Qualche giorno fa l'U.C.O.I.I, l'Unione delle Comunità e delle Organizzazioni Islamiche in Italia ha pubblicato, a pagamento, su alcuni quotidiani italiani una pagina intitolata "Ieri stragi naziste, oggi stragi israeliane". Subito la cosa ha scatenato un putiferio. Com'è concepibile dare del nazista ad israele. Eppure basterebbe ragionarci su un momento per capire come questo paragone non sia sbagliato. I nazisti rinchiudevano gli ebrei e non solo nei campi di concentramento, privandoli della libertà, della dignità e provocandone la morte. Oggi Israele rinchiude i Palestinesi in un lembo di terra dal quale non possono uscire se non con il permesso israeliano. All'interno di questa terra sono di fatto privati della libertà, costretti a continui coprifuoco, portati alla fame visto che la disoccupazione raggiunge l'80% e gran parte delle colture di olivi è stata distrutta o annessa allo stato di Israele. Vengono privati della loro dignità e uccisi. La similitudine è impressionante. Ieri come allora la comunità internazionale è rimasta in silenzio. Come il mondo fece d'inanzi al nazismo, ovvero nulla, fino a quando esso non cominciò, attraverso guerre di espansione, a minacciare gli interessi di altri paesi, oggi accade con Israele. Così, L'U.C.O.I.I. si è solo permessa di ricordare ai più disattenti quale sono le colpe di Israele dalla sua nascita ad oggi. E' nessuno si permetta di dire che la barbarie è equamente distribuita con gli altri Paesi che lo circondano. L'ultima guerra col Libano ha dimostrato la sproporzione delle forze in campo. Da una parte Israele con le sue armi di ultima generazione che fa migliaia di vittime in poco più di un mese, dall'altra gli Hezbollah che uccidono poche decine di persone, tutti militari.
Come dicevo la cosa ha scatenato un putiferio in tutti e due gli schieramenti. Subito pronto l'intervento di Mastella che ha condannato il fatto. Ciò significa che era giusto. Di seguito riporto l'inserzione.
Nel nome di Dio il Misericordioso, la Pace
Cari italiani e care italiane,
IERI STRAGI NAZISTE, OGGI STRAGI ISRAELIANE
Dedicate 5 minuti a questa lettura, e pensate che, mentre state leggendo, ci sono innocenti che muoiono.
L’estate del 2006 potrebbe essere ricordata tra le pagine di cronaca nera dell’umanità. Il condizionale è d’obbligo perché persiste una vergognosa e sistematica censura che stravolge le verità storiche e filtra la diffusione delle informazioni.
Ecco perché, noi dell’Unione delle Comunità ed Organizzazioni Islamiche in Italia (U.C.O.I.I. – Onlus), abbiamo deciso di comprare questa pagina: adempiamo al dovere di informare e testimoniare.
La sesta guerra sferrata da Israele contro il Libano si sta consumando ormai da un mese, con un bilancio agghiacciante di morti, feriti e sfollati. Oltre 1000 persone hanno trovato la morte in sole 4 settimane: più un quinto della popolazione si trova senza un tetto; decine di migliaia sono i feriti.
Fonti ospedaliere, confermate anche dalla Croce Rossa Libanese hanno parlato dei “feriti mai visti prima”, denunciando l’uso, da parte dell’esercito israeliano, anche di armi al fosforo proibite. Ormai si è perso il conto delle bombe che caccia di Tel Aviv hanno sganciato sul Libano.
A questa pioggia di morte ha fatto eco ogni giorno la cronaca che giunge dalla Palestina. Il dramma di intere popolazioni vittime della barbaria espansionista, unisce nella sua tragicità, Libano e Palestina. La spiaggia di Jabalya come il massacro di Qana: la cronaca delle violenze israeliane contro i civili inermi, si sta consumando sotto lo sguardo indifferente dell’umanità.
La morte dei bambini, donne e innocenti, sembra essere diventata un fatto ordinario, scontato, che non merita di essere citato, commentato, né tanto meno condannato dai media e dalle sedi della politica internazionale: là dove quest’ultima ha tentato di muoversi è arrivata implacabile la condanna del veto. I morti sono così diventati un effetto prevedibile e non collaterale di quello che si è dimostrato un progetto politico consolidato. Nel triste elenco delle vittime della violenza omicida dell’esercito israeliano ci sono anche giornalisti, caschi blu dell’ONU, pacifisti di ogni zona del mondo, anche americani.
Abbiamo sentito parlare di nuovo Medio Oriente, un’espressione che cela quella più antica del “Grande Israele”.
Gli scopi del nuovo attacco contro il Libano sono sembrati chiari fin dai primi giorni del conflitto: Tel Aviv ha subito chiarito le sue intenzioni di espandersi nel territorio libanese su un’area di oltre 30 chilometri. Questo nuovo territorio andrebbe ad annettersi a quelli precedentemente occupati, come accadde per le alture del Golan siriano e i territorio della Cisgiordania palestinesi.
Ricordiamo alcuni fatti storici della guerra israeliana contro il Libano e la Palestina.
Da giorni ormai è in atto una potente offensiva israeliana contro il Libano. La sproporzione delle forze in campo è palpabile, come la differenza tra i civili morti da una parte e dall'altra. Ieri leggevo un'intervista ad un Refuskin (un disertore) dell'esercito israeliano il quale affermava che la sproporzione della forza è di 10 a 1, che per ogni missile che gli Hezbollah lanciano su Israele, lsraele uccide tre civili Libanesi. Questa era la ragione della sua diserzione che gli costerà un bel periodo di carcere.
Ogni volta che si scrive qualcosa contro il governo israeliano si rischia sempre di essere definiti anti-semiti, ma è un rischio che ormai accetto, specie perchè chi ci definisce anti-semiti sono gli stessi che poi uccidono donne e bambini in Palestina (e non solo, Chabra e Chatila solo per dirne una) da 60 anni a questa parte. E lo fa con il beneplacido dell'Onu e della comunità internazionale in generale. E allora bisognerebbe prendere in mano la situazione e costringere Israele a rispettare le centinaia di risoluzioni Onu approvate contro di esso. Si deve tornare ad usare le parole adottandone il loro giusto significato. E allora, per autodifesa posso accettare forse che si bombardi il confine dove dovrebbero essere gli Hezbollah, ma non che si bombardi Beirut e le sue infrastrutture (aerei, ponti, strade...) costringendo milioni di innocenti a delle assurde privazioni. Dare libertà al popolo Palestinese, non significa assediarlo dentro i ghetti creati da Israele, nè fare periodici rastrellamenti dove viene arrestato chiunque in attesa di capire se sia o no un terrorista. L'ultimo ricordo di rastrellamenti mi viene da Hitler e da Mussolini. E non è antisemitismo, è memoria storica. Liberare gli ostaggi, non deve valere solo per il soldato israeliano rapito, ma deve valere anche per gli oltre 10.000 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane, Marwan Barghouti in testa.
Però, purtroppo mi rendo conto che finchè al fianco di Israele ci sarà l'imperialismo di questi Stati Uniti sarà impossibile arrivare ad una soluzione pacifica. Finchè il governo italiano stipulerà accordi con Israele per vendergli armi sarà impossibile arrivare ad una soluzione pacifica. Enzo Jannacci, racconta Paolo Rossi, diceva sempre: "se uno ha una pistola, prima poi, o spara, o si da un colpo". Lo stesso vale per chi ha bombe e missili. L'economia dopotutto gira con noi. E allora forse, anche per questo, sarebbe più giusto mettere fine all'esperienza italiana in Afghanistan, per indebolire ll sogno imperialista americano e avere un'inversione di tendenza verso la logica bipolare, oriente-occidente, noi-loro, che di sicuro non gioverà all'umanità tutta.
Per la stupenda vignetta che riporto qui sotto, non posso che ringraziare Mauro Biani che mi ha gentilmente concesso di farne uso. Per altre meraviglie: http://maurobiani.splinder.com

Le vere vittime sono i palestinesi
L'ultimo capitolo del conflitto fra Israele e Palestina è iniziato quando le forze Israeliane hanno rapito due civili, un dottore e suo fratello, a Gaza. Un incidente per lo più ignorato dai media, ad eccezione della stampa turca.
Il giorno seguente, i palestinesi hanno fatto prigioniero un soldato israeliano e proposto un negoziato per scambiare i prigionieri - ci sono circa 10.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Che questo «rapimento» sia stato considerato oltraggioso, mentre l'occupazione militare illegale della Cisgiordiana da parte di Israele e l'esproprio sistematico di tutte le sue risorse - in particolare l' acqua - venga considerato spiacevole ma inevitabile è un tipico esempio del doppio standard continuamente impiegato dall'Occidente rispetto a ciò che viene fatto contro ai palestinesi, sulla terra promessa loro dai vari accordi internazionale da settant'anni a questa parte.
Oggi ad oltraggio segue oltraggio: missili artiginali incrociano missili più sofisticati. Questi ultimi in genere cercano il loro obiettivo proprio dove di ammassa la gente più diseredata , ancora in attesa di ciò che un tempo veniva definita giustizia. Entrambe le categorie di missili fanno a pezzi i corpi in maniera orribile. E chi, tranne i comandanti sul campo, può scordarsene anche solo un momento?
Le provocazioni e le controprovocazioni vengono ogni volta contestate o acclamate. Ma tutti gli argomenti a posteriori, accuse e promesse, finiscono col fungere da diversivo per allontanare l'attenzione del mondo da una lunga pratica militare, economica e politica il cui fine non è nient'altro che la liquidazione della nazione palestinese.
Tutto ciò deve essere ribadito chiaramente perché questa pratica, benché spesso dissimulata o nascosta, ultimamente sta andando avanti sempre più rapida. E, secondo noi, va incessantemente ed eternamente riconosciuta e contrastata per quello che è.
John Berger, Noam Chomsky, Harold Pinter,José Saramago

Anche in questo caso, nonostante la tentazione sia stata forte ho preferito non riportare immagini di bambini mutilati, di civili fatti a brandelli dalle bombe degli F-16 israeliani. Non mi piace questa specie di sadismo (comunque per chi ne avesse il coraggio, potete contattarmi in privato e vi darò il link di un sito). Anche perchè una persona che si possa definire tale dovrebbe capire che la guerra non comporta altro che morte e distruzione. Ho preferito mettere l'immagine di un bambino, sperando che prima o poi qualcuno di loro possa avere un'infanzia libera, felice, come dovrebbe essere per tutti i bambini del mondo.
Ecco la vignetta apparsa su Liberazione, giornale di Rifondazione Comunista, lo scorso venerdì e che ha fatto parlare di antisemitismo l'ambasciatore israeliano in Italia. Dov'è il problema? Che Apicella (il vignettista) ha disegnato l'illegale muro che Israele sta costruendo al confine e dentro il confine Palestinese mettendo un cancello uguale a quello che c'era ad Auschwitz, cambiando la scritta, invece del "lavoro rende liberi", "la fame rende liberi". Mi chiedo fino a quando gli israeliani si trincereranno dietro la grande tragedia dell'olocausto per coprire le loro malefatte. Auschwitz non era solo il luogo dove sono morti milioni di ebrei, e non solo, ma era in primis un luogo di oppressione. Un luogo dove un popolo aveva confinato un altro adducendo qualche diritto frutto solo della pazzia e di qualche distorta interpretazione di alcuni testi e autori. In questo il vignettista di Liberazione ha voluto usare questa immagine forte. Per criticare il governo israeliano - attenzione, non gli ebrei - che con la costruzione del muro prima, e ora con il blocco delle merci che dovrebbero arrivare alla Palestina sta opprimendo un intero popolo portandolo alla fame. La stessa cosa che fecero i nazisti 60 anni fa con gli ebrei. Essere comunisti oggi vuole dire in primo essere contro ogni oppressione, pretendere che ogni popolo sia libero e possa autodeterminarsi. In questo senso si critica la politica del governo israeliano che crede di poter decidere della sorte di un popolo, quello Palestinese, rivendicando le terre che sulla Bibbia c'è scritto essere state loro oltre 2000 anni fa. E allora, l'ambasciatore israeliano o chi per lui potrà continuare a chiamarci antisemiti, noi continueremo lo stesso a chiedere che Israele smetta la sua opera di oppressione nei confronti dei Palestinesi e che i due Popoli due Stati che si chiedono diventino finalmente realtà. Per il diritto dei Palestinesi alla libertà e all'autodeterminazione.
Piccola postilla. Io in questi anni ho criticato a fondo la politica italiana sia durante il periodo di Berlusconi che prima. Questo non significa che io sia anti-italiano o anti-cattolico. Sono solo contro il governo e la sua politica, cosa ben diversa, certamente per chi vuole capire e non ha nulla di cui vergognarsi.
Altra cosa, Israele è lo Stato che ha avuto più risoluzioni dell'Onu contro (più della Comunista Cuba!!!), sta portando avanti la costruzione di un muro che il tribunale internazionale dell'Aja ha condannato e di cui è stata chiesta la demolizione. Ma allora perchè gli Stati Uniti continuano più o meno tacitamente ad approvare e il resto del mondo continua ad inarcare le sopracciglia senza muovere un dito. Forse sarebbe il caso di mandare una forta multinazionale di pace in territorio israeliano, buttare giù il muro e portare a compimento la nascita di uno Stato Palestinese che tanta avversità tra "occidente cattolico" e "mondo mussulmano" potrebbe calmare. Sogno?
In soli diciannove giorni di dicembre, diciassette palestinesi sono stati uccisi dalle forze armate israeliane. Negli ultimi mesi del 2005 il governo israeliano - lo stesso che ha deciso il “ritiro” da Gaza - ha autorizzato la costruzione di 1100 appartamenti negli insediamenti coloniali israeliani in Cisgiordania: a Maale Adumim, a Beitar Illit, a Efrat, a Noqdim, ad Ariel.
Il Rapporto “insabbiato” dei diplomatici europei su Gerusalemme, afferma testualmente che “le politiche israeliane “dimostrano chiaramente l’intenzione di Israele di trasformare l’annessione di Gerusalemme in un fatto concreto”. Sempre secondo il Rapporto dell’Unione Europea, l’espansione dell’insediamento coloniale di Maale Adumim nella cosiddetta area “E1” a est di Gerusalemme “minaccia di completare l’accerchiamento della città con insediamenti israeliani dividendo la Cisgiordania in due aree geografiche separate”. Il Muro dell’apartheid continua ad essere costruito all’interno dei territori palestinesi occupati nonostante le proteste dei palestinesi e degli attivisti antiapartheid israeliani, le condanne della Corte Internazionale dell’Aja e delle Nazioni Unite.
Gli ipocriti e i guerrafondai continuano a definire tutto questo “uno spiraglio nei negoziati” e ad esaltare l’ex premier israeliano Sharon come “uomo di pace”. I fatti ci dicono esattamente il contrario.
I fatti ci dicono che Israele sta procedendo all’annessione di Gerusalemme e di parte della Cisgiordania palestinese. Sempre i fatti ci dicono che la striscia di Gaza è ancora occupata e blindata in tutti i suoi confini (inclusi quelli con l’Egitto, controllati dalla gendarmeria internazionale), che il suo mare è impraticabile per i pescatori palestinesi (solo a dicembre ne sono stati uccisi tre), che Gaza è bombardata quotidianamente dall’aviazione e dall’artiglieria israeliane.
La realtà della Palestina nel suo complesso ci dice che il progetto di Sharon e delle autorità israeliane è quello di dividere e rinchiudere i palestinesi in ghetti-bantustan separati tra loro e liquidare così definitivamente ogni ipotesi di uno Stato Palestinese La realtà della Palestina nel suo complesso ci dice che il progetto di Sharon e delle autorità israeliane è quello di dividere e rinchiudere i palestinesi in ghetti-bantustan separati tra loro e liquidare così definitivamente ogni ipotesi di uno Stato Palestinese indipendente, sovrano e sicuro nei territori occupati del 1967 e con Gerusalemme Est come capitale.
Al contrario, occorre sostenere con forza che lo Stato palestinese indipendente deve nascere adesso, su confini certi, riconosciuti e rispettati sia da Israele che a livello internazionale. Uno Stato Palestinese adesso creerebbe le condizioni minime per poter affrontare i problemi irrisolti che ostacolano una pace fondata sulla giustizia in Medio Oriente. Questi problemi sono noti all’agenda politica internazionale da decenni e contenuti nelle risoluzioni dell’ONU sulla Palestina: il ritiro degli insediamenti coloniali israeliani dai territori palestinesi occupati nel 1967, lo status internazionale di Gerusalemme, il riconoscimento del diritto al ritorno per i profughi palestinesi, la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, la sicurezza reciproca tra palestinesi e israeliani.
Infine, ma non per importanza, occorre riaffermare con forza che il posto della sinistra italiana è apertamente al fianco dei palestinesi e a sostegno delle forze antifasciste e antimilitariste israeliane. La sinistra italiana non può schierarsi con Sharon e il suo progetto colonialista di annessione e disgregazione della Palestina. Solo una concezione colonialista della democrazia può abdicare al fatto che Israele è a tutt’oggi uno Stato “democratico” solo verso una parte dei propri cittadini, ma ha un rapporto di esclusione, discriminazione, repressione sociale e razziale nei confronti di tutti gli altri, inclusi gli arabi con cittadinanza israeliana.
Le chiavi di una pace giusta in Medio Oriente sono ancora una volta in Palestina. Il tentativo statunitense ed israeliano di trasformare il Medio Oriente (dalla Palestina all’Iraq, dal Libano alla Siria) in un immenso “territorio occupato” dalle vecchie e nuove potenze coloniali, deve e può essere fermato.
La resistenza palestinese, irachena, libanese lo stanno già facendo. Cosa intendono fare concretamente la sinistra italiana, le forze democratiche e progressiste europee? Riteniamo che le prime cose da fare siano la revoca dell’accordo di cooperazione militare tra Italia e Israele e il ritiro immediato del contingente italiano dall’Iraq.
Per questo è tempo di scendere nuovamente in piazza al fianco del popolo palestinese, per una pace in Medio Oriente fondata sulla giustizia e per ricollocare la sinistra italiana al posto giusto nello schieramento internazionale.
Per questo è giusto essere al fianco degli studenti e degli attivisti di Torino, Firenze e Pisa criminalizzati per aver contestato legittimamente e pacificamente rappresentanti dello Stato di Israele, così come è giusto opporsi alla pratica delle “liste nere” dell’Unione Europea, che considerano “terroriste” le organizzazioni della resistenza palestinese.
Per questo è stata convocata una manifestazione nazionale
per la Palestina sabato 18 febbraio a Roma
Per adesioni: palestina18febbraio@libero.it
Un articolo della Morgantini che va oltre ogni discorso politico sull'occupazione israeliana in Palestina concentrandosi su quelli che ogni giorno sono le umiliazioni, le privazione e le negazioni che i Palestinesi sono costretti a subire per mano degli occupanti. Mentre si fa un gran parlare di Sharon, dell'unico pacificatore, l'europarlamentare di Rifondazione ci riporta alla cruda realtà. Quella che anche e, negli ultimi anni, soprattutto Sharon ha contribuito a creare. Una storia di umanità negata, che forse, è la più grande privazione che si sia perpetrata nei confronti dei Palestinesi.
di Luisa Morgantini (Parlamentare Europea indipendente del PRC) su il manifesto del 10/01/2005
Fatma Barghouth è morta il 24 dicembre a 29 anni, divorata da un cancro che dal seno si è esteso alla colonna vertebrale. E' stata sepolta nel cimitero di Gaza città. Nella tomba non è sola, i corpi di altre due donne sono seppelliti con lei. Troppa gente muore a Gaza e non ci sono più spazi. La famiglia avrebbe voluto darle sepoltura nel cimitero nei pressi del campo profughi di Jabalia dove, per i morti, vi è ancora un po' di terra disponibile. Non è stato possibile: in quel mattino c'era scambio di fuoco tra l'esercito israeliano e un gruppo armato palestinese. L'esercito tirava con l'artiglieria e bombardava l'area, una bomba aveva distrutto la strada che da Jabalia porta al cimitero. Non sono state semplici l'agonia e la morte di Fatma - come la sua vita, del resto. Nell'aprile 2003 Fatma aveva sentito un nodulo al seno. Aveva 26 anni, era bella, vestiva nel modo tradizionale palestinese, non il velo dell'islam, ma il fazzoletto delle contadine, un grande sorriso e grandi occhi neri, una voglia di vivere e di resistere che le ha dato la forza di combattere contro il suo male e contro ogni burocrazia e sopraffazione.
Vi dirò delle sue vicissitudini per raggiungere l'ospedale israeliano dove l'attendevano per essere curata , vi dirò della dedizione dei Medici per i Diritti Umani (Physicians for Human Rights, Phr, www.phr.org.il), associazione israeliana che si batte contro le persecuzioni e le discriminazioni quotidiane nel campo della salute che i palestinesi subiscono da parte delle autorità israeliane. I Phr si prendono cura dei malati palestinesi, che senza il loro aiuto morirebbero o non potrebbero mai raggiungere un ospedale specializzato israeliano. Con Fatma, malgrado tutti i loro sforzi, non ce l'hanno fatta.
Troppe volte, quando doveva recarsi a fare la chemioterapia, il check point di Erez, al confine fra Gaza Nord e Israele, era chiuso. Fatma, mentre il dolore la divorava, passava ore da sola, in attesa di vedere il cancello di ferro aprirsi. Aveva tutti i permessi, ottenuti anche con sentenze del tribunale israeliano; anche i medici dell'ospedale Tel Hashomer telefonavano al coordinamento israeliano di Erez, per chiedere di lasciarla passare e per confermare che doveva sottoporsi a chemioterapia, ma ufficiali e soldati ai check point il più delle volte non intendevano ragioni. Fatma non poteva nemmeno vederli: sentiva solo gli ordini, dati in ebraico dalla voce gracchiante degli altoparlanti - ordini, di cui poteva capire solo il sì e il no. Questioni di sicurezza, diceva il soldato al checkpoint. E intanto il male si diffondeva nel corpo di Fatma.
Il suo calvario non è dipeso però solo dal muro brutale dell'occupazione, dalla mancanza di umanità e compassione dei militari israeliani: anche la rassegnazione e la mancanza di specializzazione delle strutture ospedaliere palestinesi hanno fatto la loro parte.
Un nodulo al seno
Quando per la prima volta , il 15 aprile 2003, si reca all'ospedale di Gaza, il Shifa Hospital, per verificare il nodulo che ha scoperto al seno, il medico sottopone Fatma a una radioscopia e a una biopsia. Il primo esame, dopo dieci giorni di attesa, risulta insoddisfacente. Altra biopsia e dopo due settimane di attesa il medico le dice di non preoccuparsi, il nodulo è benigno. Si tratta, dice, di un fibroadenoma. A giugno il tumore si è ingrossato e Fatma sente di avere altri due piccoli grumi. Dopo varie insistenze, il medico accetta di asportarle il nodulo; due settimane dopo il reparto di oncologia conferma che il tumore asportato è benigno. Ma il corpo di Fatma comincia ad essere invaso. Dopo l'operazione appaiono nuovi grumi. In agosto si reca nella clinica privata (tutto il mondo è paese) del medico del Shifa Hospital. Nessun problema, le dice il medico, «devi aver stretto troppo il tuo reggiseno». Fatma, testarda, chiede una nuova biopsia al chirurgo che l'ha operata, e questa volta i risultati sono chiari: Fatma ha un carcinoma maligno che si sta estendendo. Dopo nove cicli di chemioterapia all'ospedale di Gaza, Fatma decide di rivolgersi all'ospedale israeliano Tel Hashomer: invia il risultato della biopsia, lo staff dell'ospedale risponde subito chiedendole di presentarsi prima possibile.
Un permesso per la vita, ad arbitrio
Qui comincia la tragica trafila dei permessi e del checkpoint.Per tre volte Fatma presenta la richiesta di visto all'Ufficio di coordinamento. Nessuna risposta. Il 13 novembre, Fatma chiede l'intervento dei Phr. Il professor Rafi Waldan riesce a darle un appuntamento urgente per il 25 novembre. Nuova richiesta di visto: il giorno dell'appuntamento arriva, ma nessuna risposta per il permesso. I Phr decidono di appellarsi in tribunale con procedura urgente. L'avvocato di Fatma è Yossi Tzur dello studio legale Carmeli-Arnon. La risposta del tribunale arriva il 12 dicembre: permesso accordato per sottoporsi al trattamento a Tel Hashomer Hospital.
Almeno un primo ostacolo è rimosso. Ma l'odissea è appena iniziata. Ogni volta che deve recarsi all'ospedale devono intervenire i medici israeliani; e malgrado ciò, ogni volta deve attendere ore prima di poter attraversare il cancello del checkpoint. Nessuno dei suoi familiari può accompagnarla: nessun permesso è stato accordato per loro. In uno dei suoi appuntamenti, nel gennaio 2004, al checkpoint la rimandano indietro. Nuovo intervento dell'avvocato Yossi Tzur, nuovo permesso e nuovo appuntamento per il giorno dopo. Fatma arriva al checkpoint al mattino presto, la fanno attendere fino alle 13. Quando arriva all'ospedale è troppo tardi, il reparto è già chiuso.Il 9 febbraio Fatma deve recarsi all'ospedale per togliere il tumore. Arriva a Erez molto presto al mattino; attende, sola, fino alle 17,30. Intervengono i medici israeliani, l'avvocato, chiamano tutti, persino la giornalista Carmela Menashe di Kol Israel, ma la soldatessa che ha il permesso di entrata per Fatma non è sul posto, è addetta ai servizi di cucina e nessuno può sostituirla.
Finalmente alle 18,30 Fatma può passare. Arriva all'ospedale e il giorno successivo la operano. Due giorni dopo il medico la informa che il tumore si è sparso ed è necessaria una vasectomia totale. Sempre sola, malgrado i medici abbiano chiesto più volte il permesso per alcuni famigliari. Sola, in un ospedale i cui medici sono solidali con lei ma non parlano la sua lingua.
Dimessa, torna a Gaza. Il 25 marzo, altro appuntamento in preparazione della radioterapia. Il permesso non viene dato, le è proibito lasciare Gaza. Nuovo appuntamento due settimane dopo: questa volta riesce a passare. Il suo trattamento consiste in 25 giorni consecutivi di radioterapia. Impossibile recarsi ogni giorno da Gaza in Israele. I medici di Phr chiedono per Fatma e per un'altra paziente, anch'essa col cancro al seno, il permesso di restare in Israele per il periodo di cura. Negato. Non resta che tornare in Tribunale. Ai Phr si aggiunge il gruppo, sempre israeliano, di «One in nine: Women for victim of breast cancer». Ricorso accolto, le due pazienti possono restare in Israele; ma per Fatma non è finita, il suo permesso è di un mese e il suo trattamento deve essere di cinque settimane in più. Nuovo impegno dei Phr, che la fanno restare nella loro casa a dormire, clandestina.
30.000 shekels per vedere Fatma
Ritorna a Gaza, apparentemente la cura è andata bene. Non è così, dopo un mese il cancro riappare. Fatma si aggrava, soffre di forti dolori alla schiena e alle gambe. Il 22 luglio viene ricoverata di nuovo, questa volta passa in ambulanza, con la sua mamma. Il test mostra che la metastasi ha colpito la spina dorsale. La tengono in ospedale, lei peggiora. Vuole vedere la sua famiglia. I Phr fanno una domanda urgente e il 2 agosto ottengono risposta: solo il padre e due sorelle possono passare. Ma neppure loro arrivano. Al checkpoint di Erez, dopo ore di attesa, la polizia di frontiera rifiuta l'entrata a meno del versamento di 30mila shekel (quasi 6mila euro) ciascuno come deposito di garanzia. Dopo l'intervento del solito avvocato Yossi Tzur, la polizia scende a compromessi: invece di 30.000 shekels riduce la somma a 20.000. Impossibile per la famiglia trovare quei soldi. Altra causa in tribunale nuovo permesso, il 9 agosto: ma ancora non passano: la polizia di frontiera li ferma. Interviene anche un parlamentare israeliano, inutilmente. Il 16 agosto, tre settimane dopo la richiesta, le due sorelle riescono a raggiungere Fatma e la madre; il padre invece non ottiene il permesso, e resta a Gaza. Problemi di sicurezza, dicono i soldati.
Lo staff del reparto oncologico si prodiga al massimo per Fatma. Quando riprende le forze, terminato il ciclo, Fatma torna a Gaza dove dovrebbe continuare la chemioterapia. Ma passa un mese prima che il ministro della salute palestinese approvi il pagamento, molto costoso, della cura e che tutti i medicinali necessari arrivino all'ospedale Shifa di Gaza. Fatma però peggiora, fa fatica a respirare. Il medico dell'ospedale di Tel Hashomer le dice di tornare da lui senza ritardi. Nuovo permesso. Il 5 settembre al checkpoint il soldato non la fa passare perché gli risulta che Fatma sia entrata precedentemente in Israele senza permesso. La questione si risolve verso le 19. Un giorno intero al checkpoint. Il trattamento radiologico e chemioterapico dovrebbe iniziare il 14 settembre. Contatti frenetici da parte dei Phr e dei medici dell'ospedale con il coordinatore israeliano di Gaza per la salute, Weinberger. Promette che rilascerà il permesso. Il giorno 14, alle 17,30, il Dco informa che c'è il permesso, ma solo per Fatma: niente accompagnatori, niente ambulanza. Fatma non si regge in piedi: e così niente ospedale.
Si ricomincia una nuova pratica per il permesso. Il 27 settembre una delegazione di donne medici israeliane si reca a Gaza per parlare con il comandante israeliano. Dopo una lunga attesa non appare nessun comandante ma solo un ufficiale che si impegna a facilitare il passaggio di Fatma. Il giorno dopo lei e la madre arrivano al checkpoint: attesa fino alle 17, Fatma soffre e si stende a terra perché non c'è nulla su cui appoggiarsi o sedersi. Inizia finalmente il check, il soldato chiede a Fatma di togliersi i vestiti perché il sistema di sicurezza indica che c'è qualcosa nel suo petto. Fatma esegue gli ordini e cerca di spiegare che in seguito all'operazione nel petto ha del silicone. Arriva un altro soldato, la interpella urlando in arabo e le dice che è proibito togliersi i vestiti, Fatma spiega l'ordine ricevuto, ma non c'è niente da fare. Fatma e la mamma vengono rimandate indietro. L'ufficiale spiega ai Phr che le due donne non hanno superato il controllo di sicurezza.
Il permesso è finalmente pronto il mattino del 29 settembre. Fatma è in un ambulanza con altri pazienti, tutti diretti allo stesso ospedale. Sulla strada di Beit Lahiyah, verso Erez, l'ambulanza è costretta a fermarsi per operazioni militari in corso. Alle 16,30 sono ancora fermi; il tentativo di arrivare a Erez per una strada diversa fallisce, alle 17,40 l'ambulanza e il suo carico tornano a Gaza.
Impossibile mandare le medicine dall'ospedale di Tel Hashomer, i valichi sono tutti chiusi. Il permesso per Fatma c'è ma le strade sono distrutte e occupate dai carri armati, l'ambulanza non può passare. Nuova richiesta di permesso, nuova attesa. Il 4 ottobre il permesso non c'è ancora. Fatma viene ricoverata all'ospedale di Gazasotto la tenda a ossigeno. Un paziente malato di cancro è morto, sono rimasti due giorni del suo trattamento chemioterapico, vengono usati per Fatma.
Si spara sulla Croce Rossa
Una settimana dopo il Dco dice ai Phr di presentare la richiesta del nuovo permesso al coordinatore sanitario palestinese, Ahmad Abu Raza, ma lui è bloccato dal coprifuoco nel campo profughi di Nuseirat. Il giorno successivo arriva a Gaza, ma non può presentare la richiesta di Fatma, il fax israeliano è rotto. I medici del Phr chiedono agli israeliani di coordinarsi a voce con Ahmad. D'ora in poi non basteranno i permessi, sarà necessario anche coordinarsi.
La mattina del 14 ottobre Fatma non riesce a stare in piedi , può muoversi solo in ambulanza: che però non riesce a passare per le strade distrutte. I Phr riescono a trovare un veicolo della Croce rossa,l'unico capace di passare attraverso le rovine. Ma verso le 13, prima di arrivare ad Erez, nei pressi del villaggio di Abraj al-Awda, il veicolo viene preso a fucilate dai soldati. E' solo alle 19 che può riprendere la strada per il checkpoint. E' passato un mese dal primo appuntamento per la chemioterapia.
L'agonia di Fatma finisce quando chiude definitivamente gli occhi, il 24 dicembre 2004. Ma l'agonia della sua famiglia e di qualche milione di palestinesi continua. Il primo gennaio 2006 al checkpoint di Erez, mentre rientriamo in Israele, c'è un uomo, più di ottanta anni, anche lui diretto all'ospedale Tel Hashomer. E' pieno di tubi, su una sedia a rotelle. Con la vecchia moglie sta aspettando davanti al cancello di ferro da tutto il pomeriggio. La sedia a rotelle non è permessa, questioni di sicurezza; lui non sta in piedi e non riesce a parlare. Telefono ad un ufficiale israeliano che non è a Gaza, imploro, si tratta di un caso umanitario e comunque noi (siamo 18 italiani) non ce ne andremo fino a quando non passerà anche il vecchio. Dopo qualche ora e tante altre telefonate, il cancello si apre. La donna mi abbraccia e sorride raggiante. Io controllo con estremo sforzo la rabbia, il dolore, l'indignazione. Ringraziol'ufficiale israeliano. E mi chiedo fino a quando permetteremo tutto questo, fino a quando la Comunità internazionale permetterà questo scempio dei diritti, della compassione e dell'umanità. Lo so, domanda retorica.