esitano ad augurarsi che ‘presto sia liberato’ il Tibet” e che commettono il crimine di fraternizzare con i comunisti e l’esercito Popolare di Liberazione.

Per questi autori è inconcepibile come il Dalai Lama sia disprezzato non solo dalla maggior parte del popolo, ma anche da ampi settori religiosi tibetani. Ancora nel 1992, nel corso di un suo viaggio a Londra il Dalai Lama è oggetto di manifestazioni ostili da parte della più grande organizzazione buddista in Gran Bretagna, che lo accusa di essere un “dittatore spietato” e un “oppressore della libertà religiosa”. (21)

NOTE:
Le informazioni di questo articolo sono ricavate da Domenico Losurdo, “La
sinistra, la Cina e l’imperialismo”, ed. La città del Sole, Napoli.
La sua opera di informazione è indispensabile sull’argomento.
(1) Owen Lattimore, 1970, “La frontiera. Popoli e imperialismi alla
frontiera tra Cina e Russia”, Einaudi, Torino.
(2) Jacques Fernet, 1978, “Il mondo cinese. Dalle prime civiltà alla
Repubblica Popolare”, Einaudi, Torino.
(3) Jan Romein, 1969, “Il secolo dell’Asia. Imperialismo occidentale e
rivoluzione asiatica nel secolo XX”, Einaudi, Torino.
(4) Sun Yat-sen, 1976, “L’imperialismo dei bianchi e l’imperialismo dei
gialli”, in “I tre principi del popolo”, Einaudi, Torino.
(5) Herbert Aptheker, 1977, “America Foreign Policy and The Cold War”
(1962), Krauss Reprint Millwood, N.Y.
(6) Jhon Kenneth Knaus, 1999, “Orphans of the Cold War. American and the
Tibetan Struggle for Survival”, PublicAffairs, N.Y.
(7) Come sopra.
(8) Come sopra.
(9) Domenico Losurdo, 1999, “La sinistra, la Cina e l’imperialismo”, La
città del Sole, Napoli.
(10) Daniel Wikler, 1999, “The Dalai Lama and the CIA”, in “The New York
Review of Books”, 23 settembre.
(11) James Morris, 1992, “Pax Britannica”, The Folio Society, London.
(12) Donald S. Lopez Jr., 1998, “Prisoners of Shangri – La. Tibetan
Buddhism and the West”, University of Chicago Press, Chicago and London.
(13) Vedi nota 11.
(14) Come sopra.
(15) Vedi nota 12.
(16) Seth Faison, 1999, “In Tibean ‘Sky Burials’, Vultures Dispose of the
Dead”, in “International Herald Tribune, 6 luglio.
(17) Melvyn C. Goldstein, 1998, “The Dalai Lama’s Dilemma”, il “foreign
Affairs”, gennaio-febbraio.
(18) Seth Faison, 1999, “for Tibetans in Sichuan, Life in the Shadow of
Intollerance”, in “International Herald Tribune”, 1 settembre.
(19) Vedi nota 17.
(20) Courtois et al., 1998, « Il Libro Nero del Comunismo », Mondaori,
Milano.
(21) Vedi nota 12.
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categoria : media, internazionale

postato da andrij83 alle ore 19:22
martedì, 04 marzo 2008

La paga può forse aumentare? Assolutamente no: una legge ferrea la fissa allo stretto indispensabile, giusto quanto basta perchè gli operai si sostentino con pane duro e mettano al mondo figli... Se il salario scende sotto quel livello, gli operai crepano e la richiesta di nuova manodopera  lo fa risalire. Se supera quel livello, l'offerta di manodopera diventa troppo grande e lo fa abbassare di nuovo... Questo equilibrio delle pance vuote rappresenta per i lavoratori la condanna al carcere a vita.


Vedi, io per la giustizia sarei disposto a rinunciare a tutto, al bere, alle donne. Un'unica cosa mi scalda il cuore: la certezza che un giorno riusciremo a spazzar via dalla faccia della terra tutti i borghesi!


- Vi prego di scusarmi... Avrei tanto voluto offrirvi delle ostriche... Sapete, il lunedì arrivano quelle di Ostenda a Marchinnes, ed era mia intenzione mandare la cuoca a prenderle in carrozza... Ma lei ha avuto paura di essere presa a sassate...
Fu interrotta da uno scoppio di risa: tutti sembrarono trovare la cosa alquanto divertente.
- Ssst! - fece Hennebeau contrariato, volgendo lo sguardo alle finestre da cui si vedeva la strada. - Non c'è bisogno di far sapere a tutti che oggi abbiamo ospiti.
- Comunque vada, ecco intanto una prelibatezza che loro non avranno mai, - dichiarò Grégoire, prendendo una fetta di prosciutto.
Le risate ripresero, ma più discrete.


Risalendo al primo dei Maheu, ripercorse brevemente la storia dell'intera famiglia, logorata dalla miniera, spolpata fino all'osso dalla Compagnia, famiglia che, dopo cent'anni di lavoro, si trovava più affamata di quando aveva cominciato a scendere nei pozzi. Ai Maheu contrappose i ventri rigonfi degli azionisti della Compagnia, evocando quell'allegra combriccola di milionari che, da oltre un secolo, conduceva una vita dedita all'ozio e ai piaceri grazie al lavoro altrui, neanche fossero delle mantenute. Era mai possibile che migliaia di individui schiatassero di padre in figlio sottoterra per pagare le bustarelle ad alcuni ministri, o perché generazioni e generazioni di grandi signori e borghesi organizzassero banchetti e ingrassassero davanti a un bel fuoco? Etienne, che aveva studiato le malattie dei minatori, le enumerò tutte, fornendo particolari agghiaccianti su ciascuna: l'anemia, la scrofolosi, la bronchite nera, l'asma soffocante e i reumatismi paralizzanti. I miserabili venivano dati in pasto alle macchine, ammassati come tante bestie nei villaggi minerari, e le grandi Compagnie li assorbivano a poco a poco, regolamentando la loro schiavitù e minacciando di sottoporre a rigida disciplina tutti i lavoratori del paese. Milioni e milioni di braccia, insomma, facevano la fotuna di un migliaio di fannulloni, o poco più.


[1885]

pellizza_quarto_stato
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categoria : provocazioni, nazionale, internazionale, locale, classe operaia

postato da andrij83 alle ore 13:43
venerdì, 01 febbraio 2008

pciQuesto qui di seguito è un commento - leggermente modificato e riadattato alle circostanze - che ho lasciato ad un post di Moltitudini. A questo è dovuto il suo stile colloquiale. Lo riporto, perchè quel post mi ha spinto ad un ragionamento che fino ad oggi non avevo mai fatto compiutamente su questo blog. E' l'idea che ho io della Sinistra italiana e di cosa dovrebbe essere. Un'idea che ho maturato da tempi lontani, dal G8 di Genova in poi. Un'idea che mi ha spinto ad aderire a Rifondazione, credendola veicolo importante per raggiungerla. Un'idea che, ne sono convinto, avesse anche Bertinotti inizialmente. Ma che poi, non so bene perchè, se per sviluppi nel suo modo di vedere la politica, interesse personale o chissà cosa, ha perso di vista. Per una comprensione maggiore di questo post è, a mio modo di vedere, necessario leggere anche il post di moltitudini (link).

Buona lettura.

La presa di posizione sulla fertilità delle posizioni psiuppine me l'aspettavo, visto il tuo pensiero politico. Cmq, trovo anch'io che abbia prodotto cose molte interessanti quell'area politica. Forse perchè non bloccata dall'eccessiva burocratizzazione del PCI. E dopotutto credo che la parziale convergenza di queste due idee - per molti versi contrapposte - che ci fu in Rifondazione all'epoca della sua fondazione fu un fatto davvero positivo.
Che dire. Posso essere d'accordo che all'Italia sia sempre mancata una forza socialdemocratica seria. Ma questo solo perchè avrebbe potuto eliminare la contrapposizione PCI (Unione Sovietica) - DC (Stati Uniti), che di fatto ha bloccato per tutta la prima repubblica l'alternanza di governo. Il fatto che la DC abbia governato per 50 anni ha fatto si che allungasse le mani su ogni risvolto della società. Di fatto oggi ancora governa. Se vai a vedere i dipendenti pubblici, specie molti dirigenti (non i vertici, ma i capi dipartimento), sono lì messi dalla DC. E a questa mentalità sono legati.
Apparte questo, non vedo e continuerò a non vedere alcun motivo per cui il PCI avesse dovuto abbandonare la sua collocazione internazionale e le sue posizioni.
psiup
D'accordo anche sull'inutile svolta del PDS.
Tra l'altro, proprio stamattina parlavo con un Compagno, approposito della "Sinistra l'Arcobaleno". Del fatto che Bertinotti spinga per affermare una forza socialdemocratica.
Dicevo a lui quello che tu hai scritto approposito del PDS. Ovvero che oggi non avrebbe senso. Una politica socialdemocratica oggi non avrebbe ragione di esistere. Oggi si è andati oltre. O sei liberista o sei anti-liberista. Da questo binomio non si può sfuggire.
Io, l'avrai capito, probabilmente avrei militato nel PCI fossi nato trent'anni prima, però non sono così geloso della falce e martello o del nome comunista. Non è un aggettivo o un simbolo che mi qualificano o squalificano, a seconda di come uno lo voglia vedere. Io sarei anche pronto ad abbandonare tutto questo per un nuovo soggetto, unitario e plurale per usare dei termini in voga.
Ma non per dare vita ad una socialdemocrazia. Durante il congresso del 2005 andando per circoli a presentare il documento congressuale dell'Ernesto, mi soffermavo spesso sul fatto che Bertinotti citasse, nel suo documento e nei suoi discorsi proprio Godesberg. Credo che oggi continuerò a farlo. Perchè si vende come il futuro della sinistra italiana, un'idea di politica nata oltre 60 anni fa e che, negli stessi Paesi dove trovò seguito è difatto affossata. Oggi le socialdemocrazie sono il Labour, l'SPD, il Partito Socialista Francese. Coerentemente con la loro storia si sono evolute. La stessa Die Linke, alla quale Bertinotti guarda con sempre maggiore interesse, non aspira di certo ad essere una socialdemocrazia. Sta creando cose diverse. Per questo non accetta, a nessun livello, compromessi di governo con la SPD. Noi col Partito Democratico siamo pronti a fare lo stesso?
Senza contare che noi dobbiamo fare questo soggetto con Sinistra Democratica che non è mai stata una forza socialdemocratica e che quindi non ha nel suo dna neanche questa storia politica.
Lo ripeto, se sinistra deve essere, dev'essere anti-liberista, all'opposizione, perchè, se una politica riformista e socialdemocratica si poteva sostenere nei confronti del modello capitalista (per motivi legati al modo di produzione, fordista, tutto all'interno di confini nazionali) una politica di riforme del sistema liberista non è possibile. Non almeno su scala nazionale... e neanche europea.

Dopottutto, e chiudo, io oggi sembro l'ultimo dei difensori del comunismo in Italia e quant'altro. Ma per me non è così. Io la mia militanza l'ho sempre fatta anche in associazioni (Greenpeace prima, Attac ora) dove da nessuna parte c'è l'appellativo comunista. Ed è dai tempi della mia militanza in Greenpeace che sono convinto che oggi è possibile trovare il coraggio di superare il vincolo con quell'appellativo, ma per un progetto politico ben chiaro e, con i giusti interlocutori. A mio parere i giusti interlocutori non sono Mussi e Pecoraro Scanio, ma i movimenti alter-mondisti, raccolti attorno ai Forum Sociali.
Ovvio, che non metto in dubbio la natura Partitica e Parlamentarista.

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categoria : nazionale, internazionale, locale, pensiero e dottrina