Preciso che non ho seguito molto il congresso. Speravo stamattina di ascoltare qualcosa, ma nulla. Poteri quindi tralasciare qualcosa, me ne scuso.
Da quando il governo si è instaurato sta portando avanti nel migliore dei modi ciò che il governo Prodi aveva preparato con cura, alcune volte opere lasciate a metà per la presenza di un'opposizione interna della parte sinistra della coalizione. Così, la strenua difesa della legge 30 si è trasformata nel pacchetto "anti-precari". Il ddl Lanzillotta ha cambiato nome, ma quello è rimasto. Libera concorrenza e mercato sono le parole chiave. Tutto, qualsiasi bene e servizio deve sottostare a questa logica. Tutto, anche il lavoro, la mano d'opera. Le campagne anti-immigrati avviate da sindaci di centro-sinistra oggi sono state tradotte nel pacchetto sicurezza, negli assalti ai campi-rom, nella proposta di La Russa dell'esercito per strada (io comincio a sentirmi meno sicuro), o nei fatti di Napoli degli ultimi giorni, dove di alcuni sfollati, solo gli italiani hanno trovato posto. Gli stranieri fuori! (e pensare che conosco gente che tratterebbe a quel modo i napoletani, dopotutto da alcune parti s'ode "Napoli merda, Napoli colera sei la vergogna dell'Italia intera" e via dicendo...mah!).
Mah!, ma del resto fa tutto parte del mondo che abbiamo creato. Del Paese a misura di Lega. Del resto libero mercato e concorrenza, specie fra individui, significa lotta l'uno contro l'altro. Difesa delle posizioni. Anche quando queste sono di semi-miseria. Il federalismo è un frutto di tutto ciò. Libero mercato e concorrenza, anche fra regioni. L'azienda regione più ricca sta sul mercato e assicura servizi (chiaramente privatizzati). L'azienda regione più povera, fallisce.
Leggendo Jean-Claude Izzo in questo periodo, vedo molto di quello che sarà l'Italia. Vedendo Napoli in questi giorni mi vengono in mente alcune sue pagine. Del resto lui descrive Marsiglia. Non troppo dissimile da Napoli. Se avessi il libro sotto mano ne riporterei qualcuna. Magari l'aggiungo dopo.
Credo - e ne parlavo in un vecchio post su Sanguinetti candidato a sindaco di Genova - vada ripescato un pò di odio di classe. Proposta violenta. Forse. Comunque allo stesso livello dell'odio all'interclasse che si è sviluppato oggi e che la destra estrema cavalca alla perfezione.
Che c'entra tutto questo con il congresso di Rifondazione Comunista. Per come intendo io il partito, molto. Non mi sono appassionato molto a questo congresso. Molto meno dell'altro. Ho sposato una linea non perché dovessi diventare maggioranza o perché avessi da difendere le mie posizioni personali. L'ho votata per coerenza di idee. Quello che sarebbe successo non mi importava granché.
Considero un partito un mezzo per fare politica, non il fine della politica. E ho considerato così Greenpeace quando ne ho fatto parte e oggi Attac. Magari se a Pomezia ci fosse stato un centro sociale non sarei mai entrato nel PRC, chissà?! Fin quando al suo interno potrò portare avanti le mie idee, lavorare per contrastare molto di cui parlavo su, ne farò parte. Poi ci saranno altri modi per fare quello che sto facendo.
E' da un pò che ci ragiono. In realtà è un discorso che sempre mi ritorna in mente spesso e volentieri. L'ultima volta proprio in questi giorni. Pensavo al caso delle impronte digitali. Tante, tante persone che ho potuto ascoltare, leggere, mi hanno espresso la loro concordanza nei confronti di tale provvedimento. Da alcune, di indubbia stupidità, non mi sarei aspettato nulla di più. Da altre invece sono rimasto sorpreso, colpito. Le credevo persone intelligenti. E probabilmente lo sono. Certo che però ora come ora non riescono a guardare oltre il proprio naso.
Amo provocare. Credo che la provocazione sia il modo migliore per discutere di certi temi senza il rischio del politicamente corretto, senza le remore che esso provoca. Così ogni tanto mi lascio andare all'elogio dei gulag e delle purghe staliniane e delle dittature. Ne ho parlato spesso anche con un mio amico/compagno. Spesso la sua conclusione era: "sarei d'accordo con te, se non rimanesse il fatto che è una cosa troppo soggettiva. E poi devi mettere in conto che non è detto che il dittatore sarai te. Potrei essere io. E allora te saresti morto".
Questo ciò che mi è tornato in mente prepotentemente in questi giorni.
Il problema non sono le impronte ai rom in quanto tali. Sono il fatto che un governo si possa arrogare il diritto di un'operazione di questo tipo. E che la gente non capisce che, finché c'è rispetto reciproco, finché la dignità di ogni uomo è rispettata, si riesce a vivere, non dico nell'armonia, ma quanto meno si vive. Quando tutto ciò non c'è più, resta solo odio. E l'odio si dilaga in breve tempo. Se il prossimo governante in Italia fossi io, prenderei le impronte e schederei tutti i fascisti, i qualunquisti e i ferventi cattolici. Solo che, mentre i rom non italiani potrebbero essere espulsi, i fascisti i qualunquisti e i ferventi cattolici non avremo un posto dove mandarli. La soluzione allora sarebbe una sola.
Ma magari nella testa di qualcuno di questo governo la soluzione è contemplata anche nei miei confronti. Tanto, risolto il 'problema' rom, qualche altro nemico va trovato. Il terrorismo islamico ce lo siamo già giocato...

Giovedì prossimo l'Irlanda andrà al voto nel referendum che chiama i cittadini a pronunciarsi sul ratificare o meno il Trattato di Lisbona.

«Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli / In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori / lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano / quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo». De Andrè
E' morto ieri il ragazzo massacrato di botte a Verona. Massacrato da cinque ragazzini. Cinque ragazzini come tanti ne incontro ogni giorno, anche a Pomezia. Sono fascisti. Ma davvero possiamo dare la colpa a questo loro ideale o, forse, più probabilmente, dovremmo interrogarci sul perché siano approdati a questo ideale, sul perché hanno covato tutta questa rabbia da sfogare in questo modo?
«Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo» così scriveva De Andrè. Se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. E allora, forse, questa degenerazione interroga tutti. Anche noi di sinistra, anche noi comunisti. Ci interroga perché oggi sempre più giovani subiscono deviazioni di questo tipo che spiegarle con richiami al più becero squadrismo fascista, da solo, non può bastare.
Luciano Gallino nel suo libro "Il lavoro non è una merce - contro la flessibilità" parla di «figli della precarietà» chiamati anche «figli della globalizzazione». "Sono i giovanissimi che crescono entro famiglie dove ambedue i genitori sperimentano da lungo tempo l'insicurezza lavorativa pronunciata, non necessariamente correlata a un reddito basso, ma con l'assillo continuo di trovare un altro lavoro allorché quello in corso terminerà. Questi giovani manifestano disturbi della personalità rilevanti, relativi a una formazione incompleta e inadeguata della stessa, da cui tendenze comportamentali che oscillano tra la resa e la rivolta senza scopo, tra il rinchiudersi in se stessi e il ricorso alla violenza. I giovani che scelgono la prima soluzione sono socialmente poco visibili, se non forse alle assistenti sociali, agli operatori di comunità, alle organizzazioni caritative. Quelli che scelgono la seconda contribuiscono invece visibilmente alla cronaca nella scuola, negli stadi , nelle periferie, in Italia come in Francia o in Germania".
Potrebbe essere un punto di partenza. Anche perché sono da sempre convinto che all'età di quei ragazzi di ideologia ci sia poco. Dare la colpa al fascismo significa giustificare le colpe di tutta la società da cui il fascismo nasce - a suo modo - come risposta all'incertezza del vivere.
In attesa di concludere il post "l'informazion è cosa nostra", come preannunciato, riporto un'analisi del voto di Marco Bersani, di Attac Italia. La trovo in larga misura condivisibile.
La resa dei conti è già, giustamente credo, iniziata. Credo che i dirigenti che hanno portato Rifondazione Comunista e l'intera sinistra a questo sfacelo, debbano ammettere le proprie responsabilità e lasciare gli incarichi a qualcun'altro.
Ma dare tutta la colpa di questa storica, enorme, spropositata sconfitta ai soli dirigenti sarebbe ingiusto, oltre al fatto che nasconderebbe i veri problemi della Sinistra oggi in Italia, e non solo.
Proverò a buttare lì qualche tema che, credo, non possa essere sottovalutato nel dibattito futuro che si aprirà nel Partito e, mi auguro, nella società.
Il primo punto è la dimostrazione che in Italia una forza comunista non appartiene al passato, non è ancora da consegnare alla storia. Ma non perché chi ci voti sia o si senta comunista. Personalmente tra i miei coetanei in tanti votavano Rifondazione Comunista pur non essendo comunisti. La discussione non riguarda, quindi, tanto falce e martello si, falce e martello no; o l'aggettivazione Arcobaleno o Comunista che sia. Il problema principale oggi, il punto di forza ieri, sta tutto nella coerenza. E' stato questo il capitale che ha dissipato Rifondazione – e soprattutto Rifondazione – in questi due anni di governo e poi durante la campagna elettorale. Personalmente mi sono trovato compagni e amici che da sempre, fin dal 2001 – quando Rifondazione scelse di presentarsi da sola, rischiando anche in quel caso di star fuori dal Parlamento – ci consegnavano il proprio voto che avvicinandomi mi hanno confidato che, questa volta, avrebbero votato PD. La loro spiegazione era semplice. Al governo avete fatto le stesse cose. Oggi, se proprio devo scegliere, preferisco puntare su chi può battere Berlusconi e una destra pericolosa ed eversiva. Nonostante ci abbia provato a convincerli a non cedere a questa logica, sono convinto che dalle mie parole – cosa che ho letto anche nelle parole di tanti altri compagni – trasparisse la poca convinzione, la poca passione, il contrario di ciò che da sempre aveva contraddistinto la mia militanza.
Quindi, non credo che ora la discussione sia tra sinistra o comunista, ma credo che si debba recuperare la coerenza dell'agire.
Qui mi ricollego al secondo tema. Il progetto di società che ha proposto la Sinistra l'Arcobaleno. Non posso negare di aver provato imbarazzo ascoltando in televisione Bertinotti. Il tema forte della nostra campagna è stato: “non facciamo sparire la sinistra”. Forse avremmo anche dovuto spiegare a cosa serve una sinistra in Italia. Durante tutta la campagna elettorale in più, nell'ambito della sinistra arcobaleno, hanno continuato a mendicare un'alleanza con il PD. Sperando anche in un ricongiungimento post elettorale.
Ma allora, stando a ciò, la Sinistra in Italia a cosa serve? A provare a stemperare – senza tuttavia riuscirci, l'esperienza di governo sta lì a dimostrarlo – le politiche neo-liberiste di governi in ciò radicali, oppure a proporre una visione alternativa di società?
Rifondazione Comunista nel 2001 lo fece, propose una visione diversa e organica di società. Fu premiata. Superò gli sbarramenti e durante gli anni di opposizione rilanciò temi importanti. Dai diritti del lavoro, con la difesa dell'art. 18, ai temi della pace, con l'opposizione alla guerra in Afghanistan prima e in Iraq poi.
Oggi, questa sconfitta ci dà una grande opportunità. L'ultima. Quella di ritornare nella società e ripensare e rilanciare, mediandola con i movimenti e con le forze attive e più progressiste una nostra idea della società stessa. Bisogna ripartire dal 2001. Dalla visione del mondo che sviluppammo durante il contro-G8 di Genova, anche grazie ad esperienza nuove con cui venimmo a contatto.
Credo che per farlo però sia il momento di lasciare spazio ai giovani di Rifondazione Comunista. Durante una recente inchiesta è emerso che tra i giovani comunisti in tante e tanti fecero la tessera a Rifondazione per la prima volta nel 2002, proprio sulla scorta del G8. Io fui tra questi. Personalmente lo feci perché in quel momenti vidi in Rifondazione Comunista una forza aperta alla società, non il solito partito burocratizzato e chiuso in astruse logiche di potere. Purtroppo, dal 2005 in poi il partito ha subito una trasformazione. Si sono scelti i gruppi dirigenti in base all'area di appartenenza e non al merito. La discussione è stata azzerata. Rimanere nel partito in questo clima non è stato facile. Ho visto molte compagne e compagni andare via, delusi in quanto inascoltati. La diversità di vedute, grande ricchezza di Rifondazione, si è trasformata in un motivo di esclusione. Bisogna quindi cambiare rotta e, per farlo, lo ripeto, serve un nuovo gruppo dirigente, formato in buona parte da chi entrò dopo il G8, perché delle idee nate in quegli anni si nutre e si sono nutriti quei centinaia di compagni. Solo loro sono in grado di immettere una nuova linfa nelle arterie del partito.
Dopo la doppia sconfitta contro Aznar il PSOE ebbe il coraggio di azzerare il gruppo dirigente, facendo spazio a trentenni. Fu la chiave di svolta. Oggi, escluso il “vecchio” Zapatero, molti ministri sono sotto i quarant'anni. Credo questa sia l'unica strada anche per noi. Per rifondare un progetto – si badi, il progetto non il partito, i partiti si fondano sempre attorno ad un progetto ed un partito senza un progetto risulta un contenitore vuoto. La sinistra l'Arcobaleno è stata questo.
Altrimenti, possiamo continuare sulla stessa riga, credendo che cambiando due dirigenti si possano risolvere tutti i nostri problemi. Consapevoli che, se questa sarà la strada, presto né pagheremo nuovamente le conseguenze.

Aggiornamento al post. Solo per chiudere il sondaggio. Allora allora allora. Prima del voto, il personaggio più credibile, simpatico, meno peggio de "la sinistra l'arcobaleno" è Fausto Bertinotti con 18 voti su 41. Seguono Diliberto con 16, Giordano con 3 e infine Mussi e Pecoraro Scanio con 2. Chissà dopo il voto?
Post un pò lungo. Per questo ho deciso di spezzarlo in due tronconi. Il primo ora, il secondo tra qualche giorno. Appena avrò un attimo di tempo. C'ho due esami alle porte (retorica e un becero teorie e tecniche del newsmaking), le elezioni, l'università di attac, il lavoro e anche una vita privata. Quindi, intanto prendetevi questa prima parte...
L'ordine dei giornalisti
Sono molte le cose dette e ancor di più quelle scritte su Beppe Grillo. Lungi dal voler sembrare ripetitivo, vorrei concentrarmi su una cosa di cui ancora non si è detto o discusso. Per una volta, permettetemi di giocare di anticipo sull'attualità che ci viene imposta.
Se mi è concesso, vorrei prima esprimere un mio giudizio su Beppe Grillo e sul suo modo di comunicare, visto che è di ciò, di comunicazione, che mi soffermerò nel preoseguo. Credo che ci troviamo davanti ad un paradosso partecipativo. Oggi, proprio sulla scorta di Grillo, fioccano blog, specie di politici. Un modo per essere più vicini ai cittadini. Un non-luogo virtuale di scambio di idee. Ed è proprio qui che individuo il paradosso. Il blog di Grillo non è assolutamente un luogo di partecipazione. E' sempre è comunque uno strumento di comunicazione verticale, da un vertice, per l'appunto Grillo, ad una base, i commentatori, a cui Grillo non risponde mai. Eppure, nonostante ciò, per molti, il so blog è l'emblema stesso della partecipazione. Un bel paradosso, davvero.
Eppure a Grillo va un merito. Quello di dire cose che, troppo spesso, chi dovrebbe si dimentica di dire. Il 25 aprile ha lanciato il suo nuovo V-Day, questa volta sulla comunicazione.
Non parteciperò e non metterò la firma perché, come al suo solito Grillo ama le generalizzazioni. Non riesce a discendere le cose nell'immenso panorama che le contiene. E poi ha una fiducia nel mercato, nella concorrenza che crea pluralità che non mi sento di poter condividere.
Per questo stesso motivo reputo uno dei suoi tre tre punti dannoso e pericoloso, mentre un altro lo reputo totalmente inutile ai fini di un sistema mediale più aperto e democratico.
Prima di soffermarmi su questi due punti, vorrei tuttavia concentrarmi sull'unico punto che reputo, in questo caso, giusto e sacrosanto. Mi riferisco al punto che vorrebbe la cancellazione dell'ordine dei giornalisti.
Credo che su questo punto, da sempre, forse per non inimicarsi troppo una categoria così importante per il suo ruolo di mediazione tra politica e società, abbia prevalso una sorta di omertà nei confronti di chi a quell'ordine non è disposto a rinunciare.
La sua esistenza è una cosa che ci distingue – in senso negativo, chiaramente – da tutti gli altri
paesi europei. Si trasforma in un'arma di ricatto verso che vuole accedere alla professione giornalistica e rappresenta una limitazione alla libertà di pensiero e opinione affermata dalla nostra costituzione. Questo perché, come in molti sapranno, è stabilito il dovere di essere iscritti all'ordine per dirigere un giornale e poterlo registrare presso il tribunale, avendo così diritto a stamparlo e distribuirlo senza rischiare accuse di stampa clandestina.
Abolire l'ordine dei giornalisti, come molti altri ordini ed albi, in quanto vere e proprie corporazioni è, dunque, una necessità che ci impone la nostra stessa costituzione repubblicana.
A Grillo, va il merito di avere ripescato questo tema. A tutte le forze politiche e sociali che si riconoscono nei valori della costituzione e dell'anti-fascismo il compito di farla propria.
(continuerà...)