Jean-Marc Bouju, France, The Associated Press“Nelle strade si vedono pozze di sangue. Sono sparpagliati intorno brandelli di carne e dei sandaletti da bambino” (agenzia Reuters 8.11.06).
«E' stato un errore».
Questa la prima dichiarazione di Israele dopo la loro ultima strage nella striscia di Gaza. Questa volta nel centro abitato di Beit Hanun. Il bilancio pesantissimo. 19 morti, ma potrebbero essere di più. Numerosissimi i feriti. Tutti innocenti. In gran parte donne e bambini. Un primo razzo sparato dai tank israeliani ha centrato un palazzo. Molti sono morti nel sonno. Tredici membri di una famiglia sono stati uccisi. Appena sentito lo scoppio una folla è accorsa sul posto. A quel punto è arrivato il secondo razzo. «E' stato un errore». Difficile crederlo. Difficile credere che un razzo abbia deviato dal suo obiettivo di circa un kilometro. E comunque, non ha importanza, tanto rimarrà impunito. Il diritto internazionale, i diritti dell'uomo non esistono se a violarli sono Israele o gli Stati Uniti.
Abu Mazen ha invocato l'intervento del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Probabilmente fiato sprecato. Molto più dure Hamas e Fatah che hanno promesso la ripresa degli attentati in territorio israeliano. Se ci saranno, non mi troveranno d'accordo, ma da parte mia non subiranno condanne. Capirò. Capirò se chi ha visto morire madri, padri, figli, fratelli... deciderà di restituire un pò di terrore.
L'ufficio del primo ministro Ehud Olmert ha detto che lui e il ministro della Difesa Amir Peretz "esprimono rammarico per le morti di persone innocenti ... e offrono aiuti umanitari alle autorità palestinesi e cure mediche per i feriti". I vincitori sanno essere becchini molto generosi, scriveva Gino Strada o chi per lui.
D'Alema ha detto che è il momento giusto per affrontare la situazione palestinese. Ora? Dieci anni fa non lo era? E venti, e trenta, e quaranta??? Intanto l'Italia potrebbe cominciare revocando l'accordo di cooperazione militare con Israele. Tutti noi potremmo cominciare con l'essere in piazza il 18 novembre. Ci saranno due manifestazioni. Una a Roma ed una a Milano. Quest'ultima organizzata da Rifondazione, Arci e giù di lì. Quella di Roma dalla parte più "estremista" del movimento e appoggiata da qualche ala di Rifondazione. Io ho deciso di aderire a quella di Roma e perciò vi rimando a qualche link a fondo post. Oggi vedendo le immagini al telegiornale mi sono reso conto di aver fatto la cosa migliore. Non mi sono ancora abituato a vedere pozze di sangue per la strada. Ogni volta mi si chiude lo stomaco e mi prende una rabbia tremenda. La Palestina è troppo che aspetta che venga riconosciuta la sua dignità. La dignità riconoscita ad Israele 60 anni fa e che ogni giorno che passa perde sempre di più.

www.forumpalestina.org - info e appello | www.radiocittaperta.it - info
Ne abbiamo viste di immagini. In gran parte come spesso succede le avranno dimenticate. Il sovraccarico informazionale non permette di ricordare per troppo a lungo ogni tema. D'altra parte poi sono immagini a cui siamo abiutati. Vedere bambini mutilati, palazzi sventrati, macchine che bruciano, fiumi di sangue tra le strade e cosa di ogni giorno. La routine, l'abitudine hanno di gran lungo superato l'orrore.
Di questa guerra in Libano sapevamo tutto. Innocenti uccisi, migliaia e migliaia di profughi, infrastrutture bombardate con il solo scopo di mettere in ginocchio il Paese dei cedri. Israele non si è risparmiato proprio in nulla. E ancora oggi, ogni tanto, nonostante la missione Unifil2 si fa sentire... Queste benedette bombe bisogna pure smaltirle in qualche modo altrimenti l'economia non gira.
Quello che forse era passato in secondo piano, come sempre accade, erano le devastazioni che ha subito l'ambiente e quindi, indirettamente anche noi. Quando si capirà che proteggere l'ambiente non è una cosa da fricchettoni o da illusi o peggio ancora che ci sono altre priorità. Senza l'ambiente, la natura non c'è vita. Comunque, a questo proposito ci ha pensato Greenpeace che ha prodotto un rapporto sulla marea nera che la notte del 13 luglio, quando il bombardamento israeliano della centrale elettrica di Jieh, alle porte di Beirut, ha provoca lo sversamento in mare di quasi 15 mila tonnellate di petrolio.

Un motivo in più per condannare la guerra, per condannare le guerre imperialiste israelo-americane-europee (in parte). Un motivo in più per condannare qualsiasi guerra.
http://www.greenpeace.org/italy/news/guerra-libano-petrolio

In questi giorni non ho molto tempo di stare dietro al blog. Il lavoro mi occupa gran parte della giornata. In più, nei ritagli di tempo sto preparando due esami che avrò ad inizio novembre. Quindi farò un semplice copia e incolla della dichiarazione di voto sulla missione Unifil2 di Claudio Grassi, senatore di Rifondazione e coordinatore della mia area programmatica all'interno del Partito, l'Ernesto. In passato (qui) mi ero espresso negativamente sulla missione anche sulla scia di un malessere che poi dopo vari ripensamenti ho risolto. Poi, durante la festa nazionale di Liberazione a Roma ho avuto l'occasione di parlare con alcuni parlamentari della mia area tra cui Grassi, e se pur il mio giudizio non sia di molto cambiato, è stato comunque sospeso. Come sospeso è il giudizio di Grassi e della mia area. E' un'opportunità che si vuole dare, poi se sarà stata una buona cosa o una cosa inutile sarà il tempo a giudicare, l'importante sarà prenderne atto evitando false ipocrisie. La dichiarazione.
GRASSI (RC-SE). Signor Presidente, colleghi e colleghe, esprimerò un voto favorevole sulla missione italiana in Libano. Il senatore Divina dice che questo denota la nostra scarsa intelligenza, l'abbiamo sentito poco fa. Non so se sia credibile che la misurazione del nostro tasso di intelligenza arrivi dal rappresentante di un partito che ha fatto della xenofobia il proprio messaggio politico principale.
In ogni caso esprimerò il voto favorevole; lo farò partendo dalla consapevolezza che quello di cui stiamo discutendo è un fatto nuovo, impossibile da confondere con le altre missioni militari, in particolare quelle in Iraq e in Afghanistan, che abbiamo fortemente contrastato nelle piazze, come movimento per la pace e in Parlamento.
Chi, al contrario, mette quegli interventi sullo stesso piano opera una forzatura inaccettabile. Basta dire che la missione in Libano è sostenuta da tutte le parti in causa, Hezbollah compresi, mentre quelle in Iraq ed in Afghanistan sono fortemente contrastate dalle popolazioni locali. Oltre a ciò, non posso ugualmente condividere i toni trionfalistici usati dinanzi alla partenza delle truppe italiane per il Libano.
La realtà è difficile e complessa e sarebbe un grave errore non valutarla come tale. La risoluzione 1701 è certamente un elemento positivo. Essa ha contribuito alla cessione delle ostilità ed ha determinato anche il ritiro delle truppe israeliane dal Sud del Libano senza cedere alla richiesta israeliana del disarmo degli Hezbollah. Ma tale risoluzione è giunta purtroppo in colpevole ritardo quando ormai l'invasione israeliana aveva dispiegato in pieno la propria forza distruttiva provocando terribili danni alle infrastrutture e l'uccisione di centinaia di civili. In questi giorni leggiamo sui giornali la notizia dell'esistenza di migliaia di bombe a grappolo inesplose nel Sud del Libano lasciate dall'esercito israeliano, che continuano a provocare morti e feriti, trai quali molti bambini.
La risoluzione 1701 manca di una netta distinzione tra aggressore ed aggredito. Non contiene cioè una condanna dell'intervento militare d'Israele. Non fa menzione della questione palestinese, vero punto di svolta di ogni politica di pace in Medioriente. Non c'è traccia di una semplice quanto necessaria considerazione: la pace in quella Regione sarà possibile solo quando il popolo palestinese avrà un proprio Stato.
Quindi, ogni enfasi sulla capacità della missione di garantire realmente la pace è fuori luogo. Nessuno oggi è in grado di prevedere cosa accadrà nei prossimi mesi sul campo. A tutti è chiaro che la fine dell'ostilità non equivale necessariamente alla pace. Che nessuna svolta si intravede nella politica di pervicace negazione d'Israele nei confronti dei diritti del popolo palestinese. Che lo scenario politico libanese è molto fluido e complesso. La funzione politica della missione quindi assumerà contorni più definiti nel corso del suo svolgimento. E' un campo aperto ed ha diverse possibilità. Su questo deve incentrarsi il nostro lavoro: far sì che la missione svolga un effettivo compito di interposizione e di mantenimento della pace; che dia un contributo a riaprire la questione della nascita dello Stato palestinese.
Quindi, la vicenda palestinese è il cuore del problema e proprio per la soluzione di questo il nostro impegno deve essere maggiormente incentrato. Ciò a partire dalla richiesta di abbattimento del muro che Israele sta costruendo per dividere i territori occupati dai palestinesi in veri e propri ghetti; dalla disdetta dello scellerato accordo militare siglato dal Governo Berlusconi con Israele che viola la nostra Costituzione, la quale esclude con nettezza accordi di carattere militari con Paesi impegnati in conflitti bellici.
Non dimentichiamo che Israele ha violato ben 72 risoluzioni delle Nazioni unite. Nonostante ciò, ancora si nutre un ingiustificabile timore a schierarsi con nettezza dalla parte della causa palestinese.
Signor Presidente, rappresentante del Governo, colleghi e colleghe, quest'estate molte voci hanno giustamente affermato che il nuovo impegno in Libano delle truppe italiane apre un importante spazio per ridiscutere la presenza in Afghanistan. Il senatore Salvi ha rilevato che la credibilità del nostro Paese in Medio Oriente aumenterebbe considerevolmente dinanzi al ritiro dallo scenario di guerra in Afghanistan. Sono molto d'accordo con queste considerazioni.
Voglio dire, per essere del tutto chiaro, che se vogliamo rafforzare le considerazioni sin qui svolte dobbiamo sempre far valere il nesso tra quanto andiamo a fare in Libano e quanto ancora stiamo facendo, e dobbiamo cessare di fare, in Afghanistan. Dobbiamo far sì che un nuovo segno di pace ispiri la politica estera del nostro Governo nel suo complesso. Dobbiamo far sì che siano incontrovertibili ed evidenti a tutti le finalità radicalmente non offensive delle missioni internazionali cui il Governo Prodi ritiene di aderire e cui la maggioranza di centro-sinistra da il proprio assenso.
In questo quadro l'esigenza del ritiro delle nostre truppe dall'Afghanistan è ancora più urgente di quanto non fosse prima dell'attacco israeliano contro il Libano. Senza considerare che ritirarsi dall'Afghanistan renderebbe ancora più credibile la nostra presenza in Medio Oriente nelle sue finalità di pace e gioverebbe alla sicurezza delle nostre truppe.
Non mi soffermo sulla descrizione della situazione in Afghanistan che è nota a tutti. Purtroppo, anche alcuni nostri militari sono morti e altri sono rimasti feriti. In queste ore il reporter Gabriele Torsello, che speriamo venga immediatamente liberato, è tenuto in ostaggio. La produzione dell'oppio è sempre più la base del potere incontrastato dei signori della guerra. Insomma, è un disastro, al punto che lo stesso ministro D'Alema ha parlato di fallimento della missione ISAF.
Dobbiamo anche riconoscere che le promesse fatte solennemente qui in Parlamento in occasione del voto sul rifinanziamento della missione lo scorso luglio sono rimaste lettera morta. Non vi è, infatti, traccia del comitato di monitoraggio che doveva servire per farci un quadro della situazione sul campo; inoltre, anche la promessa di riduzione delle nostre truppe si è dimostrata non vera.
In conclusione, da questo punto di vista, l'assenso che ritengo giusto dare e che darò alla missione UNIFIL 2 in Libano, affinché sia svolta con credibilità e sia riconosciuta come missione di pace del nostro Governo da parte delle popolazioni del Medio Oriente, deve spingerci per chiudere il capitolo della partecipazione italiana alla guerra in Afghanistan.
Come preannunciato in un recente commento riporto l'articolo di Ennio Remondino, inviato della Rai dal Libano, apparso ieri sull'ultima pagina del manifesto. Lo trovo molto interessante anche se non ne condivido le conclusioni. Proprio per quanto lui scrive penso che al momento il problema vero sia Israele e non certo i popoli che gli sono intorno. E' Israele che va fermato, attraverso azioni politiche e diplomatiche forti che vanno da sanzioni ad embarghi. Mandare lì una forza internazionale che all'Italia, tra l'altro, costerà milioni di euro (da dove verranno presi? Quando si comincerà a parlare di riduzione della spesa militare?), non è la soluzione giusta. Anche Annan in un recente passaggio ha evidenziato come una delle priorità e risolvere il problema dello Stato Palestinese. Ma allora a cosa servono le truppe dell'Onu nel sud del Libano? La soluzione può essere solo politica. Lo si diceva ai tempi della guerra in Afghanistan, della guerra in Iraq, ed oggi, se possibile è ancora più vero. Che pietà vedere la manifestazione di Assisi con in testa un manifesto con scritto Forza ONU. Oggi sembrano tutti credere in un'organizzazione che nella sua storia è servita solo a proteggere gli interessi dei Paesi imperial-colonialisti. Che pena vedere i politici di turno, Castegnetti, la Sereni, ma anche Giordano. Sembrano quasi crederci veramente al fatto che stanno andando in missione di "pace". Intanto ogni giorno in Italia si tradiscono le scelte del popolo. Di un popolo che all'articolo 11 della costituzione rifiuta la guerra. Un popolo che con referendum popolare ha respinto il nucleare in tutti i suoi usi e che invece oggi in Italia è più presente che mai. E' presente nelle basi USA e NATO collocate sul nostro territorio. A questo proposito link sul sito di Greenpeace. Comunque vi lascia all'articolo di Remondino.
Torno da lunghissime settimane trascorse nel sud del Libano, e ho voglia di dire due o tre cose su quella tragedia e su come è stata raccontata. Nessuna voglia di rintuzzare polemiche ferragostane, quanto piuttosto provare a riflettere. Due le questioni che sento di dover premettere, nella forma di «lettera al direttore», di sfogo personale e quindi sottratto a qualsiasi vincolo di scuderia. Autodifesa, diciamo.
1. Non c'è accusa più infamante per chi è figlio di una cultura democratica e antifascista nata dalla Lotta partigiana e dalla Resistenza, di quella di antisemitismo.
2. Non c'è accusa più scontata, se ti capita di elevare in qualche modo critiche all'operato del governo israeliano in carica, di quella diretta o indiretta di antisemitismo.
Vorrei provare a ribellarmi a questa trappola che non aiuta nessuno. Non aiuta me, rotellina occasionale sul campo della notizia, a fare meglio i miei resoconti, non aiuta la responsabilità di chi vuole proporre analisi utili, ad evitare la tentazione della tifoseria.
Tutto quanto accade attorno ad Israele, sembra destinato a suscitare sensibilità e reazioni forti. C'è una frase del grande intellettuale arabo palestinese Edward W. Said, recentemente scomparso, che credo esprima meglio di qualsiasi altro ragionamento lungo e complicato, la tragedia che si sta consumando da sempre in Palestina e in Israele. «La tragedia di essere vittime di un popolo vittima». Due tragedie in una. La tragedia del popolo palestinese senza Stato e spesso senza terra, vittima di uno stato, quello israeliano, e di un popolo, gli ebrei, contro cui il nazismo ha consumato sessant'anni fa il peggiore dei crimini possibili: il tentativo di sterminio.
Essere «vittima» delle «vittime», ti toglie quasi la speranza, ti riduce le solidarietà attorno, trasforma in «antisemitismo» ogni critica legittima allo Stato d'Israele. La trappola del conflitto arabo-israeliano in Palestina, tiene prigioniero il mondo da decenni, e nessuno sembra oggi neppure in grado di immaginare come e quando se ne potrà uscire con una pace che ha come condizione un po' di giustizia assieme al diritto di esistere. Il Libano, la Siria e quant'altro di crisi politiche o guerreggiate ci sia in medio Oriente, persino una parte del terrorismo immondo di Al Qaeda, ruota attorno a questo.
L'informazione giunta in Italia sulla guerra in Libano, mi appare una delle molte marginalità al problema centrale individuato prima. Il problema nella forma di cui dicevo prima: si può discutere sulla politica di Israele, e sulla difesa armata di Israele, e sulla proporzionalità della sua reazione anti Hezbollah in Libano, senza finire sotto schiaffo con accuse sottintese di antisemitismo che feriscono innanzitutto la tua coscienza democratica? Alle critiche in buona fede, credo sia dovuta una risposta sui fatti, e non attraverso anatemi di segno opposto.
Quarta settimana di bombardamenti sul Libano, e la «nuova frontiera di sicurezza» sul fiume Litani promessa dal ministro della difesa israeliano assomiglia sempre di più alle promesse elettorali di Berlusconi. La Cnn e altre televisioni internazionali di prestigio, aprono la riflessione sul rischio di un «Vietnam israeliano in Libano», un pantano politico-militare da cui Gerusalemme dà l'impressione di non sapere bene come uscire. La polemica divampa ovviamente anche al centro del bersaglio, e tu, cronista sul campo, ne dai conto frenando sui facili entusiasmi partigiani che sbandierano vittorie bugiarde dell'una o dell'altra parte.
«La percezione tra la gente del posto che la potenza militare israeliana stia trovando nel sud del Libano il suo Vietnam, non consola chi oggi va a raccogliere i pacchi di emergenza donati (...)». Banale, forse, ma fotografico. Poi il racconto si restringe, in proporzione alla libertà di movimento concessa ai testimoni giornalistici. «Dal fiume Litani a sud, dalla sfida degli ultimi soccorsi arrivati ieri, all'impossibile di oggi: ogni movimento di veicoli è interdetto», è la cronaca. «Preavviso a firma dello Stato di Israele, con volantini lanciati dagli aerei in cui si avverte la popolazione e noi giornalisti in particolare. Nessuna protezione sperata dalla scritta TV sul tetto delle auto, visto che, affermano a Gerusalemme, vetture simili sarebbero utilizzate dagli Hezbollah per trasportare i loro razzi».
Chiosa conclusiva del cronista: «Testimoni assediati e ora appiedati, insomma, con l'intento forse di trasformarci nelle famose tre scimmiette, che non sentono, non vedono, non parlano e soprattutto non fanno vedere». Fazioso? Tutto può essere, ma a me appare soltanto efficace, soprattutto avendo ascoltato gli altri resoconti telegiornalistici che in mille lingue viaggiano da Tiro verso il mondo. Perché tutto questo accade solo in Italia e non altrove? è la domanda.
La questione dell'equilibrio dell'informazione italiana su quella tragedia forse riguarda altro. Che sia un problema di nuovo equilibrio imposto dai fatti della guerra, rispetto ad un «disequilibrio» diffuso e generalizzato che s'era imposto per schieramento nelle settimane precedenti? Forse anche per le guerre si vorrebbe far valere una sorta di «Par condicio» fra le parti in conflitto. E' accaduto. Un pezzo da Gerusalemme, uno da Beirut. Uno pari, palla al centro. Il sud del Libano che il suo centro l'ha avuto soltanto nella collimazione delle coordinate di puntamento di bombe e missili? Quello non conta.
C'è un sito internet israeliano che con involontario umorismo si chiama "Informazione corretta". Ci lavora tra gli altri una simpatica signora nata in Italia, Deborah Fait, con cui ho avuto modo, anni addietro, di intrecciare molte schermaglie e rari consensi. Per un anno, nel 2000, memoria lontana anche per me, ho diretto anche la sede di corrispondenza Rai di Gerusalemme, riuscendo infine, felicemente, a fuggirne. Ora la mia amica Deborah (o chi con lei), critica «l'esibizione di spuntoni di proiettile, venduti come presunte bombe Cluster, vietate dalle convenzioni internazionali».
Caspita, cara Deborah. Io su quelle bombe ho rischiato di saltarci in aria. Non soltanto le ho viste ed evitate, ma le ho anche filmate e mostrate nel dettaglio. Pensa, cara Deborah, che Amnesty International e ora l'Onu ci dice oggi di 288 contenitori di Cluster bomb (per migliaia di bombe-mina) lanciati sul sud del Libano, e già di 12 morti civili nella contabilità dell'altro ieri. Pensa che quei faziosi organizzati di giornalisti americani e della Bbc ci hanno recentemente raccontato di Abbas Youssef Abbas, 5 anni, in fin di vita per quella vecchia forniture americana di 20 anni fa ad Israele. Cara "Informazione corretta", che dovevo fare quel giorno a Bent Jbail, o fra le piantagioni di tabacco di Aita ech Chaab, cittadina che ora non esiste più, in mezzo alle Cluster inesplose? Di nuovo le tre scimmiette che non vedono, non sentono e non dicono?
La questione vera, ancora una volta, mi appare quella del dito che oscura la vista della luna. O ci ostiniamo alla propaganda dove ognuno rivendica il suo diritto alla faziosità, o ci sforziamo tutti quanti di capire. Non soltanto il sacrosanto diritto alla critica, ma anche quello necessario della buona fede. Contemporaneamente, confrontiamoci innanzitutto sui fatti. I fatti della guerra per come è stata realmente condotta, i fatti della informazione su questa guerra per come è stata e non per come uno l'ha digerita, e soprattutto i risultati che la guerra ha ottenuto e quelli che ci ha lasciato in eredità.
La malafede non era mia dal sud del Libano, e non era certamente di chi ha voluto apertamente criticarmi. Pace fatta, da parte mia. Sulla questione del ruolo svolto dall'informazione Rai, ad altri competenza e responsabilità di risposta, magari con un po' di spina dorsale. Da parte mia soltanto un sospetto. L'impressione del solito poligono di tiro in cui la sagome di cartone cambiano figura e nome, vuoi Israele o vuoi Libano, ma dove il bersaglio immaginato da qualche puntatore era un altro. Nella confusione di una guerra vera, capita che qualche colpo apparentemente fuori rotta, si scelga un bersaglio comunque utile. Più o meno come i due missili Usa che nel nugolo di bombe su Belgrado si infilano sul tetto dell'ambasciata cinese.
La malafede e l'equivoco su cosa possa e debba essere l'informazione in frangenti tanto drammatici, li ho visti altrove. Sui manifesti che mi hanno accolto a Roma col Paolini-Hezbollah di Beirut che si è esibito accanto al ministro D'Alema e che è diventato occasione di cronache col vuoto a perdere. Li vedo, in alcune cronache della manifestazione di Assisi, impegnate a privilegiare le inevitabili presenze dissonanti rispetto al coro inequivoco che ne è venuto fuori.
Sempre a proposito di Assisi. Nel giornalismo strangolato a titoli, pare vada di moda discutere la quantità di «Se» e di «Ma» che accompagnano o meno la parola Pace e adesso, lo schieramento di truppe Onu in Libano. «Se» e «Ma» ancora una volta ideologici, mi sembra, là dove la virtù del dubbio dovrebbe vincolare ognuno di noi. Da "reduce" consentitemi, per finire, di non considerare una novità di poco conto il primo "arbitrato internazionale" che s'è imposto, dopo decenni, sulla logica dell'esercizio della forza unilaterale Israelo-Statunitense in Medio oriente. Dopo Srebrenica, ricordava Adriano Sofri qualche giorno fa, rivedere la bandiera blu dell'Onu vestire le divise militari con un progetto politico, merita un credito di speranza.
Qualche giorno fa l'U.C.O.I.I, l'Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia ha pubblicato, a pagamento, su alcuni quotidiani italiani una pagina intitolata "Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane". Subito la cosa ha scatenato un putiferio. Com'è concepibile dare del nazista ad israele. Eppure basterebbe ragionarci su un momento per capire come questo paragone non sia sbagliato. I nazisti rinchiudevano gli ebrei e non solo nei campi di concentramento, privandoli della libertà, della dignità e provocandone la morte. Oggi Israele rinchiude i Palestinesi in un lembo di terra dal quale non possono uscire se non con il permesso israeliano. All'interno di questa terra sono di fatto privati della libertà, costretti a continui coprifuoco, portati alla fame visto che la disoccupazione raggiunge l'80% e gran parte delle colture di olivi è stata distrutta o annessa allo stato di Israele. Vengono privati della loro dignità e uccisi. La similitudine è impressionante. Ieri come allora la comunità internazionale è rimasta in silenzio. Come il mondo fece d'inanzi al nazismo, ovvero nulla, fino a quando esso non cominciò, attraverso guerre di espansione, a minacciare gli interessi di altri paesi, oggi accade con Israele. Così, L'U.C.O.I.I. si è solo permessa di ricordare ai più disattenti quale sono le colpe di Israele dalla sua nascita ad oggi. E' nessuno si permetta di dire che la barbarie è equamente distribuita con gli altri Paesi che lo circondano. L'ultima guerra col Libano ha dimostrato la sproporzione delle forze in campo. Da una parte Israele con le sue armi di ultima generazione che fa migliaia di vittime in poco più di un mese, dall'altra gli Hezbollah che uccidono poche decine di persone, tutti militari.
Come dicevo la cosa ha scatenato un putiferio in tutti e due gli schieramenti. Subito pronto l'intervento di Mastella che ha condannato il fatto. Ciò significa che era giusto. Di seguito riporto l'inserzione.
Nel nome di Dio il Misericordioso, la Pace
Cari italiani e care italiane,
IERI STRAGI NAZISTE, OGGI STRAGI ISRAELIANE
Dedicate 5 minuti a questa lettura, e pensate che, mentre state leggendo, ci sono innocenti che muoiono.
L’estate del 2006 potrebbe essere ricordata tra le pagine di cronaca nera dell’umanità. Il condizionale è d’obbligo perché persiste una vergognosa e sistematica censura che stravolge le verità storiche e filtra la diffusione delle informazioni.
Ecco perché, noi dell’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (U.C.O.I.I. – Onlus), abbiamo deciso di comprare questa pagina: adempiamo al dovere di informare e testimoniare.
La sesta guerra sferrata da Israele contro il Libano si sta consumando ormai da un mese, con un bilancio agghiacciante di morti, feriti e sfollati. Oltre 1000 persone hanno trovato la morte in sole 4 settimane: più un quinto della popolazione si trova senza un tetto; decine di migliaia sono i feriti.
Fonti ospedaliere, confermate anche dalla Croce Rossa Libanese hanno parlato dei “feriti mai visti prima”, denunciando l’uso, da parte dell’esercito israeliano, anche di armi al fosforo proibite. Ormai si è perso il conto delle bombe che caccia di Tel Aviv hanno sganciato sul Libano.
A questa pioggia di morte ha fatto eco ogni giorno la cronaca che giunge dalla Palestina. Il dramma di intere popolazioni vittime della barbaria espansionista, unisce nella sua tragicità, Libano e Palestina. La spiaggia di Jabalya come il massacro di Qana: la cronaca delle violenze israeliane contro i civili inermi, si sta consumando sotto lo sguardo indifferente dell’umanità.
La morte dei bambini, donne e innocenti, sembra essere diventata un fatto ordinario, scontato, che non merita di essere citato, commentato, né tanto meno condannato dai media e dalle sedi della politica internazionale: là dove quest’ultima ha tentato di muoversi è arrivata implacabile la condanna del veto. I morti sono così diventati un effetto prevedibile e non collaterale di quello che si è dimostrato un progetto politico consolidato. Nel triste elenco delle vittime della violenza omicida dell’esercito israeliano ci sono anche giornalisti, caschi blu dell’ONU, pacifisti di ogni zona del mondo, anche americani.
Abbiamo sentito parlare di nuovo Medio Oriente, un’espressione che cela quella più antica del “Grande Israele”.
Gli scopi del nuovo attacco contro il Libano sono sembrati chiari fin dai primi giorni del conflitto: Tel Aviv ha subito chiarito le sue intenzioni di espandersi nel territorio libanese su un’area di oltre 30 chilometri. Questo nuovo territorio andrebbe ad annettersi a quelli precedentemente occupati, come accadde per le alture del Golan siriano e i territorio della Cisgiordania palestinesi.
Ricordiamo alcuni fatti storici della guerra israeliana contro il Libano e la Palestina.
Eccomi dopo un pò di silenzio. Il motivo è che sto attraversando nuovamente un periodo burrascoso nel mio personale processo politico. La causa è la missione Onu in Libano, che tra l'altro l'Italia dovrebbe comandare. Che l'approvino i DS o la Margherita non è un problema, sono ormai anni che non vedo le differenze con Forza Italia o UDC. Ma sentire Giovanni Russo Spena capogruppo al Senato di Rifondazione dire che il dovere dei pacifisti e votare si a questa missione mi fa cadere le braccia. Perciò, ho scritto un'altra lettera che vorrei consegnare di persona a qualche deputato di Rifondazione, naturalmente della mia area programmatica dell'Ernesto e che vorrei andare a leggere al prossimo Comitato Politico Nazionale. Per me Rifondazione Comunista ha sempre rappresentato un mezzo per arrivare ad un fine, il Comunismo, ora questo mezzo sembra essersi rotto quindi forse è il caso di cambiarlo. Quindi farò questa battaglia, poi in caso di voto contrario vedrò. Ancora non so se riconsegnerò la tessera immdiatamente o aspetterò un pò. Non so se aderirò al Partito Comunista dei Lavoratori di Ferrando. L'unica cosa sicura è che il centro-sinistra ha ufficialmente perso un voto. Non sono mai stato e non sarò mai un astensionista, ma da oggi in poi penso proprio che quanto meno il mio voto andrà a Ferrando.
Nell'ultimo post ho parlato del Congo e di quanto successo negli anni '60 in quel Paese. Anche lì, dopo che l'esercito belga era intervenuto per reprimere il movimento indipendentista di Lumumba, furono sostituite le truppe belghe con quelle dell'Onu che continuarono il "lavoro" iniziato dai belgi. La storia insegna sempre. Il problema è ricordarla.
Di seguito riporto la mia lettera/documento che in minima parte potrebbe essere modificata.
LETTERA/DOCUMENTO