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postato da andrij83 alle ore 09:57
venerdì, 04 gennaio 2008

Ancora un anno nuovo è iniziato. Anno spero importante per tante cose. Ma di questo 2008 credo ne parlerò tra un anno, se sarò ancora da queste parti. Quello che so è che sarà impegnativo, come del resto tanti altri.

Questo 2008 vorrei iniziarlo con un consiglio per tutti. Se avete spazi comuni, o conoscete librerie, o quant'altro, organizzate la presentazione di questo libro di cui qui sotto riporto la recensione.

Altra cosa. Ho aggiunto una tag: 'classe operaia'... andrà in paradiso?.. dopo una vita all'inferno?


A casa non ci tornoA ricordarci che nel nostro paese esiste ancora una classe operaia non possono essere per forza le tragiche morti bianche sul lavoro di centinaia di operai/e. Un modo può essere quello di conservare la memoria delle tante lotte che hanno accompagnato la storia del movimento operaio nella seconda metà del secolo appena trascorso.
Appunto questo è quello che fa Ines Arciuolo nel suo libro “A casa non ci torno” (Stampa Alternativa - euro 15), dove attraverso la sua esperienza personale di militante e di operaia alla Brionvega di Milano ed alla Fiat Mirafiori di Torino, fa rivivere le speranze, le lotte, le conquiste, ma anche le amarezze e le delusioni di un’intera generazione di uomini e donne che hanno vissuto il periodo che va dall’autunno caldo del ’69 ai piani di ristrutturazione padronale degli anni ’80-’90.
Fondamentale per la sua formazione umana e politica sono l’esperienza del quartiere popolare in cui trascorre la sua infanzia, la vita comunitaria dove si sa  tutto di tutti e l’influenza del padre comunista già ai tempi del fascismo: da loro Ines erediterà quella “visione collettiva della vita”, quella concezione del mondo che escludeva l’indifferenza e che metteva al primo posto “il culto dell’intelligenza, dell’onestà e della centralità dell’individuo”, che accompagneranno sempre la sua esperienza di vita, di lavoro, di militante politica.
Non apprende dunque dai libri Ines, ma dalle persone.La sua militanza politica comincia a 18 anni nel PCI, ma già nel ’68, dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, restituisce la tessera ed aderisce all’UCI M-L(Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti) . Ma,  “chiusa come un riccio in un moralismo intransigente”, maturerà in lei sempre più il disagio e poi il rifiuto dell’apparato, del settarismo, dell’obbedienza cieca ad una linea imposta dall’alto, sia esso partito o sindacato. Al punto che, quando dovrà scegliere se diventare “dirigente” nell’ambito politico o rimanere a lavorare in fabbrica, lei sa sempre da che parte stare e senza esitazione sceglierà quest’ultima.
1) Perché è in fabbrica e soprattutto sul rapporto con le operai/e non nei panni di “rivoluzionaria di professione” o “funzionaria di partito” che Ines è veramente se stessa, quello è il ruolo sociale, politico che sceglie. Nel suo agire politico Ines è donna, quindi privilegia la creazione di relazioni, vuole “stare dentro le cose,né sopra né sotto” e ci sta nelle cose con tutta se stessa, corpo e mente, attenta ad ascoltare i bisogni, i desideri delle persone con cui lavora, a creare dal basso quella solidarietà di classe che da idea diventa pratica quotidiana e “forza materiale”. Vive dall’interno l’entusiasmante stagione dell’’assalto al cielo” degli sfruttati e proprio nella città-fabbrica con il contributo determinante del Pci e dei sindacati è tra i 61 licenziati dalla Fiat nell’’80.
E da “comunista eretica” dopo il licenziamento  si avvicina all’esperienza della rivoluzione sandinista in Nicaragua (dove vive per 5 anni ), che pur all’inizio sente lontana dalle sue coordinate ideologiche. La conquista l’allegria del popolo, l’entusiasmo di tanti giovani, la loro partecipazione al processo di trasformazione rivoluzionaria, che vuole costruire “el hombre nuevo”. Ma anche lì “si abbatte l’ombra della delusione” nel constatare la burocratizzazione e la corruzione del gruppo dirigente, oltre al progressivo distacco dal processo rivoluzionario del popolo , sempre più sfinito dalle difficoltà economiche e dagli attacchi della “contra”.
Il suo rientro in Italia nell’’88 sarà triste, segnato dalle difficoltà a riconoscere luoghi e persone.
In una visita che fa a Caserta, ci descrive questi luoghi con i segni ancora evidenti del terremoto dell’’80, che diventa quasi una metafora della distruzione non solo materiale del paese, ma della crisi di tante ideologie, di tante speranze. La sofferenza è tanta, aggravata dalle difficoltà di trovare un lavoro. Si concede una pausa di riflessione per cercare di rispondere ai tanti perché, di riprendersi dal senso di sconfitta. Ma anche qui Ines si ripropone con leggerezza, con ironia, senza mai perdere di vista l’autocritica, la consapevolezza del contesto in cui ha operato. E quando ritorna un’altra volta a Caserta, alle sue radici, per ritrovare se stessa, questa volta il suo sguardo si posa dolce , carezzevole, riappacificato, sui luoghi dell’infanzia.
Il libro ha infatti un’andamento circolare, comincia dal suo quartiere e ritorna alla fine al suo quartiere, per concludersi con le parole della nonna Teresinella “ ‘A vita è nu suonno e l’ammore è ‘na pazzia”.
Grazie Ines per il ritratto umano intenso, partecipato, a volte commovente che ci hai dato di quegli anni, grazie per i tanti spunti di riflessione, tuttora validi ed attuali che ci hai consegnato.
Catania 2/1/’08                                            
Teresa Modafferi
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categoria : libri, media, nazionale, locale, in movimento, classe operaia, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 16:39
mercoledì, 31 ottobre 2007

Tre post in due giorni, di cui due sul locale... E' un record.
Comunque, quest'ultimo è per invitare tutti a partecipare (naturalmente chi è della zona, non pretendo che la gente arrivi da chissà dove) alla presentazione del libro di Marco Bersani sul tema dell'acqua.
Come qualcuno saprà, l'impegno mio e di altri compagni e compagne è stato grande a Pomezia per supportare l'iniziativa popolare di legge acqua pubblica. Dopo l'ottimo esito della campagna, l'impegno continua. Con un gruppo di lavoro di Attac Pomezia per studiare le ripercussioni che il riordino dei sistemi idrici (gli ATO) avrà anche sul nostro territorio. E continuando la mobilitazione in vista della manifestazione nazionale del 1 dicembre a Roma.
Mi spiace per la mia amata Creatura che queste cose si fanno sempre quando lei è a Torino.
Ah, la locandina l'ho fatta io. Mi sto cimentando da autodidatta in photoshop. Quindi, abbiate pazienza. E comunque è piaciuta.

Presentazione libro "acqua in movimento"

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categoria : libri, locale, attac, in movimento

postato da andrij83 alle ore 19:21
sabato, 05 maggio 2007

Allora, cambio di avatar... La mia falce e martello mi piaceva di più, ma il buon Diego ha detto che ogni volta che commentavo o scrivevo sul multiblog di Pomezia marcavo male. Quindi, spero che ora gli vada bene. Quello di ora è semplicemente un ragazzo che con un calcio spacca una vetrina. Io personalmente non l'ho mai fatto, ma l'Argentina è vicina, e quindi, non si sa mai...

il passato davanti a noi - Bruno ArpaiaQuesto post è per la recensione di un libro. E' parecchio ormai che ignoravo la categoria libri e oggi, che stavo facendo un nuovo ordine di libri su internet, mi è ricapitato tra le mani questo che sto per recensire. Sono più di 500 pagine, ma vola. L'ho letto in un attimo, ormai un anno fa, forse più... Penso sia il libro migliore che abbia mai letto, senza fare torto ad ogni altro abbia avuto il piacere di assaporare. Quello che mi ha trasmesso di più. Forse anche per molti intrecci che mi legano al protagonista. Forse per il fatto di averlo comprato un pò per sbaglio. Ero in libreria per compare l'ultimo libro di Sepulveda. Accanto a quello c'era questo di Bruno Arpaia, che fino allora conoscevo solo per il libro-intervista-conversazione, proprio con Sepulveda, "Raccontare, resistere". Così l'ho preso in mano, ho letto la trama... E nonostante il prezzo, ho deciso di comprarlo. Così mi sono fatto alzare un pò di soldi da un mio amico (Druzzo, per chi di voi lo conosce) e appena tornato a casa ho iniziato a leggerlo... Amore a prima riga.

Prima della recensione c'è da dire che tutto parte da una canzone di Giorgio Gaber, "i Ribelli". Ogni capitolo inizia con una strofa di quella canzone, in rigoroso ordine cronologico. La recensione (come al solito quella che si trova sulle alette).

Forse le passioni di un'epoca non possono davvero essere raccontate a un'altra. Eppure la voce che narra questa storia, una storia di ragazzi e ragazze che crescono negli anni Settanta in un paesino del Sud, ha il timbro forte, spericolato e consapevole, di chi non può più tacere. E il risultato è un romanzo italiano che affonda le mani nel «buco nero» di quel decennio senza paura di sporcarsele, senza celebrarlo nè rinnegarlo, raccontando una generazione e un pezzo di storia dal di dentro, quasi in presa diretta, e allo stesso tempo in un serrato corpo a corpo con la memoria, propria e altrui.

E' una nitida voce corale, quella di Alberto Malinconico, di Angelo Malecore e dei loro amici. Per loro, il punto di svolta è l'11 settembre, quello del 1973, quando il telegiornale trasmette le immagini del golpe in Cile: i militari che pattugliano le strade deserte di Santiago, i carri armati appostati nelle piazze, i caccia che bombardavano La Moneda. Quelle immagini diventano un'ossessione. Come si fa a non esserne colpiti? Così, in quella stagione di lotte operaie, di austerità, di battaglie per la legge sul divorzio, tra le prime ragazze e le bravate con gli amici, matura la coscienza politica e la voglia  di cambiare. E sono i volantini, i cortei, le interminabili discussioni in sezione, i concerti rock, le manifestazioni a Roma e a Bologna, gli scontri con la polizia, i viaggi in autostop a Londra, il vento del femminismo, la liberazione sessuale. Finchè la lotta armata e la repressione dello Stato non chiudono bruscamente il futuro verso il quale quei ragazzi credevano che la Storia li sospingesse.

Visti da un paese in provincia di Napoli, quegli anni sono però anche gli anni della camorra, gli anni dei primi omicidi politici della malavita organizzata. Alberto e gli altri li hanno sotto gli occhi, ma a tutta prima non sanno decifrarli: guardano altrove, loro guardano lontano, ai grandi movimenti della Storia... Così alla sconfitta politica si aggiunge anche il rimorso di non aver capito, di non aver saputo aiutare le vittime di quella violenza. Ma se sconfitta c'è stata, «non è chiaro chi abbia vinto davvero la partita» dice la voce verso il finale. «Perchè quel 'noi' è rimasto, scava, lascia in giro detriti e sedimenti.» Perchè quel passato non è definitivamente alle nostre spalle, e non la si fa finita con il tempo, mai.


Bruno Arpaia è nato nel 1957 a Ottaviano, in provincia di Napoli, e vive in Liguria. Giornalista, consulente editoriale e traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana, ha pubblicato i romanzi I forestieri, Il futuro in punta di piedi, Tempo perso (Premio Hammett Italia 1997) e L'Angelo della storia (Premio Selezione Campiello 2001, Premio Alassio Centolibri - Un autore per l'Europa 2001), questi ultimi due pubblicati da Guanda, presso cui è uscita anche una sua conversazione con Luis Sepulveda, Raccontare, resistere.

Edizioni Guanda - pag. 507 - 17 €

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categoria : libri

postato da andrij83 alle ore 16:05
domenica, 12 novembre 2006

Qualche giorno fa ho comprato questo libro. Oggi, avendo finalmente un giorno libero dopo molto tempo, ho cominciato a leggerlo. Chi frequenta questo blog sa delle mie posizioni Leniniste. Leggendo, fino ad ora l'introduzione, ho trovato ulteriori conferme. «Se esiste un motivo di consenso diffuso nell'odierna sinistra radicale (o in quello che ne resta), con ogni probabilità lo si trova proprio nella convinzione che oggi, per poter dare vita a un progetto politico altrettanto radicale, occorra lasciarsi alle spalle ogni tipo di filiazione leninista: l'ossessiva centralità della lotta di classe, l'enfasi sul partito come forma di organizzazione assoluta, la violenta presa di potere rivoluzionaria, la conseguente e necessaria "dittatura del proletariato": tutti concetti che ci appaiono più che altro dei veri e propri zombie da cui fuggire terrorizzati - sempre ammesso che la sinistra voglia davvero avere una qualche minima chance di successo in questa fase sotirca, nell'era del tardo-apitalismo "postindustriale"...»
 
L'opposizione di Lenin, tanto a Stalin («"Non dobbiamo per nessuna ragione dar l'impressione di voler imporre una declinazione inflessibile delle idee comuniste nelle campagne. Fino a quando le nostre campagne non disporranno delle basi materiali per il Comunismo, agire in questo modo risulterebbe a mio avviso davvero controproducente, probabilmente fatale per il Comunismo". Contrapponendosi a questo appello di Lenin per una "rivoluzione culturale", Stalin, come noto, optò per la nozione profondamente antileninista della "rivoluzione in un solo Paese".») quanto ai Menscevichi «l'idea cioè che la Rivoluzione dovesse seguire una serie di passaggi preordinati - e che potesse darsi solo uba volta realizzate le necessarie condizioni materiali». («Lenin era assolutamente consapevole del fatto che nelle condizioni date nel 1920, il principale compito del potere bolscevico fosse essenzialmente quello di realizzare gli obiettivi assunti dal regime borghese progressista (e cioè scolarizzazione di massa e via dicendo). Ma è proprio il fatto che a gestire questa fase fosse il potere costituito da una RIVOLUZIONE PROLETARIA a cambiare radicalmente le carte in tavola. Esisteva una sola possibilità per portare avanti tali istanze di civilizzazione liberandole dalla loro limitata cornice borghese: l'istruzione generalizzata sarebbe stata universale, e non la maschera ideologica per proteggere gli angusti interessi di classe borghesi, solo se aperta al popolo, e così via...»
 
«Abbiamo qui due modelli, due logiche incompatibili di rivoluzione: coloro che attendono teleologicamente il momento maturo, la crisi finale da cui "al momento giusto", in base alle leggi evolutive della storia, la rivoluzione potrà esplodere; e quelli che invece sanno che la rivoluzione non ha alcun "tempo giusto", e ne percepiscono la chance come qualcosa che emerge e deve essere afferrata nelle pieghe del "normale" sviluppo storico. Lenin non è un volontarista "soggettivista": semplicemente, crede che l'eccezione offra la possibilità di minare la norma stessa. Questo tipo di argomentazione, questa radicale "presa di posizione", non risulta oggi più attuale che mai? Non viviamo forse in un'era in cui lo Stato, i suoi apparati e tutti i soggetti politici che lo compongono si dimostrano sempre meno in gradi di articolare risposte adeguate alle questioni politiche di fondo? L'illusione del 1917 che i problemi più pressanti che gravano sulla Russia (la pace, la distribuzione delle terre) potessero essere affrontati e risolti attraverso la "legalità" di risposte parlamentari vale l'illusione di oggi che - solo per fare un esempio - le minacce ecologiche possano essere risolte semplicemente espandendo la logica di mercato all'ecologia, facendo pagare agli inquinatori il prezzo dei danni provocati».
 
 Lenin
 
Perchè ritornare a Lenin? Slavoj Žižek ci propone un ritorno che non può essere ripetizione né pretesto. Piuttosto un detour per aggredire il presente senza nostalgie e senza cinismo, prendendo sul serio Lenin, la sua "solitudine", il suo materialismo, il suo grande tentativo fallito e la tragedia del suo fallimento: "sintomi" senza risposta, lacune che ancora insistono sul presente, sui resti della sinistra. Così, senza cinismo, Žižek può giocare la centralità del partito contro la "terza via", una crudele "politica della verità" contro le narrative multiculturaliste e la "società del rischio", Brecht contro Lukàcs, Eisenstein contro Hollywood, una concezione anti-idealista dell'amore contro Kierkegaard, l'astrazione del reale contro la "pura politica", la critica della democrazia contro Habermas, l'universalità concreta del movimento new global contro quella astratta del capitale; in un Slavoj Žižekcorpo a corpo che non risparmia Deleuze, Badiou, Rifikin, neppure Lacan. Insomma, è il significante Lenin che ancora si insunua in un presente abbandonato dalla storia: un tempo in cui anche il Reale assume le forme di un'apparenza (come a New York, l'11 settembre); un tempo che, del Novecento, oltre alla terrificante passion du reel ha smarrito pure ogni tensione a sovvertire lo stato delle cose. Federico Rasola
 
Slavoj Žižek insegna all'istituto di Lubiana. I suoi libri sono tradotti in inglese, francese, tedesco. In italiano sono comparsi: Il godimento come fattore politico (2002), Nel deserto del reale (2002) e, in questa stessa collana, Il Grande Altro. Nazionalismo, godimento, cultura di massa (1999).
 
 
Pubblicato da: Feltrinelli - Campi del sapere - 17,50€ - pp. 168
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categoria : libri

postato da andrij83 alle ore 13:22
martedì, 24 gennaio 2006

La vita avventurosa di una donna straordinaria: Tina Modotti.

Udine, 1896 - Città del Messico, 1942: tra due luoghi così lontani e due date così vicine si consumò l'esistenza di Tina Modotti, donna tormentata di singolare bellezza e artista generosa, perennemente in lotta tra arte e vita, che seppe vivere profondamente - ed esprimere - le contraddizioni del suo tempo. In questo libro Pino Cacucci ne racconta la storia, con scrupolo di biografo e felicità di narratore, accompagnandola a Hollywood, dove Tina fu attrice del muto, e a Los Angeles, dove Edward Weston l'amò scatenò il suo talento per la fotografia; seguendola poi in Messico, dove sposò la causa rivoluzionaria degli Estridentisti e posò per i grandi murales di Diego Rivera; e poi in Olanda, in Germania e a Mosca dove Tina lavorò nel Soccorso Rosso negli anni più cupi dello stalinismo. E ancora, nel 1936, in Spagna dove combattè con le Brigate Internazionali e conobbe Hemingway, Dos Passos e Capa, per raggiungerla infine a Città del Messico, dove scomparve in circostanze misteriose.

Pino Cacucci (Alessandria, 1955) è scrittore, traduttore, giornalista e sceneggiatore per il cinema e per la televisione. Ha pubblicato, tra l'altro: Puerto Escondido (1990), In ogni caso nessun rimorso (1994), San Isidro Futbol (1996), Camminando. Incontri di un viandante (1996) e Demasiado corazon (1999)

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categoria : libri

postato da andrij83 alle ore 13:45
giovedì, 05 gennaio 2006

"Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato". Con questo esergo di George Orwell si apre l'abnorme reportage che avete in mano: l'opus magnum di un maestro del giornalismo di denuncia, frutto di trent'anni di ricerche, che negli USA ha avuto decine di edizioni a tiratura forzosamente limitata ed è stato salutato dai maggiori intellettuali radical come il Repertorio Definitivo delle marachelle statunitensi. Se nell'avvertimento orwelliano sta il motivo ispiratore di questo Libro nero e nella completezza - insuperabile - il suo pregio più evidente, la forza vera è nei documenti, sempre di prima mano, nelle argomentazioni, stringenti e appassionate, nello stile, che vira imprevedibilmente dall'oratio severa all'ironia al sarcasmo e di nuovo all'invettiva.

Questa edizione italiana è unica al mondo. Ai cinquantasei capitoli firmati da William Blum, che percorrono vicende note (ma veramente note?) e oscure (chi saprebbe dire cos'è successo in Albania fra il '49 e il '53 o in Ghana nel '66?) Nefeez Mosaddeq Ahmed, autore di Guerra alla libertà (Fazi, 2002), ha aggiunto con la supervisione dello stesso Blum dieci nuovi capitoli sulle vicende degli ultimi anni e sui possibili scenari futuri. Quali? Come scrive Blum, "purtroppo, a quelli come me, grazie ai governi americani, il lavoro non manca mai".

William Blum, funzionario del dipartimento di Stato USA, lasciò l'incarico nel 1967, a trentaquattro anni, per protesta contro l'operato degli Stati Uniti in Vietnam. Autore di inchieste sulla CIA, sul Vietnam,sul colpo di Stato in Cile nel 1973, in Italia è già uscito il suo Con la scusa della libertà (Marco Tropea, 2002). Il libro nero degli Stati Uniti è la sua opera maggiore. Risponde all'indirizzo, Bblum6@aol.com

"Senza alcun paragone, il miglior libro al mondo sugli interventi americani". Noam Chomsky

Pubblicato da: Fazi Editore - 26,50 € - 899 pag.

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categoria : libri

postato da andrij83 alle ore 16:02
lunedì, 07 novembre 2005

La guerra dei GAP

Chi furono i gappisti? Furono gruppi di patrioti che non diedero mai "tregua" al nemico: lo colpirono sempre, in ogni circostanza, i giorno e di notte, nelle strade delle città e nel cuore dei suoi fortilizi. Sono coloro che dopo l'8 settembre ruppero con l'attendismo e scesero nelle strade a dare battaglia, iniziarono una lotta dura, spietata, senza tregua contro i nazisti che ci avevano portato la guerra in casa e contro i fascisti che avevano ceduto la patria all'invasore, per conservare qualche briciola di potere. I gappisti furono uomini che amavano la vita, la giustizia; credevano profondamente nella libertà, aspiravano a un avvenire di pace, non erano spronati da ambizione personale, da arrivismo, da calcoli meschini.Senza Tregua - Giovanni Pesce

Diventato ormai un classico della memoralistica partigiana, nonchè uno dei rari documenti sul ruolo svolto dai Gruppi di Azione Patriottica (i GAP) nella Resistenza, Senza tregua si presenta oggi come insostituibile antidoto contro quella perdita della memoria storica che si profila come uno dei guasti della coscienza civile contemporanea. Il volume, che ha gli scatti e il ritmo della scrittura narrativa, restituisce i dettagli più drammatici della guerriglia urbana, il fitto calendario delle azioni isolate, la tensione degli agguati, la lotta contro il nemico armato e, al contempo, quello contro spie, delatori, reggicoda del franante regime fascista. Uno stile scarno, senza retorica; un racconto senza compiacimenti. Per una riflessione sulla violenza e sulla Storia. Per una storia liberata dalla violenza.

Giovanni Pesce, è nato a Visone d'Acqui nel 1918 e, emigrato con la famiglia in Francia, ha vissuto infanzia e adolescenza a La Grand Combe. Nel '36 è partito volontario per la Spagna con le Brigate internazionali ed è stato in prima fila in tutte le grandi battaglie della Guerra civile. Tornato in Italia, viene arrestato e deportato a Ventotene. Liberato nell'agosto del '43, s'è unito al movimento partigiano. E' medaglia d'oro della Resistenza.

Pubblicato da: Feltrinelli Editore - 8,50 €

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categoria : libri