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postato da andrij83 alle ore 15:13
giovedì, 24 novembre 2005

L'enciclopedia Blogger dice che un blog è un tipo di comunicazione informale e io aggiungerei, come lettore di numerosi blog, che è uno stupendo recipiente per vomitare.
E allora vomitiamo.

Il 4 settembre di trentacinque anni fa, in un giorno come questo, di primavera in Cile, festeggiavamo il trionfo di Unidad Popular, la vittoria elettorale di Salvador Allende, del compagno presidente Salvador Allende. Sappiamo tutti come finì quell'esperienza democratica di socialismo alla cilena, e sappiamo che oggi, con un gran senso di schifo e il vomito in gola, i cileni devono convivere con i loro despoti, con i torturatori, con quelli che hanno fatto sparire persone, hanno assassinato, hanno rubato a tutto spiano. Vomitevole. Recentemente è morto di cancro il generale Forestier, un torturatore, un assassino, un soggetto che ha negato l'esistenza di desaparecidos e ha tirato le cuoia al sicuro da qualunque imputazione. Un soggetto vomitevole. Il governo cileno ha inviato le sue sentite condoglianze alla famiglia Forestier. Vomitevole. A me non è dispiaciuta la sua morte, è uno di meno, per lo meno questo, è uno di meno. Una settimana prima lo stesso governo cileno aveva amnistiato, nell'interesse della «convivenza nazionale», un criminale che sequestrò e sgozzò Tucapel Jiménez, un sindacalista cileno, tenace e coraggioso oppositore della dittatura. Anche la convivenza è vomitevole se va avanti a colpi di perdono alle spalle delle vittime. Mesi fa sono stato a Seul e, camminando con amici cileni nella zona americana, ho conosciuto due marines degli Stati Uniti. Parlavano spagnolo con l'accento dei Caraibi. Erano di Portorico, un paese latinoamericano che è una stella sulla bandiera yankee. Andavano in Iraq, ma prima di mandarli al macello in Iraq li premiavano con una settimana nella Corea del Sud. Uno aveva ricevuto in regalo un lettore mp3, e l'altro una videocamera digitale. «Questo, una volta, era un paese comunista e noi l'abbiamo salvato» ha detto uno. «L'America mi ha dato la possibilità di venire qui» ha detto l'altro. Poi mi hanno confessato che il loro inglese non era molto buono e che andavano in Iraq perché al ritorno li avrebbero fatti cittadini Usa, sempre che non tornassero indietro in sacchi di plastica. Vomitevole. Ho chiesto cosa ne pensavano dei cosiddetti volontari del Kansas e dell'Alabama che, in comodi camper e armati fino ai denti, sorvegliano il confine meridionale degli Stati Uniti, pronti a sparare alle espaldas mojadas, ai più poveri dei poveri, gente a cui hanno portato via persino la dignità e che cerca di entrare nel «paese delle opportunità», in quell'America, America che ha accolto e formato delatori geniali come Elia Kazan. «In America tutti possono arrivare a diventare presidenti» ha detto uno. «Con un po' di sacrificio, potremo goderci l'American dream» ha spiegato l'altro. La maggior parte dei soldati morti in Iraq, quasi duemila, sono neri e latini. Ne conosco uno che ha avuto un attacco di intelligenza latina e ha disertato: è il figlio del compositore nicaraguense Carlos Mejía Godoy. Visto che non era ancora cittadino americano, gli yankee non sanno cosa fare con lui, perché l'America non assolda mercenari e, si sa, i neri poveri e i latini poveri vanno ad ammazzare civili iracheni e a morire fra il Tigri e l'Eufrate come volontari. Vomitevole. Carne da blog.

Nel novembre dell'anno scorso, l'uragano Michelle colpì i Caraibi e si accanì con Cuba. Secondo Ben Wisner, dell'Istituto per lo Sviluppo della London School of Economics, l'uragano che danneggiò quasi 25mila case e ne distrusse completamente 2800, causò soltanto cinque morti. Il governo cubano evacuò 700mila persone, il 6,36 % della popolazione, in sole 24 ore. Le Forze armate rivoluzionarie si recarono nella parte meridionale dell'isola per aiutare la gente, e lo fecero. Non avevano ordine di sparare ad altezza d'uomo per «mantenere l'ordine».

La maggior parte delle vittime di Katrina sono neri e latini, i loro corpi galleggiavano nelle strade inondate di New Orleans, vicinissimo al Superdome, il gigantesco stadio che sarebbe dovuto servire come centro di rifugio ed evacuazione. Il presidente Bush era in vacanza. Condoleezza Rice si stava comprando scarpe in un negozio esclusivo per donne come lei. Era una tragedia prevedibile. Nel 2001, la rivista Scientific American aveva avvertito delle deplorevoli condizioni degli argini che contenevano le piene del Mississippi, dell'obsolescenza dei sistemi di pompaggio in caso di inondazione, della crescita incontrollata delle case in zone ad alto rischio e dell'insufficienza delle vie di evacuazione. Quello stesso anno, l'Agenzia Federale per il Controllo delle Emergenze aveva avvertito il governo che, se non si adottavano misure immediate, un uragano avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per New Orleans. Gli ingegneri militari Usa avevano raccomandato l'approvazione urgente di uno stanziamento di 27,1 milioni di dollari per riparare gli argini. Il governo di Bush l'aveva approvato, ma al momento di inviare il denaro ha deciso di stornarne l'80% per pagare le spese dell'Iraq. Così si pianificano le catastrofi imperiali. Vomitevole.

Quando lo Stato ci abbandona, quando il bisogno si impone, quando la sete e la fame minacciano di uccidere, l'istinto di sopravvivenza ordina di violare le leggi che non servono. È legittimo saccheggiare un supermercato se i soccorsi non arrivano. Ma la governatrice dello stato della Louisiana, Kathlen Blanco, invece di accelerare gli aiuti umanitari, ha armato di fucili M-16 tremila soldati della guardia statale. «Sanno come sparare per uccidere, sono più che desiderosi di farlo e spero che lo facciano». Le sue parole sono parte della storia degli Stati Uniti. Quella donna è una repubblicana di razza. Vomitevole.

Nella Casa Bianca, un intellettuale texano, ex alcolista non troppo redento, fondamentalista religioso e cretino integrale, chiede un colloquio con Pat Robertson, il pio reverendo che invoca a gran voce l'assassinio del presidente venezuelano Hugo Chávez. I suoi minuscoli occhietti da farabutto ritardato cercano il Venezuela sulla cartina dell'Africa. Vomitevole. Carne da blog.

(traduzione di Ilide Carmignani) 

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categoria : luis sepulveda

postato da andrij83 alle ore 14:13
lunedì, 21 novembre 2005

L'11 settembre 1973, Pinochet e gli altri tre ufficiali traditori che comandavano la Marina militare, le Forze Aeree e l'arma dei Carabinieri, dichiararono di essere in guerra, che il Paese era in guerra contro il marxismo-«lininismo» - come ripeteva Pinochet vestito con l'uniforme da combattimento -, e le orde militari iniziarono ad uccidere, torturare, far sparire donne e uomini cileni, oltre a rubare i beni di tutti coloro che cadevano nelle loro mani. Quando i morti erano già centinaia, la giustizia cilena fu cieca, sorda e muta. La maggioranza dei membri della Corte Suprema di Giustizia, il più alto tribunale cileno erano - e molti lo sono ancora - ultraconservatori, aperti simpatizzanti del fascismo, ed erano uniti da un odio ancestrale nei confronti della classe operaia cilena.
Quando i morti e i desaparecidos erano ormai migliaia, i giudici cileni decretarono che era tutta un'invenzione dei nemici della patria.
I giudici cileni, signori della forca e della frustra, hanno sempre sognato che il Paese si reggesse come ai tempi della colonia: i signori delle quaranta famiglie padrone del Paese dovevano comandare, e il resto dei cileni obbedire. Su quella base iniqua si legiferava, su quella teoria nauseabonda in Cile si «faceva giustizia».
I giudici cileni, coloro che furono membri della Corte Suprema durante i 16 anni di dittatura, furono tutti prevaricatori, senza eccezione, furono complici delle torture, delle uccisioni, della sparizione di persone.
Sapevano perfettamente quello che stava facendo la soldatesca, e non fecero nulla, perché anche loro dichiararono che il Paese era in guerra. Chi erano questi giudici? Latifondisti o parenti dei grandi latifondisti che odiavano l'idea di una riforma agraria.
Omosessuali omofobi che sognavano i campi di concentramento per i gay e le lesbiche; cattolici che andavano a messa ogni giorno, ognuno con una foto insieme al Papa sulla scrivania, ovvero una banda di degenerati che avevano in mano il potere di negare la giustizia ai poveri, agli umiliati, a coloro che sudavano per pagare i loro lussi e capricci.
Furono loro ad avallare lo stato di guerra, furono loro ad identificare «il nemico», cioè i militanti della Unidad popular, i Comunisti, i Socialisti, i militanti del Mir, i preti progressisti, i giovani e persino i ragazzini. E il nemico bisognava distruggerlo.
Il 5 ottobre 1973, Ricardo Gustavo Riseco Montoya, uno studente di 22 anni dell'università tecnica giunse a Angol, nel Sud del Cile, per avere notizie di suo padre, un dirigente comunista arrestato dai militari e che si presumeva che fosse nella caserma del reggimento «Húsares de Angol». Alle 4 del pomeriggio di quel giorno, lo studente fu arrestato per strada, sotto gli occhi di molte persone, da soldati dell'esercito cileno.
Lo fecero salire a spintoni su un camion e lo portarono via. Un'ora dopo, quando era iniziato il coprifuoco, quelle ore funeste in cui solo gli assassini potevano muoversi per le strade del Cile, la pattuglia militare che arrestò lo studente incontrò un ragazzino di 15 anni, Luis Cotal Álvarez, che camminava frettoloso verso casa. A spintoni lo fecero salire sul camion e scomparvero.
Trent'anni più tardi si seppe che quella pattuglia militare li aveva portati fino a un magazzino di materiali edili; là furono sottoposti a ogni genere di tortura, e infine li uccisero a colpi di arma da fuoco. I loro corpi furono occultati, nessuno li vide, non ci fu veglia funebre, né funerale, ma, secondo la versione ufficiale dell'esercito cileno, versione avallata dalla Corte Suprema di Giustizia, lo studente e il ragazzino erano stati fucilati, dopo un giudizio militare, perché i due erano guerriglieri che avevano cercato di far saltare la caserma degli «Húsares de Angol».
Uno studente di 22 anni e un ragazzino di 15 avevano attaccato gli oltre duemila uomini armati del reggimento «Húsares de Angol».
L'uomo che ordinò che fossero torturati e uccisi, e che in seguito inventò la storia dell'attacco alla caserma, era il colonnello dell'esercito Joaquín Rivera González. Si chiama ancora così colui che diede gli ordini ai torturatori e agli assassini di uno studente e di un ragazzino.
Angol è nel profondo Sud del Cile, i suoi abitanti perlopiù sono mapuches . Nessuno ricorda che il reggimento sia mai stato attaccato. Ma i giudici della Corte suprema di giustizia cilena dissero allora che quello studente e quel ragazzino erano «il nemico», e che pertanto era legale, secondo le leggi marziali, che, dopo esser stati arrestati e giudicati da una corte marziale, fossero stati fucilati. Ma non dissero quando era avvenuto l'attacco, non dissero quando e dove si era tenuto il processo, né se avevano avuto difensori, e non indicarono nemmeno quando erano stati fucilati e che cosa ne fu dei corpi.
E ad Angol, nel profondo Sud del Cile, nessuno ricorda la fucilazione di uno studente e di un ragazzino.
Tuttavia, i genitori, i famigliari dello studente e del ragazzino, aiutati da organizzazioni di difesa dei diritti umani, sono riusciti, trent'anni dopo, a far sì che il colonnello Joaquín Rivera González venisse processato per i delitti di sequestro di persona e omicidio. Sul criminale pesava una possibile condanna a 10 anni di carcere che doveva essere confermata dalla Corte Suprema di Giustizia. Dieci anni di carcere per aver sequestrato, torturato, ucciso, fatto sparire uno studente di 22 anni e un ragazzino di 15.
Ma la Corte suprema di giustizia ha giudicato che quei delitti non sussistono, dato che i soldati sequestrano, torturano, uccidono, fanno sparire i corpi, solo quando c'è una guerra. Noi cileni abbiamo appena saputo che, nonostante tutto quello che ci è stato detto per sedici anni, non c'è stata nessuna guerra, nessuna, che l'esercito non è mai stato in guerra e che pertanto il colonnello Joaquín Rivera González è innocente come un bambino appena nato.
La sentenza di assoluzione dei giudici della Corte suprema è degna dell'enciclopedia universale dell'infamia: «Commettere azioni contro l'integrità fisica delle forze armate, dei Carabinieri e della popolazione in generale, la cui veracità non è in discussione (cioè lo studente e il ragazzino attaccarono la caserma degli Húsares de Angol), non è, a giudizio di questa Corte, una ragione sufficiente per stabilire che in Cile esistesse un conflitto armato non internazionale, nei termini indicati dall'articolo 3 della Convenzione di Ginevra, il giorno 5 ottobre 1973, data in cui i fatti vennero perpetrati».
Secondo la Convenzione di Ginevra i crimini di guerra non vanno in prescrizione. Secondo i giudici cileni, fra l'11 settembre e il 4 ottobre 1973 c'è stata la guerra, e anche a partire dal 6 ottobre 1973 fino alla fine del 1989 c'è stata la guerra. Lo studente e il ragazzino furono assassinati il giorno 5 ottobre, l'unico giorno in cui la guerra non c'è stata.
Questa sentenza della giustizia cilena è una burla al senso universale della giustizia. Non può essere ignorata. Dobbiamo fare qualcosa. Da queste pagine invito a non comprare prodotti cileni, e a sputare ogniqualvolta passiamo di fronte a un'ambasciata cilena.

trad. Marcella Trambaioli

da il manifesto del 12/8/2005

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categoria : sud america, luis sepulveda