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postato da andrij83 alle ore 09:43
lunedì, 28 luglio 2008

VII CongressoPreciso che non ho seguito molto il congresso. Speravo stamattina di ascoltare qualcosa, ma nulla. Poteri quindi tralasciare qualcosa, me ne scuso.

Da quando il governo si è instaurato sta portando avanti nel migliore dei modi ciò che il governo Prodi aveva preparato con cura, alcune volte opere lasciate a metà per la presenza di un'opposizione interna della parte sinistra della coalizione. Così, la strenua difesa della legge 30 si è trasformata nel pacchetto "anti-precari". Il ddl Lanzillotta ha cambiato nome, ma quello è rimasto. Libera concorrenza e mercato sono le parole chiave. Tutto, qualsiasi bene e servizio deve sottostare a questa logica. Tutto, anche il lavoro, la mano d'opera. Le campagne anti-immigrati avviate da sindaci di centro-sinistra oggi sono state tradotte nel pacchetto sicurezza, negli assalti ai campi-rom, nella proposta di La Russa dell'esercito per strada (io comincio a sentirmi meno sicuro), o nei fatti di Napoli degli ultimi giorni, dove di alcuni sfollati, solo gli italiani hanno trovato posto. Gli stranieri fuori! (e pensare che conosco gente che tratterebbe a quel modo i napoletani, dopotutto da alcune parti s'ode "Napoli merda, Napoli colera sei la vergogna dell'Italia intera" e via dicendo...mah!).

Mah!, ma del resto fa tutto parte del mondo che abbiamo creato. Del Paese a misura di Lega. Del resto libero mercato e concorrenza, specie fra individui, significa lotta l'uno contro l'altro. Difesa delle posizioni. Anche quando queste sono di semi-miseria. Il federalismo è un frutto di tutto ciò. Libero mercato e concorrenza, anche fra regioni. L'azienda regione più ricca sta sul mercato e assicura servizi (chiaramente privatizzati). L'azienda regione più povera, fallisce.

Leggendo Jean-Claude Izzo in questo periodo, vedo molto di quello che sarà l'Italia. Vedendo Napoli in questi giorni mi vengono in mente alcune sue pagine. Del resto lui descrive Marsiglia. Non troppo dissimile da Napoli. Se avessi il libro sotto mano ne riporterei qualcuna. Magari l'aggiungo dopo.

Credo - e ne parlavo in un vecchio post su Sanguinetti candidato a sindaco di Genova - vada ripescato un pò di odio di classe. Proposta violenta. Forse. Comunque allo stesso livello dell'odio all'interclasse che si è sviluppato oggi e che la destra estrema cavalca alla perfezione.

Che c'entra tutto questo con il congresso di Rifondazione Comunista. Per come intendo io il partito, molto. Non mi sono appassionato molto a questo congresso. Molto meno dell'altro. Ho sposato una linea non perché dovessi diventare maggioranza o perché avessi da difendere le mie posizioni personali. L'ho votata per coerenza di idee. Quello che sarebbe successo non mi importava granché.

Considero un partito un mezzo per fare politica, non il fine della politica. E ho considerato così Greenpeace quando ne ho fatto parte e oggi Attac. Magari se a Pomezia ci fosse stato un centro sociale non sarei mai entrato nel PRC, chissà?! Fin quando al suo interno potrò portare avanti le mie idee, lavorare per contrastare molto di cui parlavo su, ne farò parte. Poi ci saranno altri modi per fare quello che sto facendo.

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categoria : classe operaia, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 12:42
martedì, 22 luglio 2008

E' da un pò che ci ragiono. In realtà è un discorso che sempre mi ritorna in mente spesso e volentieri. L'ultima volta proprio in questi giorni. Pensavo al caso delle impronte digitali. Tante, tante persone che ho potuto ascoltare, leggere, mi hanno espresso la loro concordanza nei confronti di tale provvedimento. Da alcune, di indubbia stupidità, non mi sarei aspettato nulla di più. Da altre invece sono rimasto sorpreso, colpito. Le credevo persone intelligenti. E probabilmente lo sono. Certo che però ora come ora non riescono a guardare oltre il proprio naso.

stalinAmo provocare. Credo che la provocazione sia il modo migliore per discutere di certi temi senza il rischio del politicamente corretto, senza le remore che esso provoca. Così ogni tanto mi lascio andare all'elogio dei gulag e delle purghe staliniane e delle dittature. Ne ho parlato spesso anche con un mio amico/compagno. Spesso la sua conclusione era: "sarei d'accordo con te, se non rimanesse il fatto che è una cosa troppo soggettiva. E poi devi mettere in conto che non è detto che il dittatore sarai te. Potrei essere io. E allora te saresti morto".

Questo ciò che mi è tornato in mente prepotentemente in questi giorni.

guerraIl problema non sono le impronte ai rom in quanto tali. Sono il fatto che un governo si possa arrogare il diritto di un'operazione di questo tipo. E che la gente non capisce che, finché c'è rispetto reciproco, finché la dignità di ogni uomo è rispettata, si riesce a vivere, non dico nell'armonia, ma quanto meno si vive. Quando tutto ciò non c'è più, resta solo odio. E l'odio si dilaga in breve tempo. Se il prossimo governante in Italia fossi io, prenderei le impronte e schederei tutti i fascisti, i qualunquisti e i ferventi cattolici. Solo che, mentre i rom non italiani potrebbero essere espulsi, i fascisti i qualunquisti e i ferventi cattolici non avremo un posto dove mandarli. La soluzione allora sarebbe una sola.

Ma magari nella testa di qualcuno di questo governo la soluzione è contemplata anche nei miei confronti. Tanto, risolto il 'problema' rom, qualche altro nemico va trovato. Il terrorismo islamico ce lo siamo già giocato...

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categoria : antifascismo, provocazioni, nazionale, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 20:32
martedì, 10 giugno 2008

Questo mio articolo è stato scritto per il sito dell'area essere comunisti (link al sito). Ve lo riporto anche qui.



pag. essere comunisti
Giovedì prossimo l'Irlanda andrà al voto nel referendum che chiama i cittadini a pronunciarsi sul ratificare o meno il Trattato di Lisbona.


Il voto acquista una valenza particolarmente importante in quanto l'Irlanda è l'unico Paese che – andando contro lo scarso sentimento democratico dell'Unione Europea – ha deciso di percorrere la strada del referendum piuttosto che della ratifica parlamentare – cosa che faranno invece gli altri 26 stati membri. Valenza ancora più importante se si pensa alla necessità che il Trattato sia approvato da tutti i Paesi membri.
Referendum fondamentale in quanto, attorno alla ratifica del Trattato di Lisbona, si gioca anche una buona fetta di credibilità dall'Unione Europea e della sua direzione politica. Credibilità già ampiamente minata a suo tempo dalla bocciatura del Trattato Costituzionale Europeo da parte di francesi e olandesi – che furono anche loro chiamati ad esprimersi tramite referendum – e di cui l'attuale testo rappresenta una mera semplificazione.
Semplificazione che tuttavia colpisce solo la forma, lasciando invariati i contenuti.
I contenuti sono quelli che gettano le basi per un'Europa apertamente neo-liberista, nella quale il principio ordinatore è l'«economia sociale di mercato fortemente competitiva» (art.2 TUE) con la quale – nonostante il gioco di parole possa ingannare – con sociale non si intende un'economia di mercato con finalità sociali, ma una società di mercato autosufficiente, dove l'eventuale benessere sociali discende dal funzionamento del mercato. Ben lontano quindi dalle richieste emerse nel corso degli anni di un'Europa che si fondasse su presupposti più apertamente sociali e solidali, aperta alla partecipazione dei cittadini e a favore di politiche del lavoro lo configurassero come diritto universalmente garantito con le annesse tutele.
Nulla di tutto ciò sta invece avvenendo.
La possibilità di ratificare lo stesso Trattato di Lisbona in Parlamento, senza consultare i cittadini, già di per sé la dice lunga di quale strada si stia decidendo di percorrere.
È, anche se è vero che la nostra Costituzione non prevede referendum sulla ratifica di decisioni prese in sedi comunitarie, nessuno avrebbe potuto escludere un'ampia discussione su quanto, anche il nostro Parlamento, si appresta a fare.
Il silenzio di quasi tutti i mezzi di comunicazione evidentemente lascia credere che una discussione in merito nessuno, né la maggioranza, né, tanto meno, l'opposizione, la vogliano neanche accennare.
E come dar loro torto. I tratti disegnati dal Trattato di Lisbona sono lontani anni luce dai diritti elementari sanciti dalla nostra stessa Costituzione. Proprio in merito al rapporto tra Trattato e Costituzione Italiana, molti sono i motivi di conflitto. Ad iniziare proprio dalle radici fondative più su accennate. Infatti, dove il Trattato fa discendere il benessere sociale dal mercato, la nostra Costituzione, assume come principio fondamentale l'eguaglianza sostanziale, ovvero una prospettiva nella quale la Repubblica ha il compito di «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3, c.2).
Ma molti altri sarebbero i punti di tensione fra Costituzione e Trattato: dal rispetto tout court della democrazia, alla tutela dei diritti sociali e le limitazioni alle libertà economica, fino al principio di ripudio della guerra.
Probabilmente, altro motivo per cui il silenzio fatto attorno al Trattato è assordante, sta nelle scelte promosse in merito alle politiche del lavoro che trovano ampio anche riscontro nel dibattito in corso nel nostro Paese. L'attacco ai diritti dei lavoratori, anche ai più elementari e infatti notevole. Anche in questo campo è l'economia di mercato che deve dettare le regole e il lavoro non deve essere altro che una merce per raggiungere il massimo profitto. Il lavoratore deve prestarsi a questo obiettivo e accettare che la sua forza lavoro è un bene – una delle tante materie prime che servono alla produzione – da scambiare sul mercato alle condizioni più vantaggiose possibile. Per lavorare bisogna essere flessibili e competitivi altrimenti si è fuori dal mercato e la disoccupazione è la conseguenza.
Molto di ciò è frutto della direttiva Bolkestein, di cui il Trattato è l'ennesima legittimazione. Direttiva Bolkestein che, proprio in questi mesi, sta ottenendo legittimazioni anche dalla Corte di Giustizia Europea che, attraverso le proprie sentenze, sta avvalorando anche quelle parti di cui, in sede di approvazione, si prevedevano revisioni. In particolar modo il fenomeno noto come dumping sociale. Si tratta in breve di un fenomeno prodotto quando, sempre nell'ambito dell'Unione Europea un'azienda di un Paese trasferisce i propri lavoratori all'estero pagandoli meno dei loro colleghi contrattualizzati da una società del posto. In particolare la Corte di Giustizia si è pronunciata su un contenzioso nato tra il governo regionale della Bassa Sassonia e una società polacca che, vincitrice di una appalto nella regione ha inviato propri lavoratori sul posto retribuendoli il 46,57 % del salario minimo previsto dal contratto collettivo vigente e che, la legge della Bassa Sassonia, prevede che tutte le imprese applichino ai propri lavoratori. La Corte, interrogato su questo ha affermato che le disposizioni regionali sul salario minimo non sono compatibili con la direttiva sui lavoratori distaccati e, quindi, che i salari possono essere differenziati.
Uno schiaffo per i lavoratori che dà l'idea di come l'Unione Europea, in merito alle politiche del lavoro, non punti ad un allargamento dei diritti anche in quei Paesi, specie dell'Est Europa, dove i sistemi di protezione sociale per i lavoratori sono praticamente inesistenti, ma al contrario incoraggi i Paesi dove quelle protezioni esistono ad eliminarle, in nome di una competitività tra lavoratori che gioverà solo al profitto di chi detiene i mezzi di produzioni.
Il tentativo che stanno facendo oggi in Italia confindustria e governo Berlusconi, con una certa complicità anche di larga parte del PD, per l'abolizione del contratto collettivo si inserisce perfettamente in questo solco. In tutto ciò i lavoratori sono come sempre tra l'incudine (la grande disponibilità di manodopera a basso costo che le imprese possono utilizzare) e il martello (la necessità per i lavoratori di difendere il proprio potere d'acquisto).
Per questo, oggi più che mai dobbiamo impegnarci per far si che in Italia come nel resto d'Europa si attivi un processo, prima di tutto informativo, sul Trattato, la sua natura e gli effetti che la sua ratifica porterà.
Non essendo presenti in Parlamento la nostra battaglia deve iniziare dalle strade e dai territori sapendo che solo un'ampia mobilitazione potrà incidere sulla ratifica o meno del Trattato di Lisbona.
In Parlamento, oggi, l'unico voto contrario annunciato è quello della Lega. Proprio per questo il nostro impegno e la nostra azione nella società deve essere ancora maggiore. Dobbiamo impegnarci nel produrre egemonia culturale, perché il messaggio che passi non sia quello leghista anti-europeista – che fomenti il razzismo nei confronti del lavoratori stranieri rei di “rubarci il lavoro” per via delle loro richieste economiche – loro malgrado – meno elevate e la pretesa di minori tutele –, ma il nostro, altro-europista – a favore di una ritrovata solidarietà tra lavoratori e un allargamento dei loro diritti nell'ambito dell'intera Unione Europea.



Qui di seguito vi riporto una foto della manifestazione contro l'autostrada Roma-Latina. Non cercatemi, non ci sono. Io sono il fotografo. Di mio però, oltre la foto, potete apprezzare lo striscione. Non è venuto male. E poi, visto che nessuno si è voluto prendere la responsabilità di scriverlo - anche per il semplice fatto che in caso di errore non avremmo avuto striscione - anche fosse venuto male, chissene.
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categoria : nazionale, internazionale, classe operaia, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 09:38
martedì, 06 maggio 2008

Fascismo es ignorancia«Se ti inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli / In quell'aria spessa carica di sale, gonfia di odori / lì ci troverai i ladri gli assassini e il tipo strano / quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo
». De Andrè

E' morto ieri il ragazzo massacrato di botte a Verona. Massacrato da cinque ragazzini. Cinque ragazzini come tanti ne incontro ogni giorno, anche a Pomezia. Sono fascisti. Ma davvero possiamo dare la colpa a questo loro ideale o, forse, più probabilmente, dovremmo interrogarci sul perché siano approdati a questo ideale, sul perché hanno covato tutta questa rabbia da sfogare in questo modo?

«Se tu penserai, se giudicherai / da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai, se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo» così scriveva De Andrè. Se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo. E allora, forse, questa degenerazione interroga tutti. Anche noi di sinistra, anche noi comunisti. Ci interroga perché oggi sempre più giovani subiscono deviazioni di questo tipo che spiegarle con richiami al più becero squadrismo fascista, da solo, non può bastare.

fascismoLuciano Gallino nel suo libro "Il lavoro non è una merce - contro la flessibilità" parla di «figli della precarietà» chiamati anche «figli della globalizzazione». "Sono i giovanissimi che crescono entro famiglie dove ambedue i genitori sperimentano da lungo tempo l'insicurezza lavorativa pronunciata, non necessariamente correlata a un reddito basso, ma con l'assillo continuo di trovare un altro lavoro allorché quello in corso terminerà. Questi giovani manifestano disturbi della personalità rilevanti, relativi a una formazione incompleta e inadeguata della stessa, da cui tendenze comportamentali che oscillano tra la resa e la rivolta senza scopo, tra il rinchiudersi in se stessi e il ricorso alla violenza. I giovani che scelgono la prima soluzione sono socialmente poco visibili, se non forse alle assistenti sociali, agli operatori di comunità, alle organizzazioni caritative. Quelli che scelgono la seconda contribuiscono invece visibilmente alla cronaca nella scuola, negli stadi , nelle periferie, in Italia come in Francia o in Germania".

Potrebbe essere un punto di partenza. Anche perché sono da sempre convinto che all'età di quei ragazzi di ideologia ci sia poco. Dare la colpa al fascismo significa giustificare le colpe di tutta la società da cui il fascismo nasce - a suo modo - come risposta all'incertezza del vivere.

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categoria : antifascismo, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 12:06
venerdì, 18 aprile 2008

In attesa di concludere il post "l'informazion è cosa nostra", come preannunciato, riporto un'analisi del voto di Marco Bersani, di Attac Italia. La trovo in larga misura condivisibile.

 


 

Le elezioni appena concluse segnano un punto di svolta importante nella ricomposizione della rappresentanza istituzionale, amplificando il paradosso di un paese sempre più socialmente frammentato con una proiezione istituzionale iper-semplificata.
E’ un tentativo, finora riuscito, di uscita a destra dalla crisi della democrazia rappresentativa, da sempre segnalata dalle centinaia di vertenze e di movimenti territoriali in lotta per i beni comuni e i diritti sociali.
Proviamo a vederne alcuni aspetti.
 
a)      Il Paese è più a destra. Non si tratta solo della netta vittoria di Berlusconi, si tratta di un complessivo spostamento culturale e politico a destra dell’intero paese. A fronte di una condizione sociale sempre più povera e precaria, a fronte della progressiva frantumazione di una rete sociale di protezione, e in previsione di una crisi economica alle porte, la gran parte dell’elettorato – nella totale mancanza di alternative politiche e culturali credibili-  decide di affidarsi ancora una volta a chi meglio rappresenta il prodotto della solitudine competitiva. Un misto di “uno su mille ce la fa” e di uno “io speriamo che me la cavo”.
 
b)      L’insediamento sociale leghista. Dentro la vittoria delle destre, è soprattutto lo sfondamento leghista al nord a segnalare una ricomposizione politico-sociale importante. Perché interroga la dimensione territoriale e le dinamiche che la attraversano. Qui la globalizzazione ha prodotto la frammentazione sociale più forte, perché a differenza di altre zone del paese, non erano più da tempo le reti familiari e di vicinato a costituire il primario legame sociale, bensì un sistema di garanzie occupazionali e di stato sociale che per anni ha consentito un tranquillo e moderato benessere. La precarizzazione del lavoro, la drammatica restrizione dello stato sociale, l’aggressione al territorio, il lento scivolamento di molte famiglie verso la fascia di povertà ( e una sinistra lontana anni luce da una qualche percezione di questa realtà) hanno prodotto un fortissimo bisogno identitario e di protezione corporativa, cui la Lega Nord ha saputo dare risposta, proponendone la cultura della piccola impresa come sistema valoriale e l’attacco ai diversi come elemento identificativo (ad Opera, cittadina in provincia di Milano è stato eletto sindaco il capo del presidio contro i Rom, condannato per aver incendiato una tendopoli predisposta dalla Prefettura). La questione di Malpensa da questo punto di vista è stata paradigmatica : il 95% degli elettori non ha mai visto né mai vedrà un aereo, ma ha percepito la vicenda come l’ennesima sottrazione di qualcosa percepito come “proprio”.
 
c)      “I ’m piddì “ Il PD ha vinto, il PD ha perso? Ha sicuramente perso nel tentativo di porsi come garante “presentabile” della transizione neo-capitalistica. L’idea di poter fare meglio della destra, senza la sua rozzezza comunicativa, non ha pagato. In un paese dove la tensione individuale e sociale si misura ad ogni angolo, l’idea che serenamente e pacatamente si possa stare tutti sulla stessa barca si è dimostrata semplicemente surreale. Ma il PD ha vinto nell’ aver dato un impulso irresistibile alla semplificazione autoritaria della democrazia rappresentativa, cui manca ora solo il suggello della legge elettorale prossima ventura.
 
 
d)     Sinistra auto-desaparecida. Il dato decisamente clamoroso di questa tornata elettorale –prevedibile nella direzione, non nella sua portata- è la scomparsa per la prima volta nella storia di questo paese di una rappresentanza parlamentare della sinistra. Se astraiamo per un momento dalle persone concrete e proviamo ad osservare da distanza (da un paese straniero, ad esempio), il fatto che nel nostro Parlamento non ci sia nessun socialista (ripeto, astraiamo per un momento), nessun verde (idem) e nessun comunista (idem) è qualcosa di incomprensibile e di inedito. Pur avendo io personalmente votato la Sinistra Arcobaleno, credo che, se debacle doveva essere, sia solo un bene che sia stata definitiva. Non è un semplicistico tanto peggio, tanto meglio. Non mi sfugge infatti il dato negativo in termini simbolici e psicologici, ovvero il possibile rischio che la sparizione della rappresentanza parlamentare della sinistra acceleri l’idea culturale che il novecento vada superato, ma non nelle forme della politica (su cui sono d’accordo), bensì nella radicalità dei contenuti e delle istanze valoriali. Ma se debacle ha da essere, che sia fino in fondo, in modo che non ci siano più foglie di fico e si apra una discussione ampia, democratica e dal basso su cosa dovrà essere una sinistra nuova in questo Paese. La Sinistra non ha perso. Si è semplicemente suicidata con un processo lento che, a mio avviso, parte dall’interpretazione data dell’esito del referendum sull’estensione dello statuto dei lavoratori per arrivare alla sostanziale liquidazione del significato di sé con la fallimentare esperienza nel Governo Prodi. Nei due anni di governo, non solo la Sinistra non è riuscita ad ottenere nulla per il suo popolo, ma ha costantemente rescisso ogni legame con lo stesso, fino a scoprirsi totalmente incapace di una anche pur elementare lettura della società e dei suoi mutamenti. Ha completato l’opera una campagna elettorale disastrosa, i cui messaggi principali sono stati : l’attenzione costante al rapporto con il PD, proprio mentre questo ne preparava scientemente la sparizione; l’affermazione “saremo all’opposizione” senza mai una qualificazione di contenuto della stessa, quasi fosse una semplice e triste constatazione  geografica; l’idea che la Sinistra andava salvata, senza mai spiegare perché, come se la sinistra fosse un fine astratto e non uno strumento concreto per la trasformazione sociale.
 
e)      La prossima accelerazione . Delle forme novecentesche resta solo il sindacato e sarà su questo terreno che si giocherà il prossimo tentativo di eliminare l’idea di un sindacato come soggetto generale. Il quasi totale posizionamento dell’attuale dirigenza Cgil sul fronte del Pd, insieme alla forte affermazione della Lega Nord, ci dicono quale sarà il terreno principe di questa nuova accelerazione : l’abolizione del contratto nazionale di lavoro, con la conseguente riduzione del principale sindacato non più a soggetto generale, bensì a luogo frammentato di difesa corporativa, totalmente subalterno alla logica dell’impresa.
 
f)       L’altra prossima accelerazione. Sinora, qualsiasi compagine governativa ha trovato un ostacolo insormontabile alla realizzazione di una parte consistente del proprio programma elettorale : le lotte dei movimenti territoriali, di cui la Tav in Val di Susa, la base No Dal Molin a Vicenza e le reticolari vertenze del movimento per l’acqua sono solo le più paradigmatiche. Non è pensabile che un nuovo Governo, sostenuto dall’unanimità dell’arco parlamentare, possa di nuovo permettersi lo stallo su queste vicende, perché vorrebbe dire l’assunzione dell’inefficacia di una democrazia rappresentativa autoritariamente ristretta. E’ quindi prevedibile un attacco frontale in queste direzioni.
 
 
g)      I movimenti. E’ indubbio il fatto che, aldilà del giudizio sulla concreta esperienza istituzionale, il fatto che non ci sia più alcuna presenza parlamentare in qualche modo attenta alle vertenze e alle lotte sociali complichi notevolmente l’esperienza dei movimenti. Paradossalmente, l’eterna dialettica del rapporto tra movimenti e politica istituzionale è stata risolta, con la sparizione di uno dei due capi del dilemma. Questa situazione inedita richiederà ai movimenti stessi un forte salto di qualità. Perché saranno solo la forza, la reticolarità e la capacità di aggregazione di ciascuna vertenza a poter determinare una capacità d’incisione sulla politica istituzionale, che, se in passato è stata certo sorda alle istanze dal basso, oggi è costitutivamente autistica. Contemporaneamente, dovrà essere chiaro ai movimenti come oggi questi rappresentino l’ultima anomalia che impedisca la messa in opera dello “sviluppo” capitalisticamente inteso : la valorizzazione finanziaria del territorio, dei beni comuni, dei servizi pubblici; la totale precarizzazione del lavoro e della vita; la militarizzazione interna ed esterna delle relazioni sociali. I movimenti dovranno fare di necessità virtù, costruendo forti intrecci fra le diverse vertenze, per determinarne un solido mutuo soccorso, ma dovranno altresì saper dar forza alla capacità di costruzione di alternative, concrete e radicali, che rimettano in discussione tutto il modello di produzione e di relazioni sociali, fuori dalle logiche meramente e astrattamente redistributive, dentro alle realtà territoriali per ricostruirne i legami sociali a partire dai beni comuni, dai diritti sociali, da nuovi modelli di produzione e di consumo. Sapendo nel contempo che una nuova sinistra o nasce dalle forme concrete dell’agire o semplicemente non sarà.
 
Marco Bersani



P.S. Ho cambiato la canzone. Dopo tanto tempo ho trovato il tempo e la voglia di farlo. Spero vi piaccia.
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categoria : nazionale, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 10:50
martedì, 15 aprile 2008

rifondazioneLa resa dei conti è già, giustamente credo, iniziata. Credo che i dirigenti che hanno portato Rifondazione Comunista e l'intera sinistra a questo sfacelo, debbano ammettere le proprie responsabilità e lasciare gli incarichi a qualcun'altro.

Ma dare tutta la colpa di questa storica, enorme, spropositata sconfitta ai soli dirigenti sarebbe ingiusto, oltre al fatto che nasconderebbe i veri problemi della Sinistra oggi in Italia, e non solo.

Proverò a buttare lì qualche tema che, credo, non possa essere sottovalutato nel dibattito futuro che si aprirà nel Partito e, mi auguro, nella società.

Il primo punto è la dimostrazione che in Italia una forza comunista non appartiene al passato, non è ancora da consegnare alla storia. Ma non perché chi ci voti sia o si senta comunista. Personalmente tra i miei coetanei in tanti votavano Rifondazione Comunista pur non essendo comunisti. La discussione non riguarda, quindi, tanto falce e martello si, falce e martello no; o l'aggettivazione Arcobaleno o Comunista che sia. Il problema principale oggi, il punto di forza ieri, sta tutto nella coerenza. E' stato questo il capitale che ha dissipato Rifondazione – e soprattutto Rifondazione – in questi due anni di governo e poi durante la campagna elettorale. Personalmente mi sono trovato compagni e amici che da sempre, fin dal 2001 – quando Rifondazione scelse di presentarsi da sola, rischiando anche in quel caso di star fuori dal Parlamento – ci consegnavano il proprio voto che avvicinandomi mi hanno confidato che, questa volta, avrebbero votato PD. La loro spiegazione era semplice. Al governo avete fatto le stesse cose. Oggi, se proprio devo scegliere, preferisco puntare su chi può battere Berlusconi e una destra pericolosa ed eversiva. Nonostante ci abbia provato a convincerli a non cedere a questa logica, sono convinto che dalle mie parole – cosa che ho letto anche nelle parole di tanti altri compagni – trasparisse la poca convinzione, la poca passione, il contrario di ciò che da sempre aveva contraddistinto la mia militanza.

Quindi, non credo che ora la discussione sia tra sinistra o comunista, ma credo che si debba recuperare la coerenza dell'agire.

Qui mi ricollego al secondo tema. Il progetto di società che ha proposto la Sinistra l'Arcobaleno. Non posso negare di aver provato imbarazzo ascoltando in televisione Bertinotti. Il tema forte della nostra campagna è stato: “non facciamo sparire la sinistra”. Forse avremmo anche dovuto spiegare a cosa serve una sinistra in Italia. Durante tutta la campagna elettorale in più, nell'ambito della sinistra arcobaleno, hanno continuato a mendicare un'alleanza con il PD. Sperando anche in un ricongiungimento post elettorale.

Ma allora, stando a ciò, la Sinistra in Italia a cosa serve? A provare a stemperare – senza tuttavia riuscirci, l'esperienza di governo sta lì a dimostrarlo – le politiche neo-liberiste di governi in ciò radicali, oppure a proporre una visione alternativa di società?

Rifondazione Comunista nel 2001 lo fece, propose una visione diversa e organica di società. Fu premiata. Superò gli sbarramenti e durante gli anni di opposizione rilanciò temi importanti. Dai diritti del lavoro, con la difesa dell'art. 18, ai temi della pace, con l'opposizione alla guerra in Afghanistan prima e in Iraq poi.

Oggi, questa sconfitta ci dà una grande opportunità. L'ultima. Quella di ritornare nella società e ripensare e rilanciare, mediandola con i movimenti e con le forze attive e più progressiste una nostra idea della società stessa. Bisogna ripartire dal 2001. Dalla visione del mondo che sviluppammo durante il contro-G8 di Genova, anche grazie ad esperienza nuove con cui venimmo a contatto.

Credo che per farlo però sia il momento di lasciare spazio ai giovani di Rifondazione Comunista. Durante una recente inchiesta è emerso che tra i giovani comunisti in tante e tanti fecero la tessera a Rifondazione per la prima volta nel 2002, proprio sulla scorta del G8. Io fui tra questi. Personalmente lo feci perché in quel momenti vidi in Rifondazione Comunista una forza aperta alla società, non il solito partito burocratizzato e chiuso in astruse logiche di potere. Purtroppo, dal 2005 in poi il partito ha subito una trasformazione. Si sono scelti i gruppi dirigenti in base all'area di appartenenza e non al merito. La discussione è stata azzerata. Rimanere nel partito in questo clima non è stato facile. Ho visto molte compagne e compagni andare via, delusi in quanto inascoltati. La diversità di vedute, grande ricchezza di Rifondazione, si è trasformata in un motivo di esclusione. Bisogna quindi cambiare rotta e, per farlo, lo ripeto, serve un nuovo gruppo dirigente, formato in buona parte da chi entrò dopo il G8, perché delle idee nate in quegli anni si nutre e si sono nutriti quei centinaia di compagni. Solo loro sono in grado di immettere una nuova linfa nelle arterie del partito.

Dopo la doppia sconfitta contro Aznar il PSOE ebbe il coraggio di azzerare il gruppo dirigente, facendo spazio a trentenni. Fu la chiave di svolta. Oggi, escluso il “vecchio” Zapatero, molti ministri sono sotto i quarant'anni. Credo questa sia l'unica strada anche per noi. Per rifondare un progetto – si badi, il progetto non il partito, i partiti si fondano sempre attorno ad un progetto ed un partito senza un progetto risulta un contenitore vuoto. La sinistra l'Arcobaleno è stata questo.

Altrimenti, possiamo continuare sulla stessa riga, credendo che cambiando due dirigenti si possano risolvere tutti i nostri problemi. Consapevoli che, se questa sarà la strada, presto né pagheremo nuovamente le conseguenze.

Manifestazione

Aggiornamento al post. Solo per chiudere il sondaggio. Allora allora allora. Prima del voto, il personaggio più credibile, simpatico, meno peggio de "la sinistra l'arcobaleno" è Fausto Bertinotti con 18 voti su 41. Seguono Diliberto con 16, Giordano con 3 e infine Mussi e Pecoraro Scanio con 2. Chissà dopo il voto?

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categoria : sondaggi, nazionale, locale, pensiero e dottrina

postato da andrij83 alle ore 12:01
venerdì, 11 aprile 2008

Post un pò lungo. Per questo ho deciso di spezzarlo in due tronconi. Il primo ora, il secondo tra qualche giorno. Appena avrò un attimo di tempo. C'ho due esami alle porte (retorica e un becero teorie e tecniche del newsmaking), le elezioni, l'università di attac, il lavoro e anche una vita privata. Quindi, intanto prendetevi questa prima parte... 


L'ordine dei giornalisti

Sono molte le cose dette e ancor di più quelle scritte su Beppe Grillo. Lungi dal voler sembrare ripetitivo, vorrei concentrarmi su una cosa di cui ancora non si è detto o discusso. Per una volta, permettetemi di giocare di anticipo sull'attualità che ci viene imposta.

beppe grillo blogSe mi è concesso, vorrei prima esprimere un mio giudizio su Beppe Grillo e sul suo modo di comunicare, visto che è di ciò, di comunicazione, che mi soffermerò nel preoseguo. Credo che ci troviamo davanti ad un paradosso partecipativo. Oggi, proprio sulla scorta di Grillo, fioccano blog, specie di politici. Un modo per essere più vicini ai cittadini. Un non-luogo virtuale di scambio di idee. Ed è proprio qui che individuo il paradosso. Il blog di Grillo non è assolutamente un luogo di partecipazione. E' sempre è comunque uno strumento di comunicazione verticale, da un vertice, per l'appunto Grillo, ad una base, i commentatori, a cui Grillo non risponde mai. Eppure, nonostante ciò, per molti, il so blog è l'emblema stesso della partecipazione. Un bel paradosso, davvero.

Eppure a Grillo va un merito. Quello di dire cose che, troppo spesso, chi dovrebbe si dimentica di dire. Il 25 aprile ha lanciato il suo nuovo V-Day, questa volta sulla comunicazione.

Non parteciperò e non metterò la firma perché, come al suo solito Grillo ama le generalizzazioni. Non riesce a discendere le cose nell'immenso panorama che le contiene. E poi ha una fiducia nel mercato, nella concorrenza che crea pluralità che non mi sento di poter condividere.

Per questo stesso motivo reputo uno dei suoi tre tre punti dannoso e pericoloso, mentre un altro lo reputo totalmente inutile ai fini di un sistema mediale più aperto e democratico.

Prima di soffermarmi su questi due punti, vorrei tuttavia concentrarmi sull'unico punto che reputo, in questo caso, giusto e sacrosanto. Mi riferisco al punto che vorrebbe la cancellazione dell'ordine dei giornalisti.

Credo che su questo punto, da sempre, forse per non inimicarsi troppo una categoria così importante per il suo ruolo di mediazione tra politica e società, abbia prevalso una sorta di omertà nei confronti di chi a quell'ordine non è disposto a rinunciare.

La sua esistenza è una cosa che ci distingue – in senso negativo, chiaramente – da tutti gli altri ordine-giornalistipaesi europei. Si trasforma in un'arma di ricatto verso che vuole accedere alla professione giornalistica e rappresenta una limitazione alla libertà di pensiero e opinione affermata dalla nostra costituzione. Questo perché, come in molti sapranno, è stabilito il dovere di essere iscritti all'ordine per dirigere un giornale e poterlo registrare presso il tribunale, avendo così diritto a stamparlo e distribuirlo senza rischiare accuse di stampa clandestina.

Abolire l'ordine dei giornalisti, come molti altri ordini ed albi, in quanto vere e proprie corporazioni è, dunque, una necessità che ci impone la nostra stessa costituzione repubblicana.

A Grillo, va il merito di avere ripescato questo tema. A tutte le forze politiche e sociali che si riconoscono nei valori della costituzione e dell'anti-fascismo il compito di farla propria.

(continuerà...)

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categoria : media, pensiero e dottrina